Un disegno intelligente? Piuttosto: un cosmo autocosciente

  1. Se l’evoluzione delle specie è abbondantemente attestata dai reperti fossili, ma il meccanismo della selezione naturale non è in grado di (o, almeno, non basta a) spiegarla,
  2. se, inoltre, è legittimo un ricorso moderato e pudibondo a “cause finali“, nella spiegazione dei fenomeni naturali, con particolare riguardo a quelli biologici,
  3. se, infine, una spiegazione che fa appello a cause finali, come quella che invoca “campi morfogenetici“, può essere convincentemente adottata nella spiegazione della morfogenesi e, in ultima analisi, anche della rigenerazione e riproduzione dei singoli viventi,

una domanda sorge spontanea: “È ragionevole invocare cause finali, una sorta di ‘campo morfogenetico cosmico’ per spiegare non solo lo sviluppo (development) del singolo organismo, ma l’evoluzione (evolution) di tutte le specie viventi sulla Terra (ed eventualmente anche altrove) o, perfino, dell’intero universo?”.

E l’origine dell’uomo quale vivente capace di “coscienza” può essere spiegata sulla base di tale ipotesi?

  • La difficoltà implicita nell’invocare una “campo morfogenetico cosmico” mi sembra che riguardi la funzione di tale campo. Mentre nel caso del singolo vivente è possibile intuire la funzione di determinate sue parti (come i denti o i polmoni) in quanto tali da consentire al vivente medesimo (p.e. mediante la nutrizione o la respirazione) di conservarsi (cioè di conservare la propria forma, il proprio essere) ed eventualmente di riprodursi (conservando anche così la propria forma e la propria essenza in quanto specie), nel caso della “biosfera” o del “biota” terrestre quali funzioni dovremmo andare a cercare, tali da giustificare la sua evoluzione?

Credo che si possa suggerire che il fine dell’evoluzione (non solo del “biota” terrestre, ma dell’intero universo) è lo sviluppo della coscienza (di cui appare dotato – per quanto ci risulta – pienamente soltanto l’uomo, meglio: di cui appariamo dotati soltanto noi, che possiamo dircelo, senza tuttavia che la coscienza debba essere necessariamente legata alla specie umana in quanto specie biologica).

  • E perché mai la Natura avrebbe (avuto) di mira la coscienza? La coscienza potrebbe assolvere una funzione qualsiasi, utile per la sopravvivenza di chi ne è dotato, ma non necessariamente tale da giustificare l’intera evoluzione delle specie o, perfino, dell’universo (evoluzione che, in effetti, verosimilmente continua, anche se in modo inavvertito, del tutto indipendentemente dal manifestarsi nell’uomo della coscienza).

A meno che la coscienza non sia condizione di possibilità dell’esistenza stessa delle specie viventi e dell’intero universo.

coscienza_universo

  • Ma che dici?

Per comprendere a fondo questo mistero bisogna interrogarsi più a fondo sull’essenza della coscienza. Vi sono ottimi argomenti per escludere che la coscienza possa essersi evoluta per svolgere una qualsiasi funzione utile alla sopravvivenza del vivente che ne fosse dotato  (ciò, infatti, implicherebbe un’azione “magica” della coscienza sul corpo), a meno che non si faccia riferimento alla fondamentale funzione di “far essere” ciò di cui è coscienza (l’intero universo).

  • E come potrebbe la coscienza “far essere” ciò di cui è coscienza?

Potrei risponderti in modo “brutalmente” idealistico (o, almeno, fenomenologico), argomentando che non si dà mai “essere” senza “coscienza” (o “pensiero” o, meglio ancora, “intendere”, “intenzionalità”): in tanto puoi dire che c’è qualcosa in  quanto ne hai coscienza (lo percepisci o lo concepisci). Evocando Parmenide possiamo sentenziare:

tò gar autò noêin estì te kài éinai 
[la stessa cosa è intendere ed essere]
[fr. 3, Diels-Kranz]
  • Perché non potremmo ammettere, almeno in via di principio, un universo fisico del tutto privo di coscienza ?

Considera che l’universo fisico differisce da un universo puramente matematico (geometrico, ideale, astratto) solo perché qualcuno (o qualcosa) lo percepisce come tale.

Il paradosso del fisicalismo è questo: per essere coerente fino in fondo (per ridurre ogni tipo di spiegazione a una spiegazione di tipo fisico) esso deve dissolversi, perché deve introdurre nella spiegazione che dà dei fenomeni la coscienza, come alcunché di fisicamente irriducibile (se non altro come condizione trans-fenomenica dell’apparire dei fenomeni).

  • E perché mai?

In generale, affinché qualcosa vi sia occorre almeno un organismo vivente, il quale presuppone, a sua volta, che vi sia un ambiente.

  • Ma che dici? Posso immaginare, senza contraddizione, un universo molto simile a quello in cui ci troviamo, nel quale vi siano solo galassie, stelle, gas, senza forme di vita.

Ne sei certo? Sarebbe un universo senza tempo, in cui niente propriamente sarebbe.

  • E perché mai?

Possiamo dire di abitare in un universo che ha 13,772 ± 0,059 miliardi di anni perché tra “noi” e il big bang sussiste questo intervallo (spazio)temporale, sei d’accordo?

  • Così ci raccontano coloro che se ne intendono.

Già, ma se non vi fossimo “noi” (che siamo organismi viventi), come fissare il tempo “presente”? Non vi sarebbe alcun presente, dunque nessun passato e nessun futuro. Non vi sarebbe alcunché.

  • Oppure tutto sarebbe simultaneo, in una “varietà” a quattro o più dimensioni.

Di cui nessun sarebbe, tuttavia, cosciente. Come potremmo dire che vi è qualcosa? “Agli occhi” di chi? Implicitamente tu immagini un’entità (Dio?) agli occhi della quale tutto sarebbe “simultaneamente presente”, se il termine “simultaneo” deve significare qualcosa. Ciò che “per noi” scorre nel tempo, sarebbe tutto presente in una quarta dimensione dello spazio. D’accordo. Ma, di nuovo, “presente” implica qualcuno o qualcosa rispetto a cui il “presente” si distingua dalle altre distensioni temporali (per usare la terminologia di Agostino d’Ippona, cfr. Confessioni XI, 23-26).

  • Supponiamo che le cose stiano come tu suggerisci. Ma questo che cosa implica?

Gli organismi viventi, nella loro interazione con il loro ambiente, “fissano”, ciascuno per sé, il tempo presente, in cui “precipita” o, se vuoi, “si decanta” (o “si distilla”) l’esserci di ogni cosa. Si tratta di modi di essere molto diversi a seconda che si sia uomini, farfalle, felci o amebe. Ma, senza organismi viventi, niente potrebbe “esserci” (mancherebbe il “ci”, il “qui e ora” in cui esserci).

  • Dunque l’esistenza delle cose inanimate sarebbe legata a quella degli organismi viventi?

Direi di sì, nella misura in cui essi recano una forma, per quanto primitiva ed embrionale, di coscienza. Nota che la “coscienza” non è qualcosa di “interno” all’organismo, come a volte ci si rappresenta la sua “anima”, ma qualcosa che scaturisce dall’interazione tra organismo e ambiente. Possiamo rappresentarcela come un’interfaccia piuttosto “superficiale”. Pensa allo “stato di veglia“, nel quale massimamente siamo “coscienti”. Non ci si “risveglia” alla vita quando si sogna e, meno che mai, quando si è in sonno profondo, ma soltanto quando si interagisce con alcunché (apparentemente) fuori di noi. La “coscienza”, dunque, non è più cosa mia che di quello che mi circonda (del mio ambiente), è il modo in cui l’universo stesso, sfiorandomi, prende coscienza di sé. Il mio “corpo” potrebbe venire rapprentato come un’ “antenna” che permette alle “onde spirituali” dell’universo di prendere forma, di riflettersi.

Si potrebbe anche evocare la teoria della cosiddetta “gnosi di Princeton”, così come è stata a suo tempo ricostruita da Raymond Ruyer (e che ha molti punti in comuni con la cosmologia che propongo su queste pagine). Secondi molti scienziati operanti a Princeton tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento (come Eddington, Milne, Whitrow, von Weiszäcker, Robertson, Sciama, Bondi, Hoyle), ciò che osserviamo della Natura, gli oggetti come ci appaiono, compresi i corpi degli altri uomini (che ci appaiono in tutto e per tutto come oggetti, se siamo ad es. medici e operiamo su di loro), costituiscono soltanto il wrong side degli esseri, il loro rovescio, mentre la sfera soggettiva, più o meno cosciente, delle cose (che si rivela in ciascuno di noi, in quanto non siamo soltanto “corpi”. come sappiamo perfettamente, ma non si vede perché non debba contraddistinguere ogni altro “ente” in natura), costituirebbe il right side degli esseri, il loro dritto [cfr. Ruyer, p. 58]. 

Sotto questo profilo non si può non concordare con quanto scrive Paul Davies (che, scavalcando Copernico e Darwin, sembra evocare a sua volta – probabilmente senza saperlo – antiche dottrine gnostiche, risorte nella filosofia della natura dell’idealismo e, in particolare, di Schelling) :

Lungi dal presentare gli esseri umani come prodotti accidentali di cieche forze fisiche, la [stessa] scienza suggerisce che l'esistenza degli organismi coscienti è un aspetto fondamentale [corsivo nel testo] dell'universo.
[Paul Davies, La mente di Dio, p. 11]

Per quanto riguarda specificamente la coscienza possiamo senz’altro, infine, affermare, con Erwin Schroedinger:

La coscienza è il teatro, e precisamente l'unico teatro su cui si rappresenta tutto quanto avviene nell'Universo, il recipiente che contiene tutto, assolutamente tutto, e al di fuori del quale non esiste nulla.
[cit. in W. Moore, A Life of Erwin Schrödinger]

Questi o simili a questi sono gli argomenti (di ordine fenomenologico, se non francamente idealistico) che possiamo invocare per sostenere che l’essere implica la coscienza, per così dire, “immediatamente”.

La cosa interessante è che possiamo pervenire a questa conclusione, ossia che la coscienza è implicata necessariamente nell’esistenza stessa dell’universo, per un’altra via, senza cioè immediatamente invocare postulati idealistici, né appellarci all’esperienza del tempo vissuto, ma, per così dire, “mediatamente”, riflettendo sui processi mediante i quali le cose vengono alla luce.

  • In che modo?

In generale, nel campo dei viventi, così come nel campo dei quanti, possiamo congetturare che nei processi a cui si assiste siano sempre coinvolte forme di retrocausazione. Il futuro determinerebbe il presente (o, se preferisci, il presente il passato), pur essendone a sua volte determinato. Globalmente si registrerebbe una  “causalità circolare“, proprio quella che contraddistinguerebbe tanto il vivente, quanto l’intero universo (in quanto cosmo), nella prospettiva aperta dalla Critica del Giudizio di Kant (e ripresa dalla cultura romantica  e idealistica tedesca dell’Ottocento).

  • Puoi fare qualche esempio?

Nel campo dei quanti, come è noto, l’osservazione di determinate particelle non solo determina quali ne siano le proprietà qui e ora, ma, cancellando proprietà, “incompossibili” con queste, “esistite” in precedenza virtualmente in stato di sovrapposizione quantistica, in un certo senso, “retrodetermina” le proprietà che le particelle dovevano avere prima di essere osservate.

Pensa all’esperimento della scelta ritardata concepito da John A. Wheeler: un fotone che “sa” di dover passare una “doppia fenditura” (nel tempo t2) si propaga (nel tempo t1) in modo diverso di come si propagherebbe se non dovesse affatto passare tale doppia fenditura.

Nel campo dei viventi l’esempio classico è quello dell’albero: l’albero (il tutto) è causa della vita delle foglie (le parti), le quali, a loro volta, favorendo la fotosintesi clorofilliana, sono causa della vita dell’albero. La fotosintesi è, dunque, insieme il meccanismo che ha per effetto (cieco) la vita dell’albero, ma anche qualcosa che possiamo individuare sulla base dell’ipotesi (del “giudizio riflettente”, in termini kantiani) che tale meccanismo assolva una funzione, dunque abbia un fine. Sotto il primo profilo la spiegazione invoca cause efficienti (eventi che precedono il processo da spiegare, p.e. l’irradiazione solare, le reazioni chimiche che si svolgono nelle foglie); sotto il secondo profilo la spiegazione invoca cause finali (eventi che seguono il processo, come la sopravvivenza dell’albero, che, a sua volta, rende possibile perpetuare la fotosintesi).

  • E la coscienza in che modo sarebbe coinvolta in processi di retrocausazione o di circolarità causale?

La coscienza farebbe esistere in un certo determinato modo l’intera Natura dalla quale, a sua volta, essa si sarebbe evoluta (proprio come un albero fa esistere le foglie da cui trae alimento o l’incontro di un fotone con una doppia fenditura determina la forma dell’onda elettromagnetica che gli è associata prima che l’incontro avvenga).

  • E in che modo la coscienza farebbe esistere la Natura?

Consideriamo il problema posto dal cosiddetto del principio antropico. L’universo appare “finemente sintonizzato” [fine tuned] all’emergere dell’uomo (e, dunque, della coscienza): un’infinitesimale variazione negli “ingredienti” del Big Bang avrebbe reso impossibile l’emergere dell’uomo e della stessa vita come la conosciamo.

Come è noto, si può cercare di spiegare questo mistero suggerendo che “esistano” infiniti (o un numero sufficientemente grande di) universi e che noi esistiamo solo in quello nel quale possiamo (del tutto casualmente) esistere ed essere coscienti.

Tuttavia, tale spiegazione, come ho ampiamente argomentato in altra pagina, viola clamorosamente il rasoio di Ockham, perché costringe a congetturare l’esistenza “in atto” di infiniti o, comunque, numerosissimi universi, dei quali non possiamo sapere in effetti alcunché e della cui effettiva esistenza non possiamo avere alcuna prova empirica.

L’altra soluzione è quella, appunto, che consiste nel postulare un “disegno intelligente” che, fin dal Big Bang, abbia avuto di mira l’emergere dell’uomo (e della coscienza).

Tuttavia, per lo più si immagina questo “disegno intelligente” come se fosse stato concepito da un Dio “totalmente Altro” dall’uomo e dal mondo, ma, curiosamente, interessato alla “creazione” dell’uomo “a sua immagine”. E se, piuttosto, questo “Dio” fossimo, in un certo senso, noi stessi?

La versione della soluzione “forte” del problema posto dal principio antropico che qui fa gioco è, infatti, la seguente: se ammettiamo la possibilità di una causalità circolare e, quindi, di forme di retrocausazione possiamo ammettere che l’intelligenza (il Lògos divino-umano) che ha determinato (che è stata causa di) questa e non un’altra “specie” di universo sia la stessa intelligenza umana che è stata parimenti effetto dell’evoluzione dell’universo stesso.

  • Come si può pensare una cosa simile?

Consideriamo il problema dell’inflazione cosmica. Come sai, nei suoi primissimi istanti di esistenza, durante la fase cosiddetta “inflattiva”, secondo le più recenti teorie, l’universo si è espanso a velocità superiore a quella della luce, generando una sorta di multiverso costituito da un numero enorme di universi in sovrapposizione quantistica.

Alcuni studiosi, come Paola Zizzi suppongono che, proprio alla fine dell’era dell’inflazione, si sia registrata una “riduzione obiettiva” del pacchetto d’onde associato a questo multiverso, riduzione che avrebbe dato origine al “nostro” universo (così ben “sintonizzato” con la possibilità dell’origine della vita e dell’intelligenza). Le sovrapposizioni quantistiche (ossia il numero degli universi in sovrapposizione quantistica) nel multiverso prima della riduzione, secondo Zizzi, ammontavano a 109 registri quantistici, ordine di grandezza paragonabile a quello relativo al numero di tubuline che si trovano, analogamente, in sovrapposizione quantistica nel nostro cervello, numero necessario e sufficiente a permettere, attraverso la riduzione del pacchetto d’onde associato alle tubuline, un “momento di coscienza”, secondo il modello di Penrose-Hameroff.

  • E questo che cosa comporta?

Questo suggerisce che alla riduzione del pacchetto d’onde del multiverso originario, ossia al sorgere del “nostro” universo, così ben sintonizzato con noi, non sia estraneo un “momento di coscienza”.

  • Sarà, ma “chi” potrebbe essere stato cosciente dell’universo alla fine dell’era dell’inflazione, così da “retrocausarne” l’esistenza? Dio?

Questa è una possibilità che possiamo senz’altro associare all’idea più “tradizionale” di un “disegno intelligente” concepito da un Dio “totalmente altro”.

Tuttavia, se seguiamo la concezione di un “universo partecipativo“, avanzata dal fisico John A. Wheeler, possiamo tranquillamente post-datare il “collasso della funzione d’onda” del multiverso originario al sorgere della coscienza (umana o anche, se ve n’è una, non umana). Come scrive p.e. Amit Goswami:

Così avviene con l'universo: lo manifestiamo retroattivamente. Non c'è un universo manifesto. Solo baby universi di possibilità, finché [noi] non lo facciamo collassare [p. 122].
  • Ma quando sarebbe avvenuto questo collasso? E chi precisamente ne sarebbe responsabile? L’uomo di Neanderthal, l’Homo Sapiens?

Non è necessario postulare, come fa Goswami, un’unica “coscienza cosmica non locale”, che renderebbe conto del modo in cui diversi osservatori, magari sparsi tra lontane galassie e viventi in tempi assai differenti, secondo il modello di Wheeler, “partecip[erebbero] per rendere l’universo coerente e ordinato” [p. 118]. È sufficiente che l’universo si “ridetermini” per ciascuno di noi, in prospettiva, in ogni istante o anzi, come lo stesso Goswami suggerisce a più riprese nel suo libro, per ciascun vivente, nella misura in cui può essergli attribuita qualche forma, anche embrionale, di coscienza.

Si tratta – se ci rifletti – di una versione “universalizzata” del paradosso dell’amico di Wigner. Se per te che l’osservi una certa particella acquista una determinata proprietà (o il celebre gatto di Schroedinger appare morto invece che vivo o, appunto, l’intero universo appare in un certo modo piuttosto che in un altro), per me, tuo amico, qualora non fossi in contatto con te, “tutto” potrebbe essere ancora in “sovrapposizione contraddittoria di stati” o, se io ne “prendessi coscienza” dal mio punto di osservazione, separato dal tuo, “tutto” potrebbe apparire (“essere determinato” dall’osservazione stessa) in modo significativamente diverso da come appare a te.

  • Appunto! Non sarebbe garantita la coerenza dell’universo, della quale pure facciamo esperienza

Se ci rifletti, non è strettamente necessario che tale coerenza sia garantita, ossia che l’universo appaia uguale “agli occhi” di tutti. È del tutto sufficiente che la coerenza sia garantita per ciascuno, ossia per la coscienza (che è “una sola alla volta“) in ogni sua “incarnazione”.

  • Ma questo presupporrebbe che per me e per te, ad esempio, potrebbero non “esistere” le stesse stelle!

In teoria sarebbe perfettamente possibile: tu vedi certe stelle e vedi un “me” che condivide questa tua visione, solo perché tu, nel “determinare” l’esistenza di quelle stelle, determini anche come “mi ti manifesto”. Ciò non implica, tuttavia, che “io” sia “davvero” in accordo con te circa l’esistenza di quelle stelle.

  • Ma così avremmo una continua moltiplicazione di universi, nei quali ciascuno di noi sarebbe diverso agli occhi di ciascuno degli altri!

Ciò sarebbe del tutto compatibile con l’interpretazione “a molti mondi” della meccanica quantistica. Non è un’interpretazione assurda e, se le cose stessero così, non potremmo mai confutarla. Tuttavia, non la credo verosimile. Quanto più interagiamo, tanto più tendiamo ad armonizzare la nostra visione dell’universo. Continuiamo a percepirlo in prospettive irriducibilmente diverse  e non possiamo escludere che queste divergenze di prospettiva comprendano anche infinitesimali differenze nelle proprietà degli oggetti che percepiamo. Queste differenze, tuttavia, dovrebbero tendere asintoticamente ad annullarsi per effetto della “decoerenza quantistica” che riguarda, in generale, gli oggetti macroscopici e, quindi, a maggior ragione l’intero universo.

In altre parole, mi sembra plausibile che nel breve, medio o lungo termine (la cosa sfugge a ogni nostra possibilità di “misurazione” e deve quindi essere concepita in modo assai “speculativo”), si registri, anche per certe divergenze macroscopiche (p.e. quella tra un mondo, internamente coerente, in cui mia moglie avesse scelto di lasciarmi e un mondo, altrettanto coerente, in cui, viceversa, mia moglie non mi avesse lasciato), la evocata tendenza alla  decoerenza (come quella congetturata a livello quantistico) tale per cui, prima o poi, si dovrebbe registrare una convergenza, determinata dalla potente, anche se inappariscente, attrazione determinata da irresistibili “cause finali” (o “attrattori”) in gioco: i mondi finiscono per coincidere di nuovo (si può ad es. supporre che nel mondo in cui mia moglie non mi avesse lasciato, essa “accumulerebbe”, proprio a causa del mancato coraggio per una scelta non compiuta,  tale e tanta aggressività nei miei confronti che, “prima o poi”, finirebbe per separarsi da me e per dare luogo a situazioni sempre più simili a quelle determinatesi nel “mondo” in cui essa mi avesse, viceversa, lasciato).

L’ipotesi che nel breve termine mondi irriducibilmente diversi agli “occhi” di osservatori diversi (cioè per diverse incarnazioni della medesima coscienza cosmica) finiscano per coincidere può essere suffragata se si adotta una prospettiva informazionale, secondo la quale il “mondo esterno” emergerebbe per ciascun “osservatore” sulla base di determinate probabilità algoritmiche. Come spiega Markus P. Müller nell’articolo  Could the physical world be emergent instead of fundamental , se si adottano le opportune assunzioni,

different observers will, after seeing each other for long enough, have compatible “chances of events” and in this sense become part of a common world [ivi, p. 10]
  • Ma che cosa comporta concretamente l’ipotesi che l’universo sia determinato dall’emergere dall’universo stesso della coscienza, per “retrocausazione”?

In termini molto concreti: è perché puntiamo i nostri telescopi nella spazio profondo per “osservare” i “segni” del Big Bang che “determiniamo” a posteriori l’esistenza stessa del Big Bang, piuttosto che di altre possibili (potenziali) “origini” dell’universo. Come nel caso delle particelle subatomiche: osservandole, ne facciamo “collassare la funzione d’onda” e determiniamo le loro proprietà (in un modo compatibile col fatto che le osserviamo); così, “osservando” il Big Bang, determiniamo la sola forma di universo compatibile con la nostra stessa esistenza di osservatori.

Universo_partecipativoSecondo il fisico John Wheeler la paradossale circolarità del rapporto tra l’universo e il soggetto che lo percepisce (termini cooriginari, senza di cui non vi sarebbe alcunché) può essere intesa, in ultima analisi, come segue:

La fisica dà origine alla partecipazione dell'osservatore; la partecipazione dell'osservatore dà origine all'informazione; l'informazione dà origine alla fisica.[da Patrick Hughes, George Brecht, Vicious Circles and Infinity: an Anthology of Paradoxes, Doubleday, New York 1975, p. 8, cit. in Davies 93, p. 278]
  • Anche in questa tua ipotesi, tuttavia, “esisterebbero” infiniti universi possibili, quelli, non osservati e, dunque, non determinati retrocausalmente, la cui esistenza sarebbe incompatibile con la nostra… Tale possibilità non è interdetta dal già evocato rasoio di Ockham, per il quale “non bisogna moltiplicare gli enti senza necessità”?

Non direi. La “necessità” di moltiplicare questi universi è incomprimibile. Si tratta, in ultima analisi, a differenza che nell’ipotesi “meccancistica” degli infiniti universi casualmente passati all’atto, di universi soltanto possibili, come sono possibili (virtuali) le proprietà contraddittorie (sovrapposte) delle particelle subatomiche non (ancora) osservate.

Si tratta, in un certo senso, di far risuonare la prospettiva  (neo)platonica, secondo il quale “il principio [intrinsecamente antinomico, inconoscibile] di tutte le cose è tale sia delle cose che sono sia delle cose che non sono” (Proclo, Teologia platonica, II, 5, 30, 1), con la prospettiva, apparentemente opposta, di Protagora, secondo la quale la “misura [nel senso quasi di “misurazione” quantistica!} di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono” sarebbe “l’uomo”(cfr, Platone, Teeteto, 152a). In tale “risonanza” di prospettive “le cose che non sono” corrisponderebbero agli universi pensabili, possibili, ma attualmente irreali, mentre l'”uomo” non sarebbe altro che il modo in cui il principio  stesso prende coscienza di se stesso nell’atto di vedere  e, così, far essere  (rendere attualmente reale) questo universo piuttosto che quello.

In altre parole, non c’è violazione del “rasoio di Ockham” ad ammettere che il nostro mondo è semplicemente “contingente“, ossia non è strettamente necessario in quanto sarebbero stati possibili numerosi o, perfino, infiniti altri mondi (altri modi di essere “mondo”). Altra cosa è richiedere che “esistano”, attualmente, allo stesso titolo del nostro, infiniti universi inosservabili per venire a capo dell’eccezionalità (dell’estrema improbabilità) del nostro.

  • Mi sembra una differenza di “lana caprina”. In ultima analisi “altri” universi sarebbero comunque presupposti. Dire che sono “inosservabili”, anche se “attuali”, sembra molto simile a dire che sono soltanto “possibili”. In definitiva essi non sono “concreti” come il nostro!

La differenza tra “inosservabile” e “meramente possibile” può senz’altro sfumare… ma a una sola condizione: che ammettiamo che “essere” (essere “realmente”, “attualmente”) significhi “essere percepito” (“osservato”) da qualcuno, ossia implichi, appunto, la coscienza, c.v.d.

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di Giorgio Giacometti