Tutto è uno e noi siamo tutto


buco_olografico

In questa sezione del sito intendo argomentare la seguente tesi: tutto è uno ed  è necessariamente cosciente di se stesso attraverso di “noi”.  Anche se sembriamo singoli distinti individui, non siamo altro che modi nei quali l’universo si manifesta a se stesso.

Argomento questa tesi da diverse angolazioni, in modo tale che essa possa venire rafforzata attingendo  a linee argomentative in parte indipendenti. Non affermo che tale tesi sia propriamente dimostrata, né che vi siano osservazioni o esperimenti che la possano verificare o falsificare una volta per tutte. Essa avrebbe cioè più il carattere di una congettura speculativa che di una teoria scientifica. Tuttavia,  sulla base del principio di Duhem-Quine, non credo che si possa tracciare una linea di netta demarcazione tra filosofia e scienza e ritengo che la mia tesi sia sostenuta da un numero consistente di indizi gravi e concordanti; come quelli che, ad es. in campo giuridico, “integrerebbero” una prova.

Qui, a mo’ di introduzione, provo a riassumere il mio ragionamento, senza ovviamente poterne argomentare adeguatamente i singoli passaggi.

Prendo le mosse dal problema irrisolto dell’origine della coscienza.

Si può sostenere con buoni argomenti che la coscienza non possa assolvere una funzione biologica, come se si fosse evoluta ad es. per favorire la conservazione e la riproduzione dell’organismo che ne è dotato (perché gli stessi identici meccanismi di presa di decisioni di cui siamo coscienti potrebbero altrettanto bene funzionare inconsciamente). La coscienza assolve piuttosto una funzione ontologica, anzi onto-poietica, cioè quella che consiste nel far passare ciò che è possibile nel dominio di ciò che è attuale.

Ciò che esiste, in generale, tanto il possibile quanto l’attuale, non può non esistere (sarebbe illogico chiedersi perché esiste e se sarebbe potuto non esistere). D’altra parte ciò che esiste non può neppure esistere soltanto nella forma del possibile, perché, se esistesse in questa forma, non potrebbe mai passare all’esistenza attuale. Questo passaggio all’esistenza attuale presuppone il tempo il quale, a sua volta, presuppone, proprio come lo spazio (nella sua originaria versione prospettica), la coscienza.

In assenza di coscienza ci si può rappresentare ciò che esiste come una lastra olografica prima che ne vengano proiettati ologrammi o come un programma informatico prima che sia eseguito. Tuttavia, di nuovo, se la coscienza non fosse coeterna a ciò che esiste, non si avrebbe mai proiezione dell’ologramma, né esecuzione del programma in cui consiste l’universo osservabile.

Ci si può chiedere, a questo punto, perché la coscienza emerga,  a quanto è dato osservare, negli esseri viventi. Secondo il mio punto di vista i viventi fungono da “lente” ontologica, permettendo all’essere di articolarsi nello spazio e nel tempo invece di essere tutto simultaneo e concentrato in un punto.

Si potrebbe obiettare che molti viventi diversi dall’uomo sono verosimilmente privi di coscienza, così come sono prive di coscienza molte parti e funzioni dell’organismo umano (anche molto intelligenti come il sistema immunitario).

Tuttavia, in primo luogo, adottando un modello autopoietico, possiamo notare che non vi è un confine netto tra organismo e ambiente. Il vivente può essere inteso come una struttura dissipativa che costituisce un inviluppo dell’universo intero.

In secondo luogo possiamo considerare compiuto un vivente  soltanto se e quando l’intero universo vi si inviluppa interamente.

L’universo diverrebbe cosciente appunto solo in un tale vivente (non necessariamente soltanto nell’homo sapiens).

Gli organismi non coscienti possono essere pensati come parti dell’universo globalmente cosciente. Essi appaiono separati da noi nello spazio e nel tempo, ma spazio e tempo dipendono a loro volta dalla nostra percezione. Il ruolo di un’ameba potrebbe non essere molto diverso di quello di una cellula del mio corpo. Sotto questo profilo l’albero della vita può essere considerato alla lettera, non come metafora: siamo parti di un solo organismo, il biota, con diversi “occhi”, occorrenze distinte nello spazio e nel tempo della medesima coscienza universale.

Questo punto di vista richiede una messa in discussione argomentata della teoria dell’evoluzione in quanto basata sulla selezione naturale dell’organismo di volta in volta casualmente più adatto al proprio ambiente.

Dobbiamo rappresentarci l’evoluzione, viceversa, non solo della vita ma dell’intero universo, come caratterizzata da una serie di rotture di simmetria. La “scelta” di una linea di sviluppo rispetto all’altra è giustificata dal fatto che si tratta di una linea che conduce all’emergere della coscienza. Si tratta della mia versione del principio antropico.

Bisogna tenere presente in particolare il fatto che l’evoluzione richiede tempo. Ma il tempo da virtuale può diventare reale, rendendo dunque possibile l’evoluzione stessa, solo al termine del processo, cioè all’emergere della coscienza come frutto dell’evoluzione medesima. L’ evoluzione  ha dunque un carattere per così dire teleonomico e circolare.

In ultima analisi possiamo rappresentarci la coscienza come una striscia presa su un nastro di Moebius, l’universo. Il suo recto è ciò che ci appare come esterno, mentre il suo verso è ciò che percepiamo emotivamente e ciò che ci rappresentiamo, come ad es. di essere singoli individui separati. Le emozioni, in generale, e in particolare quelle di piacere e dolore, sono il modo in cui il nostro corpo ricorda all’universo che vi si inviluppa le proprie esigenze di conservazione e riproduzione. Ma non esiste in realtà una distinzione assoluta tra inside e outside. Anche l’universo ci ricorda la sua esigenza di passare dalla potenza all’atto attraverso l’emozione suscitata dalla conoscenza.

Consideriamo, infine, che in questo modello la memoria non è contenuta  nel  corpo e nel  cervello, ma, piuttosto, è da questi limitata. Possiamo allora sperare in una forma di immortalità quasi-personale (questo aspetto della mia tesi è quello che può suscitare anche in me stesso maggiori perplessità, perché può sembrare un wishful thinking; penso tuttavia che si possa chiedere che gli argomenti a favore del mio modello siano considerati per il loro valore intrinseco).

La mia teoria ricorda alcune dottrine induiste, come il Vedanta, le dottrine filosofiche di Parmenide, Pitagora, Platone e della tradizione neoplatonica che da loro deriva, la gnosi cristiana (non necessariamente la dottrina eretica che va sotto questo nome, ma anche la dottrina cattolica di Clemente Alessandrino, Origene e i padri della Cappadocia), alcune dottrine esoteriche ebraiche come la qabbalah e islamiche come il sufismo, le filosofie moderne di Giordano Bruno, Spinoza, Schelling, la teosofia e l’antroposofia e certe correnti New Age. Tuttavia, se registro con piacere queste significative consonanze, non intendo basare la mia teoria su questi illustri e meno illustri precedenti, cioè far valere un improprio principio di autorità, ma soltanto portare argomenti a suo favore; a meno che non si voglia considerare globalmente un argomento questo illustre pedigree (se molta gente ha concepito qualcosa di simile nei secoli, può darsi che ciò dipenda dal fatto che possa essere vero).

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di Giorgio Giacometti