Perché l’universo si manifesta a se stesso nel vivente?

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  • Perché la coscienza appare emergere, di volta in volta, in un organismo?

Cominciamo dal precisare che cosa sia un vivente. Un vivente non è altro che il tutto stesso in quanto si rivela

  1. come causa ed effetto di se stesso (Schelling), qualcosa, insomma, in cui opera una causalità circolare (non meno che nell’intero universo, con cui, infatti, coincide),
  2. o anche, come anche possiamo intendere oggi, come sistema auto-poietico (Maturana e Varela).
  • In che modo un singolo organismo sarebbe il tutto?

Non vi è alcun confine preciso tra l’organismo e il proprio ambiente (Umwelt).

Apparentemente un organismo è separato dal proprio ambiente da un confine; inoltre, per essere tale, esso tende alla propria conservazione e alla propria riproduzione come due fini o anche solo funzioni essenziali, collocati fuori di sé, come “scopi” che esso abbia di mira.

Ma il fatto di conservarsi e riprodursi non sono altro che due modi di essere del Tutto che l’organismo stesso è; come si può ben intendere, se si riconosce che l’organismo sconfina indefinitamente col proprio ambiente: non ha quindi fini fuori di sé medesimo (non vi è propriamente alcunché fuori di lui).

Inversamente possiamo considerare l’universo stesso come qualcosa che si inviluppa in ciascun organismo come in un vortice: pur deformando anche in modo estremo gli spazi delle fasi che permettono di descriverlo, questo organismo-vortice continua a coincidere con l’universo stesso, ne è una semplice anamòrfosi.

  • Ammettiamo che le cose stiano così. Ma da dove viene la coscienza che almeno alcuni organismi sembrano avere?

La “coscienza” non viene da alcun luogo. La coscienza non è altro che l’esserci stesso del vivente in quanto esso coincide col tutto. Il tutto nel vivente si compie, si completa, dunque propriamente è, ed essendo, non può che essere cosciente di sé, dal momento che non c’è essere senza coscienza.

  • Eppure vi sono viventi che non sembrano coscienti di esistere, come le amebe. Noi stessi, quando dormiamo di sonno profondo, senza sogni, non siamo coscienti di alcunché, eppure esistiamo e siamo vivi…

Mi sono a lungo interrogato su questo mistero, ma un giorno mi è arrivata l’illuminazione (si è trattato di una domenica dedicata all’ascensione di Cristo).

Non si tratta di distinguere tra vita e coscienza, a partire dall’assunzione che si possa essere vivi in modo inconscio (del resto la maggior parte della vita appare inconscia).  Se si parte da quest’assunzione, nasce il problema di spiegare come possa sorgere la coscienza dalla vita. Si tratta, piuttosto, di rovesciare la prospettiva.

La vita è piena quando il vivente è compiuto, perfetto, e coincide, dunque, col tutto: “è”. I “momenti” (ad es. durante il sonno profondo) e gli “organismi” (un’ameba fuori di me o una cellula del mio corpo) nei quali la vita appare ancora inconscia sono solo “parti” del tutto conscio: esse appaiono separate nel tempo (come durante il sonno) o nello spazio (se si tratta di organismi diversi da me, cosiddetti “inferiori”, o parti di me, come le mie cellule). Ma, se ammettiamo che spazio e tempo non si diano che per la coscienza, questa separazione si rivela apparente.

In definitiva proveniamo tutti verosimilmente da un unico organismo, da cui ci siamo separati solo apparentemente nel tempo, ma di cui costituiamo, ad es. in uno spaziotempo a 4 dimensioni, delle semplici ramificazioni.

L’homo sapiens, in questa prospettiva, non è che l’occhio del vortice della vita (inteso come figura anamorfica dell’intero universo) in cui il ciclone della vita è perfettamente immobile o, se preferisci, ciò che completa l’albero della vita e ne fa un tutto.

  • Ma perché per divenire cosciente di sé l’universo doveva proprio ramificarsi attraverso l’albero della vita? Non avrebbe potuto altrimenti?

L’origine della vita non è che il risultato dell’ultima e più importante rottura di simmetria dell’universo. Essa, dunque, si inserisce nell’orizzonte del “tempo virtuale”, contraddistinto dall’orientamento “passato-futuro”, determinato dal progressivo incremento del disordine (misurato dall’entropia, anche in senso informazionale).

Tuttavia, il vivente riesce a invertire nel proprio seno quest’incremento dell’entropia (a prezzo di un corrispondente aumento della stessa nel proprio ambiente).

Questo non significa altro che il vivente reca in se stesso la memoria dell’ordine primordiale dell’universo. Se le memoria è completa, il tutto riesce a manifestarsi pienamente a se stesso come in uno specchio.

L’inversione dell’incremento del disordine comporta a un certo punto una cancellazione del tempo trascorso: ciò determina quel taglio nell’asse “passato-futuro” che consiste nel tempo presente, ossia nel tempo di cui si è coscienti.

Si tratta del tempo in cui “tutto è in ordine”, tutto è perfettamente allineato con tutto, tutto semplicemente “è” (uno, tutto, continuo, eterno). Vi emerge la coscienza più o meno sviluppata (intesa come “informazione integrata”) che l’universo ha di se stesso.

La vita, in quanto si articola in sistemi autopoietici, funge, tuttavia, da “lente esistenziale”: essa allontana dal qui e ora una parte dell’essere nello spazio e nel tempo (collocandolo altrove, prima e dopo).

La coscienza, infatti, è la coscienza di alcunché di non locale, ma si manifesta, tuttavia, localmente (del resto anche la credenza in base alla quale la coscienza si formerebbe, non si sa come, “nel” cervello comporta che ciò di cui siamo coscienti ci appaia come se la coscienza risiedesse, non nella testa, ma “negli” occhi e nei diversi altri organi di senso).

Quanto più intensa è la coscienza che si ha delle cose (quanto più si è “svegli”), tanto più lentamente scorre il tempo e si dilata lo spazio delle cose di cui si è coscienti. Negli organismi più semplici (o negli organismi più complessi nelle fasi di sonno profondo) questa coscienza è embrionale (milioni di anni generano percezioni paragonabili a quelle generate in organismi più complessi, durante la veglia, in pochi secondi). Negli organismi intermedi l’esercizio della conoscenza allarga lo spettro di ciò di cui si è coscienti (dell’esserci) rallentando il tempo. Se l’universo potesse acquisire di se stesso la piena coscienza ciò avverrebbe in un tempo eterno e in uno spazio infinito (l’universo si riconoscerebbe come Dio).

L’intensità della coscienza, per eterogenesi dei fini, moltiplicando nell’istante le interazioni dell’universo con se stesso, favorisce il successo dell’organismo in cui la coscienza emerge (anche se questa funzione non può spiegare evoluzionisticamente la coscienza, perché, come già osservato, l’evoluzione presuppone il tempo e il tempo presuppone la coscienza e non viceversa).

Gli organismi viventi, nella loro interazione con il loro ambiente, “fissano”, dunque, ciascuno per sé, il tempo presente, in cui “precipita” o, se vuoi, “si decanta” (o “si distilla”) l’esserci di ogni cosa. Si tratta di modi di essere molto diversi a seconda che si sia uomini, farfalle, felci o amebe. Ma, senza organismi viventi, niente potrebbe “esserci” (mancherebbe il “ci”, il “qui e ora” in cui esserci).

  • Dunque l’esistenza delle cose inanimate sarebbe legata a quella degli organismi viventi?

Direi di sì, nella misura in cui essi recano una forma, per quanto primitiva ed embrionale, di coscienza. Nota che la “coscienza” non è qualcosa di “interno” all’organismo, come a volte ci si rappresenta la sua “anima”, ma qualcosa che scaturisce dall’interazione tra organismo e ambiente. Possiamo rappresentarcela come un’interfaccia piuttosto “superficiale”. Pensa allo “stato di veglia“, nel quale massimamente siamo “coscienti”. Non ci si “risveglia” alla vita quando si sogna e, meno che mai, quando si è in sonno profondo, ma soltanto quando si interagisce con alcunché (apparentemente) fuori di noi. La “coscienza”, dunque, non è più cosa mia che di quello che mi circonda (del mio ambiente), è il modo in cui l’universo stesso, sfiorandomi, prende coscienza di sé. Il mio “corpo” potrebbe venire rapprentato come un’ “antenna” che permette alle “onde spirituali” dell’universo di prendere forma, di riflettersi.

Si potrebbe anche evocare la teoria della cosiddetta “gnosi di Princeton”, così come è stata a suo tempo ricostruita da Raymond Ruyer (e che ha molti punti in comuni con la cosmologia che propongo su queste pagine). Secondi molti scienziati operanti a Princeton tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento (come Eddington, Milne, Whitrow, von Weiszäcker, Robertson, Sciama, Bondi, Hoyle), ciò che osserviamo della Natura, gli oggetti come ci appaiono, compresi i corpi degli altri uomini (che ci appaiono in tutto e per tutto come oggetti, se siamo ad es. medici e operiamo su di loro), costituiscono soltanto il wrong side degli esseri, il loro rovescio, mentre la sfera soggettiva, più o meno cosciente, delle cose (che si rivela in ciascuno di noi, in quanto non siamo soltanto “corpi”. come sappiamo perfettamente, ma non si vede perché non debba contraddistinguere ogni altro “ente” in natura), costituirebbe il right side degli esseri, il loro dritto [cfr. Ruyer, p. 58]. 

Sotto questo profilo non si può non concordare con quanto scrive Paul Davies (che, scavalcando Copernico e Darwin, sembra evocare a sua volta – probabilmente senza saperlo – antiche dottrine gnostiche, risorte nella filosofia della natura dell’idealismo e, in particolare, di Schelling) :

Lungi dal presentare gli esseri umani come prodotti accidentali di cieche forze fisiche, la [stessa] scienza suggerisce che l'esistenza degli organismi coscienti è un aspetto fondamentale [corsivo nel testo] dell'universo.
[Paul Davies, La mente di Dio, p. 11]
  • Come e perché, in ultima analisi, l’universo prende coscienza di sé, a quanto è dato sapere, negli organismi viventi?

L’universo prende coscienza di sé nel tempo (e nello spazio) attraverso la vita. Ciò dipende dal fatto che la vita è il modo attraverso il quale l’esserci si temporalizza. E precisamente:

a) il vivente (in senso tanto ontogenetico, quanto filogenetico) fornisce alla coscienza un passato in parte reale (del quale si dà ricordo, preconscio) e in parte virtuale (del quale non si dà ricordo, inconscio), ma in ogni caso necessario come condizione della coscienza stessa;

b) il vivente fornisce alla coscienza un futuro in parte reale (del quale si dà corretta, anche se sempre imperfetta, previsione), in parte immaginario (oggetto di desideri e paure).

La vita è dunque condizione (non causa) della coscienza, in quanto localizzata e temporalizzata, mentre la coscienza, come ciò senza di cui nulla sarebbe, è, reciprocamente, condizione della vita, mentre, in quanto è ciò verso cui la vita inconscia, temporalizzandosi, tende, è causa finale (o fine o tèlos) della vita.

La vita inoltre localizza la coscienza e la moltiplica (in apparenza), nel senso che essa appare avere “molti occhi” (emerge in una pluralità di organismi, anche se non mai simultaneamente, essendo la coscienza sempre solo una alla volta).

In entrambi i modi la vita limita enormemente la coscienza, riducendo ai minimi termini l’apparire rispetto all’essere (incarnandovisi, “Dio”, altrimenti eternamente presente al tutto che Egli stesso è, cerca di addormentarsi). Infatti, senza la “lente deformante” della vita, che produce l’allontanamento apparente dell’esserci da se stesso, nel passato e nel futuro, l’essere sarebbe tutto manifesto qui e ora. Grazie a questa “lente” non tutto ciò che è appare, ma appare soltanto una porzione infinitesimale dell’essere (anche se l’essere continua saldamente ad esserci: esso può venire sempre “inteso”, oltre che ricordato, desiderato e voluto, anche se non viene percepito).

Il fatto che l’informazione che rende l’universo cosciente in un punto (che gli fa assumere un punto di vista, cioè che gli fa decodificare in un certo modo il proprio interno e il proprio esterno) abbia la forma di una stringa di caratteri (una proposizione goedeliana) non derivabile dal sistema complessivo in cui può essere rappresentato l’universo, è un caso particolare dal fatto della non derivabilità della vita (come risultato di una rottura di simmetria) dall’inanimato.

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di Giorgio Giacometti