Lo spazio presuppone la coscienza ed è originariamente prospettico

assi cartesiani

Usciamo ora immaginariamente da noi stessi  e cerchiamo di concepire l’universo senza presupporre che se ne sia coscienti. Che cosa ne risulta?

  • Se ammettiamo che il tempo presupponga la coscienza (così come le forze e le proprietà emergenti), si potrebbe pensare, in prima battuta, a un universo disteso in 4 o (secondo p.e. la teoria delle stringhe) in più dimensioni, tutto “simultaneo” o meglio fuori del tempo, tale che in punti di coordinate x, y, z ecc. “esso” o qualcosa in esso assuma coscienza (e, da quella peculiare prospettiva “in poi”, faccia apparire l’universo quale noi lo percepiamo, disteso in tre dimensioni spaziali e contraddistinto da uno scorrere del tempo).

Si, ma anche questa cosiddetta “varietà” multidimensionale verosimilmente esiste solo “nella nostra testa” (nella mia, nella tua, meglio ancora in quella di Einstein o di Green, il celebre teorico delle “stringhe”), non certamente in quella del famoso “uomo della strada”.

Si tratta di modelli, che estendono variamente lo spazio isotropo cartesiano, ma che, non meno di questo, hanno solo carattere concettuale, non fisico.

  • Come puoi affermare un cosa simile?

Consideriamo il “semplice” spazio cartesiano isotropo, nel quale, in prima approssimazione, possiamo supporre di essere immersi.

Supponi che l’altezza degli oggetti che vedi si dimezzi (che l’altezza dello schermo che hai di fronte si riduca della metà e così tutto il resto). Supponi che, simultaneamente, anche la tua altezza si dimezzi e così quella dei tuoi organi di senso e, in generale, quella di tutte le cose (comprese le onde luminose che, provenienti dagli oggetti esterni, colpiscono le tue retine). Non ti accorgeresti di nulla, è vero? Poiché tutte le proporzioni sarebbero conservate, ti sembrerebbe che tutto fosse rimasto uguale.

schermo

Supponi ora che la riduzione della dimensione dell’altezza sia totale: la dimensione sparisce del tutto e il mondo rimane piatto, a due sole dimensioni, come nel romanzo Flatlandia di Abbott. Se, nonostante questa riduzione totale, le informazioni provenienti dagli oggetti esterni e decodificate dal tuo cervello fossero le stesse (come sarebbe ad ogni singolo stadio della progressiva riduzione, senza soluzione di continuità), ancora non ti accorgeresti di nulla, il mondo continuerebbe ad apparirti a tre dimensioni.

Supponi ora che anche le altre due dimensioni residue dello spazio (lunghezza e larghezza) si contraggano fino a scomparire, ma le informazioni che decodifichi continuino a rimanere le stesse. Ancora non ti accorgeresti di nulla. Saresti un punto coincidente con l’intero universo ma non te ne saresti minimamente accorto. Tutto sarebbe identico.

Ora, la mia tesi non è semplicemente: potrebbe essere proprio così, ciascuno di noi è l’universo stesso, contratto in un punto inesteso, anche se non se ne accorge.

La mia tesi è che è del tutto irrilevante la differenza tra questa ipotesi e l’ipotesi che, invece, le cose siano come appaiono (distese in tre dimensioni). Infatti, manca un sistema di riferimento “terzo” o una prospettiva a partire dalla quale sia possa giudicare quale ipotesi sia corretta. Esistono solo i sistemi di riferimento e le prospettive interne a questo universo.

I diversi modelli di spazio che adottiamo sono proprio quello che sembrano: modelli, “scorciatoie” per organizzare in modo efficiente le informazioni che ricaviamo dalla nostra esperienza.

La geometria dello spaziotempo, in particolare, può venire interpretata come un codice quantistico di correzione degli errori (relativi a informazioni precedentemente compresse all’interno di un modello di universo olografico) [cfr. Pastawski et al.]

Solo il flusso delle informazioni costituisce un invariante, mentre le distorsioni dello spazio e del tempo, adottando un approccio correttamente relativistico, sono irrilevanti.

Si mostra, cioè, che, mentre lo spazio è apparente (la sua “esistenza” è una questione di prospettiva o di sistemi di riferimento), reali sono soltanto le informazioni.

Del resto a queste conclusioni è giunta anche la fisica contemporanea, almeno secondo diversi suoi esponenti, come Nima Arkani-Hamed che afferma:

Tutti noi o quasi crediamo che lo spaziotempo non esista, che lo spaziotempo sia condannato, e che vada sostituito da componenti più primarie.

Cfr. anche il Nobel David Gross:

Tutti i sostenitori della teoria delle stringhe sono convinti [...] che lo spaziotempo sia condannato. Ma non sappiamo da che cosa verrà sostituito.
[cfr. Einstein and the Search of Unification, in "Current Science", 89, 12, pp. 2035-40]

Così Nathan Seiberg:

Sono quasi certo che lo spazio e il tempo siano illusioni. Si tratta di concetti primitivi che verranno sostituiti da qualcosa di più sofisticato.
[cit. in K. C. Cole, Time, Space Obsolete in New View of Universe, in "Los Angeles Times", 16-11, 1999]
  • Eppure lo “spazio” sembra qualcosa di molto solido…

Lo è senz’altro. Ma si tratta di intendere bene quello di cui si tratta.

Come sai in fisica si è elaborato il concetto di “spazio della fasi“, anche chiamato, con qualche variazione semantica, “spazio della configurazioni” o “spazio delle proprietà”.

Supponi di voler rappresentare nel tempo la variazione della colorazione e della collocazione di un pixel su uno schermo di pc. Hai bisogno di due parametri/coordinate per lo spazio del monitor (altezza e lunghezza), un parametro per il tempo, e tre parametri per l’intensità dei colori di base R, B, G, dalla cui combinazione scaturisce il colore percepito. Questa variazione può quindi venire rappresentata come una curva in uno spazio delle fasi a 6 dimensioni. E si potrebbero fare esempi tratti dalla variazione del moto di un pendolo, dall’evoluzione del moto di un cilindro rotante su se stesso in caduta libera ecc.

Ora il punto è questo. Non sono tanto questi spazi delle fasi una rielaborazione ad hoc, motivata magari da ragioni pratiche, del “normale” spazio tridimensionale cartesiano, ma, al contrario, lo spazio cartesiano, non è che un caso particolare di spazio delle fasi!

  • Oggi, comunque, in campo scientifico le vedute cartesiane e newtoniane, che tu riduci a semplici modelli di comodo (spazi delle fasi), mi sembrano, ormai, corrette e superate, dalla teoria della relatività di Einstein,  a cui ho alluso all’inizio: abbiamo imparato a interpretare lo spazio che ci circonda come un continuum a 4 dimensioni, uno spazio ellittico, riemanniano, curvato dalla presenza di masse gravitazionali, piuttosto che come uno spazio uniforme, euclideo…

spaziotempo piegato

Anche lo spaziotempo di Minkowsky, implicato nella teoria della relatività generale, rimane in ultima analisi uno spazio cartesiano, descrivibile adottando un sistema a quattro assi (ai quali se ne possono aggiungere anche altri, restando in “territorio cartesiano”; come fa, ad esempio, teoria della stringhe, che perviene a postulare spazi a 11 e più dimensioni per “salvare i fenomeni” subatomici). Si tratta, dunque, ancora, di uno spazio isotropo, anche se non uniforme, interpretabile sempre come spazio delle fasi.

  • A me sembra che lo spazio di Minkowski-Einstein sia dimostrabilmente lo spazio “reale”.

In generale, come suggerisce  Wilczek,

la relatività è l'idea che lo stesso soggetto può essere rappresentato, fedelmente e senza alcuna perdita, in molti modi diversi. La relatività, in questo senso, è l'essenza stessa della geometria proiettiva. Possiamo dipingere la stessa scena da molte prospettive diverse. [...] Tutte rappresenteranno le stesse informazioni sul soggetto, anche se codificate in modo diverso
[F. Wilczek, Una bellissima domanda, p. 66]

Considera questo. Lo spazio di Einstein  corregge lo spazio euclideo, inserendovi le distorsioni prodotte dall’azione delle masse in gioco, trasformando, di fatto, questo spazio euclideo in uno spazio appunto riemanniano (nel quale, per intenderci, tutte le rette, anche quelle che, per distanze limitate, sembrano parallele, sono in qualche punto convergenti). Tuttavia che cosa ci impedisce di operare un’ulteriore trasformazione?

  • Di che genere?

Come sai, Einstein ha preso alla lettera le trasformazioni di Lorentz e, in buona sostanza, si è chiesto: “Come devono venire accorciati gli spazi e dilatati i tempi, in rapporto a un osservatore in movimento rispetto all’oggetto della sua osservazione, se la velocità della luce deve restare costante per qualsiasi sistema di riferimento?”.

Si potrebbe, tuttavia, altrettanto bene estendere questo principio di relatività nel senso concepito da David Bohm:

Given any structural relationship as described in a frame of coordinates corresponding to a certain velocity, it is always possible to have a similar structural relationship as described in a frame of coordinates corresponding to any other velocity
[David Bohm, Wholeness and the Implicate Order, Routledge, New York 1980, p. 210].

Possiamo, cioè, ammettere la totale “plasticità” (entro certi limiti “arbitrarietà”) del  sistema di coordinate adottato nel descrivere un fenomeno: per qualsiasi velocità, nella formulazione di Bohm; per qualsiasi punto di osservazione, nella mia ipotesi.

Si può giungere per tale via rapidamente a ciò che sostengono, nell’interpretazione di Raymond Ruyer, i c.d. “gnostici di Princeton” (tra cui è possibile annoverare, almeno come loro precursore, lo stesso David Bohm), cioè che tutto ciò che appare, appare in un certo modo piuttosto che altrimenti in funzione del fatto di venire osservato, cioè del fatto che se ne sia coscienti.

Esiste una relatività coscienza-corpo come una relatività immobilità-movimento. Secondo Minkowski-Einstein, ogni movimento rettilineo uniforme, di velocità inferiore a c (la velocità della luce), è sempre riconducibile a uno stato di riposo [...]. Sono gli altri sistemi che si muovono, non il mio. [...] Così, sono sempre gli altri che sono "corpi", io non sono corpo. Ciò che io chiamo il mio corpo è solo una costruzione secondaria, fatta con l'aiuto degli specchi, così come i miei domini subordinati divenuti oggetti.  Io sono "presenza qui-ora", dominio di coscienza, e virtualmente "Io".  [...] Lo schema "io-qui" e "oggetto-altrove", che si può ricalcare su quello di Minkowski, ne è in realtà all'origine. [...] Ogni "io" può dire che è sempre vissuto [...] e che è nel luogo stesso della creazione dell'universo, che ne è il centro eterno, che è Spirito e che è lo Spirito [Ruyer, pp. 65-66].

Del resto che, in ultima analisi, il gioco dei “sistemi di riferimento”, introdotto dalla relatività, alluda alla coscienza, come punto di riferimento fondamentale, è suggerito anche da una circostanza.  Secondo la teoria della relatività, se viaggiassimo alla velocità della luce come i fotoni, verrebbe meno la dimensione dello spazio perpendicolare alla direzione del nostro moto!

Per tacere dei paradossi della meccanica  quantistica che ci suggeriscono, come possiamo ampiamente argomentare, che l’universo sia intrinsecamente non locale, dunque a-spaziale.

Ecco, allora, che, in ultima analisi, tutti questi diversi “spazi”, pure elaborazioni concettuali, possono essere ricondotti alla coscienza. Ma noi dovevamo immaginare che cosa potrebbe essere l’universo quando non se ne è coscienti! Dovevamo costruire un modello del noumeno, ricordi?

  • Va bene. Ammettiamo, allora, che lo spazio, come lo conosciamo, presupponga, come il tempo, la coscienza. Tuttavia, poiché non possiamo immaginarci fuori dallo spazio, una volta introdotta la coscienza, si potrà almeno affermare che lo spazio che ci circonda è proprio quello che sembra, uno spazio a 3 o più dimensioni…

Ne sei certo? Noi percepiamo, di fatto, uno spazio proiettivo/prospettico attorno a ciascuno di noi, in cui persone vicine appaiono molto più grandi delle stesse persone lontane.

curvospettiva

Si ritiene comunemente che si tratti di un’illusione ottica: le persone sono sempre uguali, perché il “vero” spazio sarebbe quello cartesiano, isotropo (identico da tutti i punti di vista).

Ma se lo spazio cartesiano è solo uno spazio della fasi, un modello teorico  adottato per comodità, per rendere conto dei fenomeni, lo spazio prospettico è piuttosto quello originario, ciò di cui facciamo esperienza immediatamente, prima di ogni altra considerazione. Questo spazio, infatti, non tanto presuppone la coscienza, quanto, in un certo senso, è lo spazio della coscienza stessa, almeno in quanto coscienza di Homo sapiens.

  • Lo vedi? Dunque almeno uno “spazio reale” (hai affermato che si tratta di uno “spazio originario”) esiste, accanto alla coscienza.

“Non accanto”, ma come spazio della coscienza. Possiamo, certamente, chiamarlo “spazio”, ma attenzione: è privo di dimensioni!

  • In che senso?

Non c’è uno “spazio prospettico” che dal “quadro” (in senso tecnico, rinascimentale), così come appare all’osservatore, “si allunghi” fino al punto all’infinito: questa è una ricostruzione non prospettica, ma cartesiana, dello spazio prospettico.quadro_prospettico

C’è solo quello che appare, un insieme di informazioni (colori, suoni ecc.) che si dispongono, nel tempo, sulla “lavagna” (sul “quadro”) della nostra mente sulla base di algoritmi (le “idee” platoniche, le “categorie” di Kant ecc.) che, in gran parte, ci sfuggono.

  • Ma lo spazio “proiettivo/prospettico” (studiato da Brunelleschi & co. con un certo successo) non è a sua volta un’astrazione?

Non direi. Se consideriamo l’esser-ci o coscienza non altro che la forma che ciò che esiste, in generale, assume quando è percepito e concepito, ossia nel solo modo in cui esso è dato (“ciò che è” è sempre qualcosa di determinato che appare ora, in un determinato modo e in un determinato luogo (“ci”, qui)), il  “ci” di “esser-ci” è, dunque, il modo in cui l’essere si manifesta. In una parola: sempre in prospettiva (almeno all’Homo sapiens).

In ogni determinata prospettiva gli “oggetti” emergono da uno sfondo comune, in ultima analisi da un “punto all’infinito” (per rimanere nella metaforica della prospettiva in senso tecnico, rinascimentale).

Si tratta dello “sfondo” da cui emergiamo anche noi, che sembriamo avere coscienza di “oggetti” (“sembriamo” perché la coscienza non appartiene più al “soggetto” che all’ “oggetto” ma coincide con l’apparire degli oggetti a un soggetto o, il che è lo stesso, con il percepire oggetti da parte di un soggetto).

  • Quale, allora, la funzione degli “spazi delle fasi”, come lo spazio cartesiano?

Lo spazio cartesiano può essere considerato una sorta di “scala temperata semitonale di Bach”, adottato per “salvare i fenomeni”, semplificandone la descrizione, e fin tanto che serve allo scopo.

In effetti una persona lontana “è” più piccola, ma si ingrandisce, avvicinandosi, secondo regole precise. Questo viene “semplificato” nello spazio cartesiano assumendo che essa sia sempre uguale. Così una stella lontana appare ora in un certo modo. Questo viene semplificato e reso coerente con altri dati assumendo che la sua luce sia stata emessa un certo numero di anni fa. Ma si tratta solo di modelli esplicativi che possono essere modificati a piacimento, a condizione di salvare i fenomeni.

Da questo punto di vista è indifferente adottare un modello a 4 dimensioni contraddistinto da certe particelle elementari o un modello a 11 dimensioni contraddistinto da stringhe, basta salvare le apparenze: si tratta di “spazi” teorici, non reali. Tale è anche il “normale” spazio cartesiano.

  • Mi sembra bizzarro che una persona piccola poi diventasse grande avvicinandosi a me, mentre la vedo. Ma questo sarebbe il portato della tua ipotesi secondo la quale lo spazio originario sarebbe quello prospettico.

È anche bizzarro che, se un treno sfreccia davanti a te a una certa velocità, il suo tempo interno rallenti e la sua lunghezza si accorci, come prevede la teoria della relatività ristretta…

Lo “spazio cartesiano”, così come quello “einsteiniano” (ma la cosa vale anche per l’universo a 11 dimensione supposto della c.d. “teoria della stringhe”), insomma lo spazio postulato come isotropoindifferente all’osservatore che lo abita, in ultima analisi, non è che una rappresentazione delle regole attraverso le quali ci rappresentiamo prospetticamente le cose. In ultima analisi, come scrive Wilczek (cfr. Una bellissima domanda, p. 13),

risalire dalle immagini che riceviamo agli oggetti che le causano è uno spinoso problema di geometria proiettiva inversa

che, possiamo aggiungere, la nostra intelligenza riesce abilmente a risolvere.

  • In che senso?

L’universo funziona in questo modo: quando appare un fiore a una certa distanza in effetti la coscienza riceve, in input, una certo numero di informazioni e l’anima soggiacente si domanda all’incirca: fiore_prospettico“Come dovrebbe apparire questo fiore se ‘io’ fossi immersa – cosa che non è! – in uno spazio cartesiano e mi trovassi in questo determinato punto?”. Il fiore che appare in output è semplicemente il risultato della computazione operata in tal modo.

Analogamente, posto che sul quadro (nell’accezione prospettica del termine) della mia coscienza appare una certa immagine del mondo, come dobbiamo rappresentarci nel reticolo di Minkowski gli intervalli spaziotemporali affinché ci si possa immaginare che essi possano essere proiettati su tale quadro? Come devono essere corrispondentemente misurate le masse e le forze in gioco, in rapporto a me che le osservo?

La prospettiva da cui guardo al mondo non deriva, dunque, realmente da un universo quadridimensionale originariamente non prospettico, ma, all’inverso, quest’ultimo non è che una rappresentazione secondaria che scaturisce da un’ulteriore elaborazione “intellettuale” (matematica) delle informazioni contenute nell’ordine implicato.

Altri esempi: un oggetto che mi si presenta alto e largo la metà di un altro e che, pertanto, mi offre una superficie pari a un quarto di questo, se me lo rappresento come se fosse distante da me il doppio  del primo, lo supporrò uguale al primo (vigendo, in geometria proiettiva, una legge che ricorda non a caso quella di Newton, ossia la legge secondo la quale certe grandezze – qui le aree – diminuiscono secondo l’inverso del quadrato della distanza dall’osservatore); una stella distante 10 anni luce, misurati nello spazio di Minkowski, sebbene si possa immaginare che mi appaia come “era” 10 anni fa, è esattamente come è adesso, dal momento che 10 anni fa non avrei certo potuto “vederla” nella prospettiva dalla quale la vedo ora, ossia nel solo modo in cui essa può “essere” veduta dalla Terra.

N. B. Nella logica della prospettiva vige la legge della simultaneità – o sincronia – di tutto quello di cui si fa – adesso – esperienza, salvo che poi questa o quella parte del tutto (pensiamo a una stella o a una galassia “lontana”) venga “riproiettata” sullo spazio di Minkowski per studiarla come se la osservassimo qual essa “era” in un determinato tempo antecedente.

Si può intendere perfettamente la cosa se si adotta l’approccio di Karl Pribram [cfr. Brain and perception: holonomy and structure in figural processing, Lawrence Erlbaum, Hillsdale, N. J. 1991]: l’universo percepito non sarebbe che un ologramma “prodotto” dalla nostra mente (ma a partire da “qualcosa” che la “orienta” in un certo modo piuttosto che in altro – salvo scoprire che questo “qualcosa” è un’altra “faccia” della mente medesima -).

Secondo un altro punto di vista, quello di Donald Hoffman,

le distanze spaziali codificano i costi per procurarsi le risorse: una mela che possiamo procurarci spendendo poche calorie appare a un metro di distanza, ma una mela che costa più calorie appare molto più lontana.
[La realtà è un'illusione, p. 177]

Il punto fondamentale è dunque il seguente: le cose, quali sono “trasformate” in prospettiva, sono più propriamente ciò che esse veramente sono, laddove nello spazio astratto e omogeneo di Minkowski, così come nella sua evoluzione curvilinea, (privo di punti privilegiati quali il punto di vista e il punto all’infinito) esse, piuttosto che essere, appaiono.

Avvicinandosi “a me” (un “io” illusorio, fatto coincidere col punto di vista attuale) un oggetto cresce effettivamente in dimensioni (quanto cresce proporzionalmente la forza gravitazionale che esercita sul mio corpo) in un modo che non può essere considerato riduttivamente soggettivo.  Ciò accade secondo precise leggi di geometria proiettiva inversa, che mi consentono di ricostruire intorno a me un immaginario spazio isotropo.

Sotto questo profilo si risolve il celebre paradosso di Einstein:

L'eterno mistero del mondo è la sua comprensibilità [...] Il fatto che sia comprensibile è un miracolo. [da Fisica e realtà, in "Franklin Institute Journal", 1936].

Infatti, la “nostra” matematica (qui nella versione della geometria “proiettiva”) è così capace di rendere ragione dei fenomeni proprio perché essi appaiono come tali solo a noi: essi non sarebbero ciò che sono se noi stessi non fossimo ciò che siamo (con il nostro apparato percettivo e cognitivo), secondo l’immortale lezione di Kant.

  • Se tutto ciò che è è sempre in prospettiva, come si spiega l’efficacia della descrizione dell’universo attraverso un sistema di assi cartesiani?

Il sistema di assi cartesiani è uno strumento efficace, ma non per questo necessariamente “verosimile”. Analogamente gli epicicli tolemaici salvavano efficacemente i fenomeni (il moto planetario), ma ciò non implicava che i pianeti seguissero effettivamente quelle complicate orbite.

Più in generale la ricostruzione scientifica dell’universo, in quanto prescinde per costruzione dall’osservatore, non è che un paradigma esplicativo (nel senso in cui intende questo termine Thomas Kuhn), “localmente neutro” , logicamente coerente (“dianoeticamente” svolto), basato su ipotesi, capaci di salvare i fenomeni, ma non necessariamente vere.

Verosimilmente si tratta di astrazioni che “perdono” alcune informazioni, come accade quando si tenta di proiettare su una superficie piana una mappa disegnata su una superficie sferica. “Ai bordi” di tale ricostruzione si registrano, infatti, ad es. le caratteristiche distorsioni relativistiche prodotte dal sistema di riferimento solidale con l’osservatore e  quelle determinate dall’incidenza dell’apparato di misurazione che egli adopera sui dati rilevati nella fisica delle particelle (quantistica). Insomma si rileva una caratteristica sfocatura.

Si tratta, comunque, di modelli, talora perfettamente equivalenti (pensa ai modelli astronomici di Tolomeo, Tycho Brahe e Copernico, in un certa fase del loro sviluppo, o, più modernamente, al modello standard delle particelle subatomiche e alla teoria delle stringhe), dunque intercambiabili, per rendere ragione di fenomeni; dai quali tali modelli risultano comunque “sottodeterminati” (cioè tali che nessuno di questi paradigmi risulta strettamente necessario per spiegarli), restando sempre da comprendere perché questi e non quei fenomeni si verifichino qui e ora.

  • Dunque è così? Lo spazio prospettico è lo spazio originario? Anche se presuppone la coscienza ed è privo di dimensioni, in quanto originario è comunque qualcosa di coeterno all’essere e alla coscienza, non meno del tempo, è corretto?

Fino a un certo punto. Mentre, infatti, ci è difficile concepire una coscienza fuori del tempo, possiamo immaginare una coscienza fuori dallo spazio. Pensa soltanto al “non luogo” in cui ci troviamo durante il dormiveglia.

Secondo p.e. Frank Wilczek e altri (ma si potrebbe anche evocare il “bias” derivante dagli observation selection effects di cui tratta Nick Bostrom in Anthropic bias) il nostro universo appare alla scienza “spazializzato” in questo modo perché noi sapiens siamo organismi “visivi”, che tendono a dare significato a ciò che può essere rappresentato davanti agli occhi. Un organismo “olfattivo” o “tattile” percepirebbe prima e concepirebbe poi un universo costituito da variazioni di odori o di pressioni ecc.

Noi esseri umani siamo soprattutto creature visive. [...] Per creature che percepiscono il mondo soprattutto attraverso l'olfatto, come la maggior parte dei mammiferi, sarebbe molto difficile capire la fisica come la conosciamo, anche se fossero molto intelligenti sotto altri aspetti. Si può immaginare che i cani, poniamo, si evolvano come creature sociali estremamente intelligenti, sviluppino il linguaggio e vivano una vita ricca, piena di interessi e di gioia; privi però dei tipi specifici di curiosità e di punti di vista, basati sull'esperienza visiva, che portano al nostro genere di comprensione del mondo fisico. Il loro mondo sarebbe ricco di reazioni e decadimenti - avrebbero attrezzature per esperimenti chimici, modi di cucinare elaborati, afrodisiaci e, come Proust, ricordi evocati da esperienze - ma forse non sarebbe tanto ricco di geometria proiettiva e astronomia.
[Wilczek, Una bellissima domanda, pp. 13-14; cfr. anche l'esempio dei ragni alle pp. 114-15]

Che, in un certo senso, ogni organismo viva nell’universo “che si merita”, cioè che corrisponde al suo modo di percepirlo, è un’estensione della filosofia trascendentale di Kant a tutti gli esseri viventi, felicemente compiuta storicamente nei primi anni dl Novecento dal biologo tedesco Jakob von Uexküll. Le percezioni di ciascuna specie costituirebbero un “ambiente” (Umwelt) irriducibile a quello di tutte le altre.

Tale intuizione si ripropone nella teoria dell’autopoiesi, elaborata negli anni ’70 e ’80 del Novecento da Maturana e Varela (e ripresa felicemente negli anni a seguire da Evan Thompson che scrisse con Varela il fondamentale testo The Embodied Mind del 1991).

In un certo senso quest’idea è presupposta anche dalla recente rivoluzionaria teoria dell’energia libera di Karl Friston.

Se tutto questo è vero, lo spazio così da noi percepito sarebbe tale solo in quanto appunto così percepito da Homo Sapiens.

Che lo spazio come noi lo percepiamo, con quello che sembra contenere, dunque anche come spazio prospettico, abbia carattere illusorio si può dimostrare anche prendendo per buona la teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Si tratta del risultato sorprendente delle ricerche dello psicologo cognitivo Donald Hoffman. Secondo il teorema “fitness batte verità” (cfr. L’illusione della realtà, pp. 92-119), rafforzato dal “teorema dell’invenzione della simmetria” [cfr. ivi, p. 181], in estrema sintesi, quanto più un organismo è complesso, tanto meno è probabile che percepisca le cose come sono in realtà: aumenta soltanto la sua capacità di individuare le risorse che gli servono per sopravvivere e riprodursi. A questo fine, tuttavia, esso deve elaborare le informazioni che riceve dall’ambiente, comprimendole all’inverosimile, e sviluppando  strategie per correggere eventuali errori che derivassero da tale compressione. Lo spaziotempo, in questa luce, non sarebbe altro che una costruzione funzionale alla gestione delle informazioni.

Ecco le conclusioni a cui Hoffman è giunto:

Quando lo versiamo sulle nostre percezioni, l'acido universale dell'idea pericolosa di Darwin [espressione tratta da Richard Dawkins] scioglie l'oggettività degli oggetti fisici, che credevamo esistessero e interagissero anche quando nessuno li guarda. Poi l'acido universale scioglie l'oggettività dello spaziotempo stesso, la struttura all'interno della quale si supponeva che l'evoluzione darwiniana avesse avuto luogo. Pertanto, per capire la realtà, dobbiamo trovare una struttura più fondamentale, senza spazio, tempo e oggetti fisici; una nuova struttura di cui bisognerà capire le dinamiche. Proiettando queste dinamiche all'indietro, nell'interfaccia spaziotemporale di Homo sapiens, si dovrebbe ottenere l'evoluzione darwiniana. L'idea di Darwin ci costringe a pensare all'evoluzione darwiniana stessa come a una descrizione imperfetta, formulata nel linguaggio delle nostre percezioni basato su spaziotempo e oggetti, ma riguardante dinamiche più profonde e ancora ignote.
[L'illusione della realtà, pp. 118-19]

N. B. Come ho argomentato in una recensione del libro di Hoffman, se si porta alle estreme conseguenze lo stesso ragionamento di Hoffman, la stessa nozione di evoluzione per selezione naturale, in quanto presuppone spazio e tempo, può venire messa in discussione, come da altre prospettive pure è possibile fare.

Tuttavia, questa messa in discussione della teoria dell’evoluzione, poiché scaturisce anche (non soltanto) dalla messa in luce del carattere non oggettivo di spazio e tempo, non può certo restituire a spazio e tempo alcuna oggettività.

La teoria dell’evoluzione è, dunque, davvero un acido universale (gli antichi scettici avrebbero parlato di un “catartico”, una “purga”, termine che essi riferivano alla funzione della filosofia): dissolvendo (espellendo) spazio e tempo essa finisce per dissolvere (espellere) anche se stessa. Ciò che “salta”, insomma, è l’intero paradigma meccanicistico, tanto in campo fisico, quanto in campo biologico.

  • Tuttavia se non ricordo male Hoffman afferma:
Sarebbe troppo semplicistico, e falso, sostenere che la selezione naturale rende inattendibili tutte le nostre facoltà cognitive. Talvolta c'è chi propone questa illogicità per sostenere visioni religiose ritenute incompatibili con l'evoluzione darwiniana. Ma si tratta di un ragionamento troppo generico.
[L'illusione della realtà, p. 140]

È vero, Hoffman tenta di “salvare” il nocciolo “logico” delle teoria dell’evoluzione, abbandonandone la veste spaziotemporale. A questo scopo sostiene che le nostre competenze logico-matematiche non sarebbero altrettanto dubitabili della nostre percezioni, sulle quali soltanto si abbatterebbe la scure del teorema “fitness batte verità”. Tuttavia, non mi sembra che egli porti argomenti convincenti per distinguere i due casi. Rimane inevasa la domanda “Perché l’evoluzione dovrebbe sfavorire percezioni corrette e favorire, invece, ragionamenti corretti?”, anche se Hoffman accuserebbe tale domanda di essere “semplicistica” e “generica”.

Inoltre e soprattutto, resta sempre il problema di capire come l’evoluzione possa operare fuori dallo spazio e dal tempo, i quali, alla luce del teorema “fitness batte verità”, – ciò che qui rileva – continuano a non ammettere un’interpretazione realistica.

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di Giorgio Giacometti