L’esperienza soggettiva

7Friedrich_donne

L’universo (il tutto, l’essere, l’uno) fa, dunque, esperienza di se stesso essendo cosciente di se stesso.

Effetto del “taglio” dell’essere in cui consiste la coscienza, in quanto si distende nel tempo, è la separazione originaria tra sfera soggettiva e sfera oggettiva, tra interiorità ed esteriorità.

A una simile duplicazione dell’Uno in quanto prende coscienza di sé alludono i (neo)platonici quando affermano, ad esempio:

Ciò che si rivolge [epistrèphon, lett: converte] a se stesso possiederà una certa duplicità [diplòe] e non sarà più Uno
[Damascio, Dubitationes et solutiones, I, 46, 7-8; cfr. anche Id, ivi, I, 24, 12]].

La sfera soggettiva e interiore è la sfera della memoria, custode del passato (che, come tale, esiste solo in essa). La sfera oggettiva ed esteriore è la sorgente del futuro, l’orizzonte degli eventi, come tali fondamentalmente imprevedibili.

La separazione delle due sfere è apparente (tutto è e resta uno), perché la coscienza che si ha dell’essere non è altro che la coscienza che l’essere ha di se stesso, poiché l’interno dell’universo non è che (una piega del)l’esterno, come in un nastro di Moebius.

Ciò che è si dà (o è) in due modi (alla coscienza o, il che è lo stesso, a se stesso):

  1. in quanto è percepito (aisthetònappare (è “in atto” o in forma esplicata), provenendo dalla sfera che appare “oggettiva”, esteriore, dal “futuro”;
  2. in quanto è concepito (noetònè  [possibile, pensabile] (è “in potenza” o in forma implicata), provenendo dalla sfera che appare “soggettiva”, interiore, dal “passato”.

In ogni caso, se tutto ciò che è è nella coscienza, non vi potrebbe essere alcunché che già non sia, in modo implicato o esplicato.

  • Ma non si è consci di tutto! Vi sono innumerevoli cose di cui non si è consci, ma che “esistono” (ex-sistono, sono fuori di noi).

Ricordi la parola di Parmenide?

Considera come le cose che pur sono assenti, alla mente siano saldamente presenti [fr. 4, v. 1, Diels-Kranz]

L’assente, appartenente all’ordine implicato (ciò che è in potenza), può apparire anche nella forma del ricordo e dell’immaginazione.

In tali forme l’implicato appare in similitudine.

N. B. L’errore nasce dallo scambiare l’immagine per la cosa immaginata.

In quanto l’immagine “salva i fenomeni” (è un alcunché di soggettivo che appare simile o analogo a ciò che appare oggettivamente), fin tanto che salva i fenomeni, costituisce un’ipotesi (o modello o paradigma).

In un certo modo tutto già sempre è, Dio (l’Uno) è già presente a se stesso; soltanto, ai margini, in forma sfocata e confusa (nel ricordo e nella fantasia). In generale, tutto ciò che non è immediata percezione di cose apparentemente esterne, come desideri, emozioni, ricordi, fantasie, pensieri, la cosiddetta intera esperienza (apparentemente) “interiore”, non è che percezione sfocata e confusa del “resto” (il modo in cui il Tutto percepisce e desidera quella parte di Sé che non è perfettamente presente a Sé o, il che è lo stesso, il modo in cui questo resto si manifesta confusamente o, meglio, come ciò che è in potenza “preme” – attraverso il desiderio – per passare all’atto).

La vita separa dal presente (coscienza) il passato inconscio da cui esso emerge filogeneticamente (prime cellule procariote ecc.), ontogeneticamente (embrione, morula, gastrula ecc.) e circadianamente (fasi di sonno profondo).

Non tutto il passato, tuttavia, è virtuale e inconscio (secondo quei tre modi). Si può distinguere un “aoristo” o “passato remoto” che non ci appartiene, se non come pura potenza, e un “perfetto” o “passato prossimo”, come passato del presente, di cui ci si può ricordare (preconscio).

Il mondo “appare apparire” (sembra apparire, in una parvenza di secondo grado) qualcuno (il punto di vista immaginario da cui il mondo appare percepito), anche se, in effetti, esso appare all’universo (è l’universo che appare a se stesso).

L’universo a cui il mondo appare appare a sé come soggetto,

  1. trascendentale (in quanto, in generale, l’universo non può che apparire a sé come mondo);
  2. empirico (in quanto la coscienza del tutto sembra continua nel tempo: appaiono ricordi e si sviluppano immaginazioni e pensieri coerenti con una certa, determinata prospettiva in movimento nello spazio [parallasse del moto]).

Mentre il soggetto trascendentale non è che la coscienza stessa che l’universo ha di se stesso (nell’ordine fenomenologico) Il soggetto empirico è l’individuo o “io” che l’universo, di volta in volta, crede (opina) di essere (in cui l’universo appare [dokèi] a se stesso). Poiché la sua unità si radica semplicemente nella memoria che esso ha di sé (soggetta a perturbazioni e finanche alla cancellazione, per morte o amnesia), si tratta ancora di un’unità apparente, fragile e imperfetta (ancora una volta solo un simbolo dell’unità del tutto) [lo humeano “teatro dell’io”].

  • Non c’è contraddizione tra l’idea di un universo che osserva se stesso e quella di universo che prende coscienza di se stesso sempre e solo attraverso qualche vivente?

Apparentemente la coscienza è miatua, di qualcuno, di un essere umano o, più in generale, di un essere vivente.

Ma, come abbiamo detto, propriamente la coscienza  è la coscienza che il tutto ha di se stesso. Per questo, come si dà un solo universo, si dà una sola coscienza alla volta.

  • E, perché, allora sembra che la coscienza sia di qualcuno?

Sembra che la coscienza sia mia, tua, sua ecc., perché da quella sorta di sfregamento dell’universo con se stesso, in cui consiste la coscienza e dal quale ha origine il tempo, scaturisce, come abbiamo visto, anche la vita.

Ora è come se per prendere coscienza di sé come un tutto vivo (guidato da quella che possiamo chiamare “anima del mondo”) l’universo debba assumere la prospettiva di una parte (in effetti, come detto, un “modo”) altrettanto viva del tutto (un’anima particolare).

  • Quale il rapporto tra la coscienza che, in me, l’universo ha di se stesso e le anime che popolano l’universo stesso, a cominciare da quelle che mi “abitano”?

Quando decido qualcosa un’anima che tende a qualcosa mi suggerisce la via che credo di avere “scelto”.  Se la scelta si rivelerà “sbagliata”, quella che si è propriamente illusa non è la coscienza, testimone immobile della tendenza, ma l’anima soggiacente (una delle forme che l’universo ha assunto), p.e. in quanto “anima irascibile” eccessivamente impulsiva oppure come campo morfogenetico di un certo organo che ha “creduto bene” sviluppare cellule tumorali.

Tutto è pieno di anime, ossia si muove verso forme apparenti, anche errando (p.e. le cellule tumorali, il nazismo come organizzazione politica ecc.), per via dell’indeterminazione di fondo, ai livelli superiori come a quelli inferiori dell’essere.

In ultima analisi “noi” (in quanto ciascuno di noi non è che l’universo stesso che prende coscienza di sé in una certa prospettiva e con una certa intensità), proprio come il nostro corpo “sconfina” col mondo, così facciamo esperienza senza soluzione di continuità di ciò che accade (di ciò che le anime che popolano il nostro corpo generano) “dentro” di noi e di ciò che accade “fuori” di noi: l’insorgere di un tumore, l’essere colpiti da un fulmine o il soggiacere a un soprassalto di ira sono eventi equivalenti  di cui prendiamo coscienza.

La coscienza che prende stanza in ciascuno di noi può essere considerata anche come l’acmé dell’anima dell’universo, cioè dell’universo in quanto è vivo, è mondo (si svolge nel tempo, nell’ordine esplicato).

Ci si potrebbe domandare se solo in ciò che appare come “uomo” l’universo prenda coscienza o se ciò avvenga anche in altri animali o in ipotetiche creature extraterrestri.

Tuttavia la questione è mal formulata. Non c’è una separazione netta tra ciascuno di noi e gli altri e tra noi e gli altri animali, ovunque vivano. “Noi” (io che scrivo e tu che mi leggi) siamo l’universo in quanto vivente, che prende coscienza di sé, in ciascuno e in tutti, in prospettive, tempi, spazi e con intensità diverse.

La coscienza che l’universo ha di se stesso qui e ora è coscienza di tutto l’universo, di tutto ciò che è, in quanto percepito o pensato. Non c’è altro.

Tuttavia, tale coscienza può avere intensità diverse.

N. B. Quanto più questa coscienza è intensa, tanto più lentamente scorre per essa il tempo. Quanto meno la coscienza è intensa, tanto più rapidamente il tempo scorre.

Negli animali inferiori (p.e. nei batteri) la coscienza (che l’universo ha di se stesso) è talmente debole che in essi il tempo scorre istantaneamente, come in me quando dormo di sonno profondo: questa fase, infatti, sembra “saltare”: l’universo, dopo essersi “in me addormentato”, si ritrova a un certo punto sveglio.

Tuttavia, come, quando la coscienza in me si risveglia,  l’universo avverte che in me è cambiato qualcosa rispetto a quando mi sono addormentato,  così esso pur non avendo coscienza dell’azione dei batteri (in me e fuori di me), ne ha tuttavia degli effetti della loro azione.

87 views

di Giorgio Giacometti