Oltre la morte?

Cristo_Mantegna

Che ne è della coscienza che l’universo ha di se stesso quando muore l’organismo in cui emerge?

Quanto meno la coscienza che si ha di qualcosa è intensa (fino al limite costituito dall’inconscio, che si predica solo di ciò che è vivo e potenzialmente cosciente, ossia di un tutto, non di una parte, come un sasso), tanto più veloce scorre il tempo.

Alla morte dell’organismo la coscienza come una bolla ne schizza via (l’organismo cessa di essere tale, ossia tutto, e diventa parte di altro), l’ordine esplicato si richiude su se stesso e… tutto si ricomprende nell’Uno, nell’ordine implicato, in Dio, ma in modo tale che si conservi la coscienza di sé, dunque il tempo.

Quando l’organismo si dissolve, i limiti spaziotemporali nei quali la coscienza (l’esserci) veniva trattenuta svaniscono. Si è di nuovo tutto simultaneamente.

L’universo, continuando a muoversi in un tempo “altro” (l’eone), cambia radicalmente prospettiva, traguardando se stesso in modo del tutto differente in modo tale che:

  1. non appare più associato a un corpo visibile (da anima diventa “spirito”)
  2. vede se stesso in modo del tutto differente (ciò che per noi è piccolo potrebbe apparire grande e viceversa)
  3. perde parzialmente la propria identificazione con qualcuno (e la correlata memoria) e riconosce in altri individui parti di sé
  4. ciò che per noi è tempo gli appare come spazio (“pianura della verità”), vivendo esso in un tempo altro (“eone)
  5. conserva desideri che cerca di appagare reincarnandosi, individuandosi di nuovo (oppure ha esaurito la catena dei desideri e permane in se medesimo in questa condizione)
  6. non conosce analiticamente se stesso da un punto di vista particolare come conosciamo noi ora, ma ha una conoscenza sintetica (e sfocata) di sé da più punti di vista (ciò che gli consente di “scegliere” di incarnarsi in questa o quella vita, per appagare i propri desideri residui)

Indizio di tale evoluzione sono

  1. le esperienze di pre-morte (ci si solleva immaginariamente sul proprio corpo, si attraversa un tunnel e si raggiunge un prato in cui tutti sono presenti)
  2. l’esperienza di rivivere in punto di morte tutta la propria vita come in un film (tutto tende a diventare simultaneo)

L’ipotesi soggiacente è che corpo e cervello siano riduttori della potenza della memoria: articolino nel tempo ciò che, in loro assenza, sarebbe simultaneo.

Consideriamo, del resto, che tutto è sempre presente, anche se in chiaroscuro o in prospettiva.

  1. L’Uno-tutto è qui tutto intero, non altrove. Esso appare come tale all’intuizione,
  2. mentre si mostra articolato in parti mutuamente contraddittorie alla ragione,
  3. parti che appaiono e scompaiono nel tempo per la percezione.

Non si può escludere che si possa essere coscienti in modo sublime o divino, attraverso l’intuizione o il noûs, in un tempo inteso come àiôn, degli opposti contraddittori (ciò che “qui” è o in atto o in potenza, “lassù” potrebbe essere simultaneamente in atto).

Il fatto di attingere di quando in quando a questo livello può rendere conto

  1. della logica paradossale dei sogni o del c.d. inconscio (bilogica, cfr. Matte Blanco)
  2. di certe esperienze psichedeliche
  3. dei fenomeni di dejà vu, sincronicità ecc.
  4. di eventuali premonizioni
  5. dell’esperienza mistica
  6. di ciò che sperimenteremo dopo la morte

N. B. Dio può essere rappresentato come il limite di tutti i limiti: ciò che, se potesse darsi, non ammetterebbe futuro fuori di sé; Qualcuno (che io stesso sono) che non è mai pienamente presente a se stesso (perché ciò sarebbe contraddittorio), ma regola tutto il processo e conferisce senso (provvidenziale) agli eventi.

“Dio” è anche il nome che diamo all’Uno in quanto riesce/riuscisse a prendere interamente coscienza di sé. La difficoltà a interagire con Dio (e con i nostri cari morti) è legata al fatto che siamo e non siamo Lui (e loro). Se “qui” ne siamo separati e non possiamo attingervi se non per brevi illuminazioni, “lassù” saremo e non saremo Lui (e loro). Non possiamo, dunque, in alcun modo interagire con gli “spiriti” come se fossero “persone” di fronte a noi (avessero un volto che li distinguesse da noi).

Come suggerisce Schelling, se “qui” ci sembra di avere (o di essere) un corpo sempre in atto, mentre l’anima talora sembra solo in potenza, “lassù” saremo (e incontreremo) sempre anime in atto, che potranno o non potranno manifestarsi (passare dall’atto alla potenza e viceversa).

Il principio di non contraddizione per cui alcune “cose” non sono compossibili con altre opera soltanto al “normale” livello di coscienza (o di “veglia”): quella che misura il tempo come chrònos e per la quale funziona la ragione o diànoia.

Su basi razionali, logiche, ipotetico-deduttive, possiamo sviluppare più teorie falsificabili, paradigmi interpretativi, programmi di ricerca progressivi o regressivi, più o meno compatibili con i fenomeni (ma non mai completi o incontraddittori), come immagini del mondo (sorta di proiezione su una superficie piana di disegni tracciati su una superficie sferica).

Esempi: il modello di Eudosso, il modello tolemaico, il modello di Copernico, il paradigma di Newton, il paradigma di Einstein, il paradigma della meccanica quantistica, la teoria delle stringhe ecc.

Lo spazio di Euclide o lo spaziotempo di Minkowski sono esempi di sotto-modelli, contraddistinti da isotropia e indipendenza dall’osservatore.

Qui e ora le cose vengono percepite o appaiono in prospettiva (parallasse del movimento).

Le cose come appaiono (phàinontai) non sono meno “vere” delle cose come si rappresentano (dokoûsin) razionalmente (p.e. in uno spaziotempo isotropo).

Non bisogna, peraltro, pensare a gradi separati (Uno, ragione, sensi…), ma a diverse forme di attenzione: la percezione (III grado) sperimenta sensibilmente la medesima contraddizione che attraversa la teoria (II grado): lo scorrere del tempo mostra concretamente come le cose non siano quello che di volta in volta sembrano, proprio come i modelli di universo non sono mai completamente in grado di salvare i fenomeni che vogliono rappresentare, né sono mai privi di contraddizioni interne.

Tuttavia la condizione “eonica” potrà essere conservata solo per un attimo: si ricade poi necessariamente in una condizione che è la diretta conseguenza del campo d’azione in cui si era immersi prima di morire (karma).

Il fatto che sia necessaria la “separazione” (mobile) di ciò che, di volta in volta, appare o si manifesta (phàinetai) da ciò che rimane opinato (dokèi) come possibile non spiega ancora perché qui e ora appaia proprio questo e non quello, perché io sia io e non altri, con questa determinata eredità e questo destino.

Per spiegare perché io sia io bisogna invocare peculiari cause o, anche, trattandosi, in ultima analisi, di un crivello che decide della nostra nascita e della nostra morte (di noi in quanto modi o anime nelle quali l’universo è di volta in volta presente a se stesso), si può più caratteristicamente fare riferimento a colpe o peccati (in senso a-morale, come mancanze), commessi in “vite precedenti”.

Del resto anche per spiegare successi e insuccessi nella propria vita occorre invocare cause di questo genere (riferite alla porzione di vita già vissuta).

È dunque plausibile che nella spiegazione entri in gioco qualcosa come un karma o un destino: è ragionevole supporre, infatti, che le anime nelle quali di volta in volta l’universo nasce e muore a se stesso dipendano non tanto da precedenze o successioni temporali (che “saltano” ad ogni transito – non è ragionevole p.e. che un padre si “reincarni” nel proprio figlio o simili – ) quanto dai desideri insoddisfatti dell’anima il cui corpo di volta in volta si dissolve; desideri che l’anima cerca di soddisfare dotandosi di un corpo adeguato a questo fine (che può nascere in  qualsiasi tempo e luogo).

Ci si può chiedere quale sia il senso della vita, presupponendo che le cose abbiano un significato come se la vita o il mondo fosse un testo costituito da cifre o simboli che alludono ad altro.

Se tutto è già in nuce (o predestinato) l’universo continua a cercare coerentemente di manifestarsi interamente a se stesso, continua a desiderarsi e a ricordarsi di sé, nella catena delle successive incarnazioni. Poiché tutto si svolge secondo un ordine (ad esempio al desiderio segue l’esaudimento o la frustrazione, come al rilascio di un grave segue la sua caduta verso il basso) ogni incarnazione successiva è quella che è in funzione del percorso che il Tutto va seguendo nella ricerca di se stesso.

N. B. L’ordine delle incarnazioni non segue l’ordine del tempo storico, ma dipende dal genere di desideri che, di volta in volta, si devono esaudire.

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di Giorgio Giacometti