Il bene in una prospettiva materialistica

Supponiamo, ora, che, come sostengono i filosofi atomisti (criticati, come abbiamo visto, da Aristotele), tutto sia costituito da nient’altro che da atomi a da vuoto, senza alcun fine e senza alcuna tendenza “naturale” a generare forme organiche.

Sappiamo che questa visione atomistica è un modo (diverso da quello seguito prima da Platone e poi da Aristotele) di conciliare il principio di Parmenide, secondo il quale “ciò che è è e non può non essere” (che si può anche esprimere nella forma invertita: ex nihilo nihil, cioè “nulla viene dal nulla”), con l’esperienza sensoriale del divenire e della molteplicità delle “cose”.

In questa prospettiva radicalmente materialistica (perché la causa fondamentale di tutto sarebbe la “materia”, fatta appunto di atomi in movimento) e meccanicistica (perché la sola altra causa introdotta sarebbe la causa efficiente, intesa come l’azione esercitata reciprocamente dagli atomi nel momento in cui si incontrano, urtandosi, aggregandosi e disaggregandosi in modo casuale, “meccanicamente”), che scopo potremmo dare alla nostra vita? Quale sarebbe il bene che potremmo perseguire? Se la filo-sofia, come ci ha insegnato Socrate (contemporaneo dei primi atomisti e precedente ad Epicuro), è ricerca della saggezza, ossia della scienza del bene, qual è appunto il bene che possiamo ricercare se abbiamo “scienza” del fatto che tutto obbedisce a cause puramente meccaniche? In termini tecnici: quale etica è implicata in una fisica meccanicistica?

La domanda è meno oziosa di quello che si potrebbe credere, se consideriamo che ancor oggi, anzi oggi forse più di un tempo, molti di noi, soprattutto coloro che non aderiscono a concezioni “religiose”, fidando soltanto in quello che ci suggerisce la ricerca scientifica, concepiscono l’universo in termini materialistici e meccanici, proprio fecero come gli antichi atomisti  nel V sec. a. C. (forse per la prima volta nella storia dell’umanità!).

Certo, oggi non pensiamo più che i costituenti più piccoli dell’universo siano “atomi” nel senso preciso in cui li pensavano i Greci. Preferiamo parlare di particelle subatomiche, in via di principio ulteriormente scomponibili (negli acceleratori di particelle), intese non tanto come “mattoncini” ultimi della realtà, quanto come forme di energia. In un certo senso non distinguiamo più nettamente le cause “materiali” da quelle “efficienti” nella misura in cui consideriamo che tutto è “energia” (anche la materia). Si potrebbe dire che siamo “ritornati” a Parmenide: tutto è uno, una forma di essere unica, eterna e indistruttibile (anche se “mobile”, a differenza di quello che pensava Parmenide!), che chiamiamo “energia” (principio di tutte le cose, in cui tutte si risolvono e da cui tutte scaturiscono). Tuttavia, senza approfondire questa differenza tra “noi” e gli antichi atomisti, la moderna immagine “scientifica” del mondo sembra condividere con l’antica concezione atomistica il meccanicismo di fondo, inteso come assenza di cause finali e formali e, a maggior ragione, di un’intelligenza divina organizzatrice.

Una volta che ci siamo immaginariamente “collocati” in questo universo meccanico e senza scopo, né senso, chiediamoci: “Che cosa dovremmo ragionevolmente fare? Come dovremmo comportarci per essere felici? Qual è la cosa migliore che potremmo fare?”.

Prima di rispondere consideriamo le implicazioni della totale mancanza di fini (e, quindi, si direbbe “di senso”) nell’universo. Non c’è nessun Dio che ci ama, né una Provvidenza divina, né una vita dopo la morte. Siamo soltanto “corpi” (aggregati di atomi) che si muovono, non diversamente dagli altri animali. Siamo certamente dotati di “ragione”, ma senza altro fine, apparentemente, che quello di servircene per far “funzionare” al meglio la “macchina” del nostro corpo… O potremmo avere altri scopi? Ma quali in un orizzonte radicalmente materialistico?

Chi crede che tutto sia costituito di sola materia, ad esempio di atomi in movimento, e nega l’esistenza di anime separabili dal corpo e, a maggior ragione, di divinità misericordiose e provvidenti, in grado di orientare la “vita” del cosmo sulla base di nobili fini, che etica dovrebbe coltivare?

A differenza di quello che si potrebbe credere, storicamente concezioni materialistiche e meccanicistiche in campo fisico, come quelle degli antichi atomisti, non comportano “automaticamente” concezioni edonistiche in campo etico (ossia concezioni secondo le quali sarebbe intelligente abbandonarsi al piacere senza limiti e senza regole), come testimonia il caso sorgivo dell’etica di Democrito, che si distingue per “elevatezza” e profondo senso (tipicamente “greco”) della misura (cfr. U1, cap. 4, § 2, La dottrina etica e politica, pp. 78-79).

Tuttavia, non risulta del tutto chiaro il rapporto tra la fisica materialistica di Democrito e la sua etica “elevata”.

Diverso il caso di Epicuro, la cui etica è fondata esplicitamente su una fisica atomistica di derivazione democritea (da cui differisce solo per l’introduzione dell’ipotesi del clinamen, ossia l’ipotesi secondo la quale talvolta gli atomi si allontanerebbero “liberamente” dalle traiettorie che sembrerebbero destinati a seguire, ipotesi introdotta per “salvare” la libertà di scelta dell’uomo, cfr. U5, cap. 2, § 5, Il movimento degli atomi e la distanza da Democrito, pp. 403-4).

Approfondiamo, a questo punto, la dottrina etica di Epicuro

  1. leggendo la Lettera a Meneceo (che abbiamo letto quasi integralmente in aula e di cui puoi rileggere alcuni passi commentati anche sul manuale, cfr. pp. 410-11)
  2. studiando il quadrifarmaco che ti può aiutare a meglio intenderla (cfr. U5, cap. 2, § 3, p. 400)
  3. inquadrando, infine, il tutto sulla pagina di questo sito dedicata e sul manuale (U5, cap. 3, §§1-2, pp. 399-400; § 6, pp. 405-7).

Il messaggio di fondo sembra essere questo: “Cogli l’attimo (carpe diem, ripreso dal poeta latino Orazio), perché oggi ci siamo, domani chissà, essendo fatti di atomi che casualmente si aggregano e si disgregano; ma godi del presente senza però sacrificare il tuo futuro cadendo nel vizio, il quale ci toglie il piacere, perché vi ci fa abituare e lo ripaga spesso con il dolore”. L’epicureo, dunque, lungi dall’abbandonarsi a piaceri senza ritegno, esercita le virtù etiche fondamentali care a tutti i Greci (soprattutto la temperanza o moderazione, p.e. nel bere e nel mangiare), non in quanto fini a se stesse, ma come mezzo per preservare la propria capacità di godimento.