Perché era necessario un universo così vasto e complesso?

  • D’accordo. Ammettiamo che la coscienza sia necessariamente parziale e limitata. Tuttavia, il rapporto tra ciò che emerge e ciò che rimane in ombra è davvero infinitesimale! Viviamo in un universo osservabile del diametro di 40 miliardi di anni luce ca., di 13 miliardi di anni di età ca., contenente centinaia di miliardi di galassie, ciascuna delle quali contiene in media centinaia di miliardi di stelle… Per tacere dell’ipotesi che quello osservabile sia solo un frammento di un multiverso ancora più grande se non infinito! Di tutto questo non siamo che scarsissimamente coscienti…

Tu metti il dito sulla questione della complessità.

  • Esatto. Perché è stato necessario che evolvesse qualcosa di così vasto e complesso come l’universo affinché ne emergesse la coscienza? Perché, cioè,  la coscienza non potrebbe essere immediatamente scaturita da qualcosa di semplice?

Forse perché, se così fosse stato,

  1. o sarebbe stato altrettanto immediato derivarla logicamente da questo qualcosa di semplice, contro il postulato della sua indeterminabilità;
  2. o sarebbe stata così evidente la sua stessa indeterminabilità che essa sarebbe stata spiegata (determinata) soltanto e immediatamente dalla sua stessa necessità di esistere, come atto dell’universo, e con ciò sarebbe stata, contraddittoriamente, comunque, determinata.
  • D’accordo. Ma era proprio necessaria questa complessità?

Come abbiamo discusso, ciascuna occorrenza della coscienza può essere paragonata a una proposizione goedeliana, scritta nel linguaggio di un sistema assiomatico, ma non derivabile da questo (questo sistema, a sua volta, è ciò  cui può essere paragonato l’universo come insieme di tutte le proposizioni che lo descrivono).

Ora, come mostra il doppio teorema di Goedel, ottenere una proposizione del genere, a partire dal sistema assiomatico costituito dall’aritmetica naturale, richiede un’elaborazione complessa: si tratta, infatti, di procedere alla “goedelizzazione” delle operazioni dell’aritmetica, cioè di tradurre in “numeri goedeliani” tali operazioni, in modo da ottenere una proposizione, derivata dal sistema costituito dall’aritmetica naturale, che possa riferirsi anche a se stessa (affermando di non essere derivata da questo sistema).

Possiamo immaginare che un’analoga complessità sia implicata nella soluzione del seguente problema: ottenere un’occorrenza della coscienza che appaia a tutti gli effetti scaturire dall’evoluzione del cosmo, ma non possa essere derivata da tale evoluzione.

Ciò potrebbe contribuire a spiegare perché  la complessità richiesta alla manifestazione della coscienza appaia quella dell’evoluzione dell’universo culminante nell’evoluzione della vita: l’universo deve divenire o, meglio, apparire cosciente di sé, in modo tale che questa apparizione risulti, tuttavia, indeterminata.

Possiamo anche semplicemente considerare la coscienza (il fatto che l’universo pervenga a coscienza di se stesso), nelle sue molteplici occorrenze, come la causa finale dell’universo così come appare. In quanto causa finale, non riducibile a una causa efficiente, né essa può venire determinata da ciò che la precede, né può determinarlo. La sua azione deve restare necessariamente segreta.

E tale, infatti, rimane. In una prospettiva materialistica ci si potrebbe chiedere quanti esopianeti simili alla Terra dovrebbero esistere perché in almeno uno di essi possa svolgersi l’evoluzione della vita, supposta casuale, in modo tale che ne possano scaturire forme di vita intelligenti e coscienti. Il calcolo delle probabilità potrebbe suggerire che è necessario disporre proprio di un universo contraddistinto dalle caratteristiche e dalle dimensioni del nostro. Se l’universo fosse stato, infatti, più piccolo, la straordinarietà dell’emergere della coscienza sarebbe stata troppo evidente perché la necessità di tale emergenza potesse restare nascosta.

N. B. Come argomento altrove su queste pagine, la mia tesi è che anche se l’ universo fosse stato ancora più grande o perfino infinito, vita e coscienza, come le conosciamo, non potrebbero mai essere scaturite dalla “materia”. La vita infatti, postula l’azione occulta di cause finali, mentre la coscienza va considerata condizione a priori dell’esistenza stessa dell’universo. Tuttavia, se ammettiamo che la coscienza non possa essere mai derivata da altro da sé, il modo in cui essa emerge deve necessariamente restare nascosto. La complessità dell’universo (non solo in estensione, ma anche con riguardo ai suoi diversi ordini di grandezza) può essere considerata letteralmente un “fumo (cosmico) negli occhi” reso necessario dall’esigenza di occultare l’origine della coscienza (e della vita nella quale la coscienza si esprime).

[N. B. Il risultato di questa complessità che combina la contingenza con la località della coscienza è che tutto è qui e ora sia perfetto sia imperfetto:

  1. in quanto è perfetto perviene a coscienza in quanto la coscienza non è che il limite e il fine del tutto che lo rende presente a se stesso (come un confine a specchio), lo attualizza;
  2. in quanto è imperfetto è manchevole di tutto ciò che (ancora o più) non è o che potrebbe essere, desidera* ciò di cui manca, ne è attratto e immagina di tendere a un fine ancora assente, come a uno scopo [in questo cammino può tanto avvicinarsi quanto allontanarsi da se stesso, come un pianeta che passa dal perielio all’afelio e viceversa, senza mai poter coincidere col Sole che egli stesso, oscuramente, è.

Esserci energhèiâ suggerisce che l’atto di esserci “operi”, sia “al lavoro” in vista della continuazione di sé. Ecco perché il presente, in cui si è coscienti, è continuo: esso è contraddistinto da un continuo divenire ciò che si è.]

[N. B. Tutto questo, tuttavia, ancora non spiega perché si presenti questo o quel fenomeno o, su un altro piano, perché il “gatto di Schroedinger” sia vivo o morto (ciò richiede che gli eventi abbiano un fine e un significato, inappariscenti, tali agli occhi di Dio o del Logos).

Le ragioni per cui queste determinate particelle appaiono contraddistinte proprio da queste proprietà simmetriche e non da quelle p.e. contrarie (cioè le ragioni per cui da due stati possibili simultanei contraddittori emerge proprio questo stato e non p.e. il suo contrario), soddisfatta la legge della coerenza, possono essere comprese come cause finali inconsce, come quelle che presiedono ai campi morfici (chi, osservando queste particelle, in un certo senso le fa esistere o determina in questo modo, non sa perché esse esistano in questo modo piuttosto che in quello contrario – non indovina, cioè, che questo loro modo di essere è indotto da un campo morfico -; così, chi solleva il coperchio della scatola dove si trova il gatto di Schroedinger, pur determinando se esso sia vivo o morto, non conosce le ragioni per le quali lo ha salvato o ucciso).

Questa ignoranza dipende dal fatto che qui e ora opera inconsciamente alcunché di inattuale: vedo che le due particelle separate sono tra loro coerenti (e questo è reso necessario dal fatto che mi si “presentano”, che le vedo qui e ora, nel limite unificante dell’universo che io stesso sono, nel presente in quanto perfetto), ma ignoro perché sono così invece che altrimenti (questo modo di essere dipende da ciò in vista di cui esse si organizzano, un limite “spostato in avanti”, rispetto a cui il presente è imperfetto, manchevole). ]

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di Giorgio Giacometti