Oggettività o soggettività delle scienze umane?

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2020-04-22 Tutto il giorno

Studia l’unità didattica sull’epistemologia delle scienze umane con le quattro videolezioni che la corredano e le altre risorse on line e off line, quindi rispondi al seguente quesito:

  • Quale prospettiva ti sembra più adeguata nello studio del comportamento umano, in ambito psicologico, sociale, storico ed economico? Lo studioso di ciascuno di questi campi dovrebbe tener conto della propria stessa umanità e soggettività nello svolgere le sue ricerche (come ritiene Dilthey) oppure dovrebbe guardarsene bene per non “inquinare” l’oggettività dei risultati di tali ricerche (come pensa Weber)?

 

35 pensieri su “Oggettività o soggettività delle scienze umane?

  1. Wilhelm Dilthey, filosofo e psicologo tedesco, diede origine al movimento denominato storicismo secondo il quale, dato che il soggetto e l’oggetto delle scienze umane coincidono, è necessario distinguere fra “scienze della natura”, nelle quali soggetto e oggetto sono diversi, e “scienze dello spirito”, nelle quali coincidono. Secondo il filosofo nello studio delle “scienze dello spirito” bisogna tenere conto della propria umanità perché, se non fosse così, ci priveremmo della conoscenza di noi stessi.

    Max Weber invece propone una distinzione fra le “scienze idiografiche”, che descrivono qualcosa di individuale, e le “scienze nomotetiche”, che definiscono leggi universali, e su questa base crea la teoria dei “tipi ideali”. Contrariamente a Dilthey, Weber ritiene che nello studio delle scienze umane non deve intervenire alcuna immedesimazione in quanto, se ciò avvenisse, si rischierebbe di distorcere il giudizio.

    A mio parere le scienze che riguardano l’uomo vanno studiate sia tenendo conto della nostra umanità e della nostra sensibilità, sia distaccandoci parzialmente dall’oggetto di studio per non distorcere questo giudizio.

    Un esempio utile a spiegare questa mia posizione potrebbe essere il seguente: sono un giudice del tribunale che sta giudicando un uomo che ha commesso un crimine (supponiamo che sia un crimine come rubare perché non si hanno i soldi per fare la spesa).
    – Se tenessi conto solamente della mia umanità e della mia sensibilità ho il rischio di immedesimarmi troppo in lui e in qualche modo arrivare a giustificare il suo crimine, dandogli il minimo della pena prevista
    – Se invece mi distaccassi completamente da lui giudicherei il crimine più oggettivamente ma rischierei di non tenere conto dei motivi che l’hanno spinto a fare ciò e gli darei il massimo della pena prevista

    Se invece lo giudico sia distaccandomi ma anche immedesimandomi nella sua situazione arrivo ad un “punto di incontro” fra le due visioni. Ovviamente questo punto di incontro varia sia da persona a persona, ma anche da momento a momento in quanto ognuno di noi continuamente può cambiare idea.

    1. Interessante la tua conclusione e l’esempio di cui la corredi. Mi chiedo, però, se il giudizio di uno storico debba seguire le orme del giudizio di un giudice. Se studi la storia della Resistenza ti aspetti oggettività o partecipazione? Forse anche in questo caso ci vorrebbe il giusto mix delle due cose? Forse si… (si tratterebbe di scrivere in modo appassionato delle gesta p.e. dei partigiani, se li si ammira e se ne vuole fare esempi per le future generazioni, nel momento stesso in cui si riconosce ad es. la limitata funzione militare della Resistenza rispetto allo sforzo bellico degli Alleati)

  2. Reputo interessante l’approccio di Weber, in quanto introduce una metodologia che, per la sua oggettività, può essere applicata in contesti anche molto diversi fra loro: il sociologo propone infatti dei modelli comportamentali e dei “tipi ideali” che costituiscono una solida base da cui sviluppare delle supposizioni sulle cause di eventi o azioni. Tali azioni o i personaggi che le hanno compiute non saranno mai in grado di rispecchiare appieno il modello a cui sono ricondotti, ma è proprio grazie all’esistenza di un modello che è possibile discernere le anomalie o particolarità da ciò che invece è “tradizionale”.
    Ritengo inoltre che la teoria della possibilità oggettiva possa essere molto valida nella comprensione di determinati eventi e delle loro cause: chiedendosi se l’evento studiato sarebbe accaduto indipendentemente dal verificarsi di certi episodi, la teoria consente di riconoscere quali di questi episodi hanno realmente influenzato la storia. E’ un approccio che approvo in quanto critico e oggettivo.

    Proprio per quest’ultima caratteristica ritengo tuttavia che le teorie e i modelli di Weber, pur essendo validi per fenomeni sociali, storici o economici (che sostanzialmente coinvolgono le masse), non sia sufficiente in ambito psicologico, dove l’individuo assume una maggiore rilevanza. Non si può infatti negare come l’uomo possieda un certo margine di libertà che lo porta ad agire in modo non sempre razionale, prevedibile o conforme alla massa. In ambito psicologico mi sembra quindi che il criterio dell’immedesimazione di Dilthey possa offrire una maggiore comprensione del singolo: non concordo infatti con la critica di Weber, secondo cui l’immedesimazione porti a una proiezione dei propri valori sul soggetto studiato; l’immedesimazione, al contrario, consiste proprio nella capacità di mettere da parte la propria visione del mondo al fine di adottarne una completamente diversa. Se si mantenessero le proprie credenze o convinzioni non si tratterebbe di un’immedesimazione che, letteralmente, significa “diventare il medesimo”.

    1. Ottima analisi ricca di distinzioni critiche.
      Per quanto riguarda la critica di Weber a Dilthey forse vi devo una precisazione. Ovviamente Dilthey pensava che ci si dovesse immedesimare nel senso che intendi tu, cioè uscendo da se stessi e cercando di mettersi nei panni di altri. Tuttavia Weber pensa che proprio quest’operazione contenga un’insidia: chi tenta di immedesimarsi in un altro potrebbe inavvertitamente trasportare nell’anima dell’altro che cerca di ricreare “pezzi”, per così dire, di se stesso di cui magari non è neppure conscio, cadendo, ad esempio, in campo storico, in anacronismi. Quando il protagonista dell’Ortis di Foscolo, ad esempio, legge Petrarca lo legge come se Petrarca fosse un poeta romantico, soggettivamente preda dell’amore per Laura come se fosse una passione completamente autentica, mentre Petrarca era piuttosto un raffinato scrittore e intellettuale medioevale che – probabilmente (anche questa è una ricostruzione congetturale) – guardava molto più alla forma stilistica delle sue liriche che al loro contenuto (il quale, pur prendendo spunto da eventi biografici, potrebbe essere stato anche abbondantemente reinventato per esigenze retoriche e poetiche).

  3. Lo studio del comportamento umano in ambito sociale, storico, economico e psicologico mi sembra più adeguato in un contesto di filosofia Weberiana, dal momento che la psicologia comportamentista, quella cognitivista, quella Gestalt(psychologie) e il costruttivismo pongono dei modelli troppo rigidi. Prediligo, quindi, lo studio secondo comportamenti stereotipati visto che, pur basandosi su qualcosa di concreto e appurato(ad esempio i comportamenti dei re o di qualsiasi stereotipo che creiamo), i modelli di Weber contemplano un margine di diversità che ogni uomo ha e che quindi il suo studio deve avere (non può essere studiato con dei modelli rigidi). Lo studio di questi campi, tuttavia, come pensava Weber, non dovrebbe porre degli elementi soggettivi poichè i fatti vanno raccontati così come sono, in modo da far arrivare nella mente di ogni persona una nozione oggettiva, che subito dopo diventerà soggettiva dal momento che ogni persona alla fine ha una propria opinione/idea. Quindi, quando studio un determinato comportamento umano o un fenomeno che sia sociale, storico, psicologico o economico, indubbiamente sono invogliata a trattare qualcosa e quindi a prediligere una strada di ricerca piuttosto che un’altra (e questo è un fattore soggettivo) tuttavia dal momento che prendo la decisione soggettiva di trattare o ricercare una determinata cosa devo farlo nel modo più oggettivamente possibile. Se utilizzassimo per lo studio della seconda guerra mondiale l’approccio comprensivo di Dilthey probabilmente ci fermeremo all’affermazione che la guerra è negativa e che è impossibile immedesimarsi ad esempio nella figura di Hitler, invece, dal momento che utilizziamo una ricerca oggettiva possiamo comprendere al meglio ogni avvenimento storicamente avvenuto e, grazie alla teoria della possibilità, capirne le possibili cause. Concludendo penso che la ricerca debba spiegare gli eventi non in base alla capacità di immedesimarsi nei protagonisti, ma sulla base della ponderazione delle effettive cause in gioco degli eventi e quindi debba lasciare fuori il fattore soggettivo che contaminerebbe i risultati delle ricerche.

    1. Ottima risposta (con qualche imperfezione formale-linguistica) arricchita da conclusioni argomentate e convincenti. Dimostri di avere colto l’essenziale degli argomenti trattati dalla (complessa) unità didattica, spero con tuo giovamento personale.

  4. Nel studiare il comportamento umano, in ambito psicologico, storico, economico e sociale, è a mio parere di gran lunga migliore l’approccio che propone Weber secondo il quale lo studio di tali scienze dovrebbe essere condotto in maniera rigorosamente oggettiva, non permettendo quindi alla propria soggettività di influire nei risultati. Pensandoci bene, se uno studioso dovesse eseguire gli studi sopracitati con soggettività e tenendo quindi conto della propria umanità, quanto attendibili potrebbero risultare i risultati?
    Tuttavia penso che non è nemmeno del tutto esatto trarre conclusioni senza tener conto della propria esperienza di vita dal momento che, essendo lo studioso un umano, appartiene alla stessa categoria degli “oggetti” che sta studiando, ovvero gli umani.
    In ultima è quindi per me importante condurre tali studi su vasta scala: non è infatti sufficiente prendere in considerazione un gruppo piuttosto ristretto di persone ma bensì, ad esempio, la popolazione di un intero paese, stato e perchè no, anche di un continente, ovvero persone che potremmo dire abbiano le stesse abitudini, parlano la stessa lingua e condividono, magari, le stesse abitudini. Solo cosi, a mio parere, è possibile conseguire risultati veritieri e attendibili.

    1. Risposta ben impostata. Ma ti ho seguito fino a un certo punto. Non mi è chiaro perché, se dobbaimo tener conto della nostra umanità, come soggetti di conoscenza (come sembri suggerire all’inizio del secodo capoverso), tu debba prendere in considerazione la popolazione di un intero Paese nelle proprie ricerche. Che rapporto tra c’è tra una metodologia “umanistica” e la presa in considerazione di “grandi numeri” di persone? Si direbbe, anzi, che se studiamo comportamenti collettivi pratiche come l’esercizio dell’empatia, raccomandate da approcci come quelli umanistici, si rilevino difficili da mettere in atto e si debbano privilegiare metodi più oggettivi, come quelli matematico-statistici adoperati ad es. in ambito economico.

  5. Con il termine EPISTIMOLOGIA delle SCIENZE UMANE si intendono le scienze che si occupano di analizzare e studiare l’essere umano in sé, a differenza della scienza della natura che si impegnava a spiegare i fenomeni sulla base del principio di causa e della parziale “predicibilità” di questi ultimi. Fino ad ora eravamo abituati a vedere l’uomo come soggetto in procinto a studiare e fare scienza di un oggetto, come per esempio i fenomeni luminosi, lo spazio o anche semplicemente un sasso, ma in psicologia, sociologia e in parte anche la storia dell’uomo non è così. Infatti, in queste ultime il soggetto coincide con l’oggetto, ossia ciò di cui si sta facendo scienza, ma ciò sembrerebbe essere un paradosso. Quindi come dobbiamo relazionarci alle conoscenze che effettuiamo in tali scienze dell’uomo, le dovremmo vedere come oggettivamente valide o no? Da questo punto di vista mi sento d’accordo con l’opinione di Weber, il quale, denunciando la delicatezza di tali scienze, riflette sui criteri alla base delle nostre ricerche scientifiche in questo ambito e su che valore attribuirgli. Infatti, come ben sappiamo pare difficile. In primo luogo, io ritengo importante definire fin da subito l’approccio che lo stesso soggetto deve assumere nel suo esercizio di ricerca, cercando, per quanto gli sia possibile, distaccarsi dall’oggetto in questione, che è sé stesso in realtà. Più precisamente, la scienza deve sempre restare “avalutativa”, ossia distaccata dall’opinione del singolo soggetto che sta facendo scienza, poiché se no quest’ultima cesserebbe di essere scienze poiché non sarebbe più oggettiva. Il soggetto non dovrebbe mai confondere il piano dei giudizi di valore con quello dei giudizi di fatto, i quali sono in ultima analisi imparziali e oggettivi, mentre lo scienziato deve fare uso dei primi unicamente per ciò che riguarda la selezione degli argomenti di studio. In secondo luogo, l’uomo inteso come soggetto dovrebbe fare ancora molta più attenzione a ciò che riguarda lo studio e l’approccio ai problemi etici, ossia quelli che fanno a capo alla etica dei principi e quella delle responsabilità. Nonostante tale avvertimento, il problema persiste, infatti, risulta comunque essere difficile scindere queste due tipologie di etica in maniera netta e preferire una delle due, senza che si violi l’altra. In conclusione, la situazione sembrerebbe essere più delicata del previsto, ma in ogni caso mi sembra limitato difendere l’opinione Wilhelm Dilthey, senza nemmeno discutere sulle irregolarità proposte nel meccanismo di studio di queste scienze umane.

    1. La tua risposta ha il pregio di dimostrare uno studio relativamente approfondito dell’unità didattica, almeno della sua parte conclusiva (nella quale si tratta di Dilthey e Weber). Tuttavia la trattazione non risulta molto fluida e le tue argomentazioni non sono molto approfondite (sembra talora che tu presupponga ciò che dovresti dimostrare, ad esempio la necessaria oggettività delle scienze umane).
      Alla fine evochi le due etiche discusse da Weber ma in modo non del tutto pertinente, mi sembra. Le due “etiche” che Weber ha delineato hanno in lui, come sociologo, funzione descrittiva: servono cioè a “spiegare” i comportamenti di coloro che agiscono sulla base dell’una o dell’altra. Non hanno funzione prescrittiva: cioè a Weber non interessa suggerire di seguire l’una piuttosto che l’altra, ma solo spiegare i nostri comportamenti sulla loro base (in quanto corrispondono all’agire razionale secondo lo scopo e secondo il valore). Nell’unità didattica sulla bioetica, invece, ci siamo interrogati (e qui la questione era pertinente) su quale delle due etiche weberiane fosse da seguire nelle decisioni concernenti l’inizio e il fine vita (ma qui non facevamo “scienze umane”, “sociologia”, ma bioetica, appunto, cioè filosofia).

  6. Trovo che la prospettiva che è più adeguata nello studio del comportamento umano sia quella di Weber. A mio parere, le scienze umane devono in qualche modo essere spiegate. Si può impiegare, per esempio, il metodo suggerisce Weber cercando di ricondurre le azioni a tipi ideali utopici e misurare quanto esse si avvicinino o meno a questi. Rimanendo, in qualche maniera, “avalutativi”, si è in grado di dare un giudizio logico e ponderato, che non si basa su sentimenti di empatia o, al contrario, ribrezzo, i quali finirebbero per distorcere la valutazione stessa.

    1. Può darsi che tu abbia ragione. Senz’altro le tue argomentazioni possono essere condivise, ma mi sembra che tu abbia risposto in modo un po’ affrettato (come dimostrano alcune imperfezioni anche formali: non sono le scienze umane a dover essere spiegate, ma semmai gli oggetti di cui esse si occupano) senza tener conto di tutti i possibili argomenti pro e contro la tua opinione e con scarsi riferimenti ai concetti introdotti nell’unità didattica con riferimento p.e. a Dilthey, alle varie forme di psicologia ecc.

  7. Secondo la mia opinione, visto che comunque si va a studiare il comportamento umano in molti campi e dunque si esegue una ricerca sono più d’accordo con Weber. Meglio non intaccare gli studi con la propria umanità e soggettività. Così facendo i risultati sono alterati perché passati sotto “modifiche” di un uomo che può pensarla in un modo o nell’altra. Visto che lo studio del comportamento è qualcosa che vedo come scientifico meglio mantenere le distanze appunto dai risultati.

    1. La risposta è debolmente argomentata, con scarsi riferimenti ai diversi argomenti pro e contro che hai potuto incontrare approfondendo in ogni sua parte l’unità didattica e con un lessico che, a sua volta, non sembra tenere in gran conto quanto dovresti avere studiato. Capisco che avete molte cose da studiare e che la situazione che viviamo è difficile, ma cerchiamo di fare un ultimo sforzo produttivo in vista di un esame di Stato soddisfacente e di una valutazione finale che renda ragione pienamente del vostro impegno di tre / cinque anni!

  8. L’approccio di Weber a mio parere è il più adeguato allo studio del comportamento umano in quanto , a differenza di Dilthey, lui riconduce la psicologia a una scienza idiografica che va studiata attraverso modelli e criteri, ma riconosce che come nell’economia, nella statistica o nella sociologia c’è un grado di imprevedibilità. Weber distingue quattro principali modi di agire:
    – quello tradizionale, ovvero quello abituale come ad esempio svegliarsi al suono della sveglia;
    -quello affettivo, spinto dalle passioni come se un contadino un giorno si svegliasse e , invece che andare ad arare i campi, uccidesse qualcuno, oppure spinto dai desideri o vocazioni
    -quello razionale secondo il valore , quando una cosa non è utile e non ho voglia di farla ma trovo che sia giusto farla ( un sacrificio per il bene degli altri);
    -quello razionale secondo allo scopo .
    L’uomo secondo me agisce secondo leggi di cui probabilmente non si rende conto e tende a comportarsi come la massa nonostante abbia comunque dei margini di libertà.Per questo, suddividere i comportamenti umani secondo modelli prestabiliti ci permette di identificare la psicologia come una vera e propria una scienza .

    1. Buona analisi e giustificate conclusioni. In realtà Weber era più interessato a sociologia ed economia, oltre che alla storia, ma senz’altro il suo modello potrebbe trovare applicazione anche in ambito psicologico.

  9. Considerando lo studio del comportamento umano in ambito storico, psicologico, economico e sociale ritengo più adeguata la prospettiva di Weber, poiché egli propone un’approccio oggettivo e applicabile in diversi ambiti. Infatti, egli ritiene che l’azione del singolo vada spiegata riconducendola a un tipo ideale, facilitando la comprensione dell’avvenimento stesso in quanto permette l’individualizzazione delle possibili anomalie rispetto al tipo tradizionale. Condivido inoltre il pensiero di Weber per quanto riguarda come dovrebbero comportarsi gli studiosi nei campi sopra elencati: egli dovrebbero attenersi ad un approccio avalutativo delle scienze e non confondere mai il piano del giudizio di valore con quello dei giudizi di fatto. Infatti sta ai singoli una volta appresa la nozione oggettiva assimilarla e renderla soggettiva.

  10. L’approccio di Weber a mio parere è il più adeguato allo studio del comportamento umano perchè sostiene che l’agire umano non è determinato da forze sociali esterne.L’analisi del pensiero di Weber parte dall’individuo, l’agire di tanti individui crea l’agire sociale, gli individui fanno la società. Inoltre Weber dice che non tutti i comportamenti delle persone hanno un carattere sociale, si ha socializzazione quando c’è una relazione con gli altri.
    Weber individua 4 tipi di agire sociale differenti:
    1)l’agire razionale rispetto allo scopo
    2)l’agire razionale rispetto al valore
    3)l’agire affettivo
    4)l’agire tradizionale
    Weber sostiene inoltre che i vari fattori sociali possono interagire tra loro e svilupparne altri, ciò che ha fatto nascere il capitalismo non è qualcosa di economico, è un’etica, lo spirito imprenditoriale deve avere sempre un’etica di partenza.
    Weber è lontano dal concetto di classe (Marx) che ha origine economica, parla di ceto sociale dove conta più la posizione professionale, gli stili di vita, il prestigio di cui gode una persona, non solo la posizione economica.

    1. La tua risposta è poco centrata. Non sembri rispondere alla domanda se sia preferibile l’approccio di Weber o quello di Dilthey (cuore del quesito), ma alla domanda se sia preferibile l’approccio di Weber o quello di Marx.

  11. Credo che l’approccio di Weber riguardo il comportamento umano sia quello più adeguato, in quanto, a parer mio, lo studio delle scienze umane dev’essere condotto in maniera oggettiva, non permettendo quindi alla propria soggettività di influenzare lo studio. Weber prende le distanze dall’approccio dello storicismo tedesco (Dilthey) e osserva che la focalizzazione sull’individuale non è cosa propria soltanto delle scienze umane: in generale ogni scienza, anche naturale, in quanto idrografica si occupa della genesi e dell’evoluzione di singoli oggetti. D’altra parte anche scienze umane come l’economia, la statistica o la sociologia si sforzano di supporre leggi generali. Su questa base egli crede che anche l’azione del singolo vada spiegata riconducendola ad un tipo ideale, facilitando così la comprensione dell’avvenimento stesso in quanto permette di individuare immediatamente delle possibili anomalie rispetto al tipo tradizionale. Secondo Weber la scienza deve restare sempre “avalutativa” e non confondere mai il piano dl giudizio di valore con quello dei giudizi di fatto. Inoltre condivido il fatto che nella spiegazione di fenomeni storico-sociali non debba intervenire alcuna immedesimazione, in quanto sembra implicare una sorta di empatia tra i valori dello studioso e quelli dei personaggi storici di cui egli si occupa.

  12. Secondo me nello studio delle scienze umane l’approccio di Weber è quello più adeguato. Esso infatti parte analizzando prima l’individuo, e non la società. Weber riteneva inoltre che l’agire del singolo individuo non avesse conseguenze sull’incidenza casuale degli eventi storici.
    Possiamo far riferimento all’esempio del soldato che diseredando non si reca alla “corsa agli armamenti”, una delle cause della prima guerra mondiale, non influenzando e cambiando il corso degli eventi.
    Inoltre di Weber apprezzo anche l’atteggiamento oggettivo che utilizza nei suoi studi, evitando di lasciare spazio all’empatia, a emozioni soggettive.
    Infatti lo scienziato dovrebbe separare il giudizio morale da quello oggettivo, che deriva dalla osservazione del fenomeno.

    1. Hai colto alcuni aspetti, ma la risposta è troppo limitata e trascura altre rilevanti dimensioni della questione.

  13. A mio parere la prospettiva di Weber mi sembra quella più adeguata in quanto usa un approccio oggettivo, applicabile in diversi ambiti. L’essere umano si comporta secondo delle leggi non stabilite e pensa come il resto della popolazione; le azioni di ogni singolo soggetto vanno ricondotte ad un tipo ideale, così da facilitare la comprensione ed individuare delle possibili anomalie che vanno contro il comportamento tradizionale. Dividere i comportamenti umani in dei modelli prestabiliti ci permette, quindi, di considerare la psicologia come una branca della scienza. Infine, secondo Weber, i fatti andrebbero raccontati così come sono, senza aggiungere pareri soggettivi, affinchè alla persona giunga un’argomentazione oggettiva; quest’ultima diventerebbe soggettiva in quanto ogni persona si creerebbe una propria opinione.

    1. Hai colto alcuni aspetti della prospettiva di Weber. Tuttavia, come in altri casi, dopo aver dichiarato il tuo accordo con essa, ti sei limitata a riferirla per sommi capi. Ma argomentare l’adesione a una concezione significa che cosa si ritiene più rilevante in questa concezione e perché.

  14. La risposta a questo quesito non è per niente scontata: infatti, dal mio punto di vista, se si prova a prendere le parti, sostenendo alla cieca un approccio di studio piuttosto che un altro , di uno dei due pensieri messi a confronto, ci si scontra inevitabilmente con i limiti di ognuno di essi; per questo motivo la mia risposta risiede in un ambito comune a entrambe queste due teorie.
    Ritengo, infatti, che l’approccio scientifico e “avalutativo” (che sembra poter richiamare la letteratura verista e naturalista rispettivamente italiana e francese) sia una scelta molto valida se si ha il fine di avere una conoscenza degli avvenimenti che interessano gli essere umani blanda e superficiale, ma se si vuole possedere una conoscenza degli avvenimenti di un livello superiore e approfondita risulta necessario utilizzare (in parallelo alla metodologia di Weber) anche l’approccio umanistica di Dilthey che consente un’analisi dettagliata e immersiva delle condizioni in cui riversavano gli esseri umani nella situazione che si vuole studiare.
    Allo stesso modo non possiamo utilizzare in modo strettamente esclusivo l’approccio di Dilthey in quanto esso si presta molto facilmente a fraintendimenti e a interpretazioni errate (dipendenti dai punti di vista che prendiamo).
    Per rendere più chiaro questa necessità di cooperazione prendo come esempio uno degli avvenimenti che ha caratterizzato il 20esimo secolo: l’avvento del nazismo e la figura di Hitler. Se si studia la figura di questo personaggio utilizzando come chiave di lettura la nostra soggettività si potrebbe arrivare quasi a provare pena per questa persona: un’individuo psicopatico e psicolabile che cerca sfogare la propria rabbia repressa (magari derivante da traumi infantili di cui non siamo a conoscenza) e che cerca di rendere la sua nazione un posto migliore con tutte le sue forze e con tutte le sue energie. A questa interpretazione si aggiunge la visione cinica e verificata dell’approccio di Weber: Hitler infatti risulta essere uno psicopatico genocida, assassino, manipolatore di masse che si impegnò a prendere potere in Germania, soprattutto tramite la violenza, e che la fece ristabilire economicamente con lo scopo di dominare il mondo intero tramite lo sfruttamento e l’uccisione di oltre 6 milioni di ebrei.
    In tale modo ci si crea un’immagine ben definita e completa di questo personaggio, basata sia sugli avvenimenti storici che sulla nostra interpretazione e immedesimazione soggettiva di essa.
    Nel medesimo modo si presenta una conoscenza frazionaria e incompleta se si tenta di utilizzare solo l’approccio di Weber, senza l’ausilio interpretativo soggettivo suggestionato da Dilthey.
    In conclusione ribadisco che nessuno dei due metodi di conoscenza a mio parere risulta completo e/o attendibile ma attraverso lo sfruttamento di entrambi si può arrivare a una conoscenza di un livello superiore (che in fin dei conti è quella che viene richiesta a noi studenti in materie come storia e filosofia: ci viene infatti richiesto sia di sapere gli argomenti di studio sia una interpretazione soggettiva e pensieri personali su di essi).

    1. Abbiamo già discusso in parte quanto hai scritto in presenza. Ricordati che l’approccio weberiano non implica valutazione di carattere morale.

  15. Credo che la teoria di Weber sia un metodo efficace di lavoro per qualsiasi campo (psicologico, economico, etc.) poiché grazie ai tipi di agire (tradizionale, affettivo, razionale secondo il valore e razionale secondo lo scopo) si è in grado di analizzare un comportamento umano in modo adeguato e, in alcuni limiti, predire come una massa si possa muovere (si pensi al “target” a cui diverse aziende si ispirano per un loro prodotto, a seconda di come queste persone hanno reagito a diversi prodotti sono in grado di comprendere quale approccio adottare con un oggetto nuovo). Inoltre grazie a questi tipi si possono comprendere i poteri politici e i modelli etici che sono diffusi nella nostra società, avendo così un’idea generale di come questa funzioni e del perché certi fenomeni storici siano avvenuti (ad esempio si può comprendere in modo migliore il motivo del perché Hitler si sia mosso in una certa maniera piuttosto che un’altra).
    La struttura di Weber seppur molto adeguata nello studio della storia e di quello delle masse appare però essere meno efficace quando ci si rivolge al singolo individuo. Uno psicologo dati i parametri di Weber non è in grado di predire il movimento di un suo paziente, forse la comprensione degli atti precedenti può essere accurata, però manca di uno sguardo al futuro. Quando una persona si approccia direttamente a un’altra dovrebbe essere in grado di immedesimarsi in questa per poterla aiutare, farla sentire compresa e non davanti a una persona che la considera solo come un oggetto dello studio. La soggettività risulta importante quando si discute tra individui, poiché siamo esseri umani empatici e questa nostra particolarità ci aiuta a comprendere l’altro meglio di qualsiasi schema prefissato.

    1. Ottima analisi, quasi più precisa e motivata di quella che hai prodotto durante il colloquio a distanza su un tema simile.

  16. Ritengo che sia più giusto studiare le scienze umane in modo asettico e oggettivo.
    Dunque, mi ritengo in disaccordo con l’idea di immedesimazione di Dilthey, mentre mi ritrovo più vicina all’approccio di Weber di cui ritengo particolarmente interessanti (efficienti e attualmente utilizzati) il criterio della Possibilità Oggettiva di Weber, che pone particolare importanza ai rapporti causa-effetto presenti nella storia, e l’approccio del “Tipo Ideale”, secondo cui noi stessi abbiamo creato dei “Tipi astratti”, perlopiù stereotipati, a cui ci rapportiamo al fine di spiegare e comprendere certi comportamenti.
    (questo metodo, oltre ad essere utilizzabile in psicologia, è utilizzato tutt’oggi per lo studio delle materie umanistiche, ad esempio noi tutti abbiamo studiato il Romanticismo, con tutte le caratteristiche tipiche di quel movimento; tuttavia non troveremo nessun poeta o pittore romantico che abbia interiorizzato tutti i tratti tipici che NOI abbiamo dato a quel movimento: ecco dunque che anche noi, tutt’oggi, studiamo materie umanistiche secondo la teoria del “Tipo ideale”.)

    1. Buona riflessione. Forse avresti potuto utilizzare la parte conclusiva in parentesi per argomentare il tuo accordo con la prospettiva oggettivistica (è quella di fatto ancor oggi praticata).

  17. Penso che sia importante l’oggettivitá nel riportare alcuni fatti. Infatti Weber lo studio dei comportamenti stereotipati non dovrebbe avere degli elementi soggettivi in quanto questi distoglierebbero l’attenzione dell’evento, ma invece, dovrebbe essere raccontato in modo piú oggettivo possibile per lasciare una libera scelta e opinione.
    Infatti se per esempio consideriamo l’approccio di Dilthey e lo applichiamo allo studio della Seconda Guerra Mondiale risulta superficiale il fatto che la guerra è negativa, ma utilizzando lo studio di Weber e quindi uno studio oggettivo possiamo comprendere gli eventi e capirne anche la causa attraverso la teoria della possibilità oggettiva che serve per valutare la causalitá di un evento rappresentando ciò che sarebbe successo se quel evento non fosse accaduto.

  18. A mio parere, la prospettiva migliore nell’analisi del comportamento dell’uomo in ambito psicologico, sociale, storico ed economico è quella fornita da Weber, in quanto propone una serie di modelli, i tipi ideali, ai quali fare riferimento per comprendere determinati fenomeni comportamentali, ma che devono essere affiancati da una ponderazione il più possibile oggettiva dei fatti, nonostante vi sia ovviamente un margine di soggettività nella valutazione. A differenza di Dilthey, Weber non intende quindi immedesimarsi nell’individuo oggetto di studio, perché comporterebbe la presenza di un’inevitabile parte soggettiva, ma cerca di analizzare le cause e i fenomeni, anche con il criterio della possibilità, che mette in evidenza la reale influenza di un evento in relazione all’oggetto in analisi.

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