Il tempo presuppone la coscienza

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La coscienza è il modo in cui il tutto si fa presente a se stessocomincia ad esistere ora. La presenza a se stesso dell’universo che denominiamo coscienza (o intelligenza), dunque, implica originariamente il tempo, inteso come articolazione delle tre “estasi” o “distensioni” fondamentali: presente, passato e futuro.

Senza coscienza, ciò che intendiamo come tempo potrebbe al più venire rappresentato (quale chrònos) come un’ennesima dimensione di uno spazio astratto, matematico, in cui tutto è già perfettamente descritto, rappresentando l’immagine statica di una funzione matematica complessa a piacere.

Si tratta di ciò che Erwin Schroedinger considera nient’altro che un’idealizzazione del tempo.

I contributi più importanti dati dalla scienza per superare i preoccupanti problemi "Chi siamo noi in realtà? Da dove sono venuto e dove vado?" [...], l'aiuto più prezioso che la scienza abbia offerto in ciò è [...] la graduale idealizzazione del tempo. Tre nomi si impongono subito alla nostra mente, con tutto che anche molti altri, anche non scienziati, abbiano pensato a qualcosa di simile, come sant'Agostino e Boezio: i tre nomi sono Platone, Kant e Einstein.
[Erwin Schroedinger, L'immagine del mondo, p. 341-42]

Quella che Schroedinger chiama “idealizzazione del tempo” gioca, in particolare, un ruolo nella fisica dei quanti, dove il tempo sembra alcunché di più apparente che reale.

Nel celebre esperimento della doppia fenditura, ad esempio, nel quale una serie di fotoni vengono “sparati” contro una doppia fenditura, in modo tale che ciascun “fotone interagisce […] con se stesso essendo in due posti contemporaneamente”, creando, così, frange di interferenza, “è come se il fotone ‘sapesse’ [prima] i punti e i tempi esatti in cui esso si deve [dopo] sdoppiare per poter dare luogo alle frange di interferenza” [Massimo Teodorani, Entanglement, pp. 12-13] . Sembra, cioè, di assistere a una “retrocausazione” (ciò che deve ancora avvenire determina causalmente il passato). Tutto ciò è giustificato da David Bohm con l’ipotesi, che estende le teorie di De Broglie, che un’onda pilota guidi ciascun fotone grazie a un “potenziale quantico” che agisce in modo “non locale”, coprendo simultaneamente tutto lo spazio [cfr. ibidem]. Insomma, è come se “dietro” lo spaziotempo apparente si desse un “ordine implicato” ubiquo e senza tempo in cui tutto fosse già (pre)determinato ab aeterno.

Anche a prescindere da questa interpretazione, non da tutti condivisa, rimane che nelle equazioni fondamentali della fisica dei quanti si registra “l’assenza della quantità ‘tempo’” [cfr. Rovelli, L’ordine del tempo, p. 86]. Le variabili in gioco sono tali perché ciascuna esprime valori (quantità di moto, energia, posizione ecc.) legati gli uni agli altri funzionalmente, matematicamente (se una cresce, l’altra p.e. diminuisce con un certo ritmo ecc.), ma in tali “fluttuazioni” è del tutto assente una specifica variabile “tempo”. Inoltre si tratta sempre di processi in linea di principio reversibili, privi di una direzione privilegiata di evoluzione.

Anche nella prospettiva della relatività di Einstein…

per quelli di noi che credono nella fisica, la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un'ostinata, persistente illusione.
[Albert Einstein, p. 707]

Eppure “noi” facciamo esperienza del tempo.

Come scrive Kant, se il tempo è, da un lato, “in se stesso”, niente di più che un’ “idealità trascendentale” (come tale assimilabile allo spazio, a una quarta dimensione dello stesso), per noi esso costituisce una “realtà empirica” (come tale esperito in modo ben distinto dallo spazio).

Il tempo correlato alla coscienza (non vi è  coscienza senza tempo, né tempo senza coscienza) non è chrònos, il tempo idealizzato della fisica, ma è piuttosto kairòs, il “luogo geometrico” delle de-cisione tra mondi possibili, non reciprocamente compossibili. È l’atto di nascita, rinnovato in ogni istante, dell’ordine esplicato, come ordine che si regge sulla coerenza delle sue parti sincrone, senza, tuttavia, essere in alcun modo determinato, ma solo condizionato da ciò che, di volta in volta, precede l’istante del suo apparire.

N. B. Questo carattere del tempo come kairòs determina un fondamentale paradosso per quanto riguarda la comprensione della vita e della sua evoluzione.

L’evoluzione dei viventi presuppone il tempo, come kairòs, cioè come qualcosa di realmente distinto dallo spazio, come qualcosa all’interno del quale non tutto è già dato. Ma il tempo, a sua volta, come kairòs, come qualcosa di realmente distinto dallo spazio, è qualcosa solo nella percezione dei viventi medesimi (come dice Aristotele – e ripetono, con alcune variazioni, Agostino e Kant – “risulta impossibile l’esistenza del tempo senza quella dell’anima” [Fisica, IV, 14, 233a21-26]).  Dunque l’evoluzione dei viventi sembra presupporre (contraddittoriamente o circolarmente?) quel (tipo di) tempo che, a sua volta, presuppone i viventi che “vi” dovrebbero sperimentare la propria evoluzione.

Se è vero che, come scrive Paul Davies,

nessun tentativo di spiegare il mondo, sia scientificamente, sia teologicamente, può essere considerato riuscito finché non riesce a spiegare la paradossale combinazione di temporale e di atemporale, di essere e divenire,
[Paul Davies, La mente di Dio, p. 34]

forse una strada per risolvere questo paradosso va ricercata proprio nel mistero del “vivente cosciente“, come “modo” del tutto, identico all’intero di cui è modo, immaginariamente separatone e desideroso di ricongiurgevisi, “agli occhi” del quale soltanto scorre il tempo.

 

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di Giorgio Giacometti