La coscienza come setaccio ontopoietico

setaccio

  • Ma in ultima analisi che cos’è mai la coscienza?

Possiamo intenderla come un filtro o come un setaccio

  • Un filtro? Un setaccio?

Sì, qualcosa che filtra l’essere, il reale (lo lascia passare, lo lascia ex-sistere) separandolo (setacciandolo, come un crivello) dal resto del possibile. Possiamo dire: la coscienza è un setaccio (o crivello) onto-poietico, in quanto fa essere ciò che è secernendolo dal possibile.

Se ci rifletti, ciò avviene, apparentemente, “fuori” e “dentro” di noi.

  • In che senso?

Fuori di noi le cose, riflettendosi in noi, acquistano esistenza, se ammettiamo, come suggerisce la fisica dei quanti, che esse diventano qualcosa di determinato (da semplici onde di possibilità) soltanto quando vengono “osservate”.

Cfr. su questa ipotesi, a lungo dibattuta, il recente, conclusivo articolo di Markus Mueller, Could the physical world be emergent instead of fundamental, and why should we ask?

In particolare, come possiamo argomentare in modo più esteso in altre pagine, non si darebbero qualità cosidette emergenti, ma neppure forze, cause e, in generale, alcunché se non se ne avesse coscienza.

In noi quando desideriamo qualcosa e, mossi quindi da appetitusconatus, amore ecc., ci orientiamo verso quello che desideriamo cresce, in prospettiva, la coscienza di ciò che desideriamo percepire e la cosa in questione amplia la sua realtà.

Questo ci illude anche di esistere come singoli soggetti distinti (“io“).

Ma, in ultima analisi, si tratta, se ci rifletti, di un solo e medesimo processo. Come in un caleidoscopio, siamo testimoni che qualcosa viene all’essere, passa dalla potenza all’atto, “viene alla luce” o, equivalentemente, “viene in mente” dalle insondabili profondità del possibile (“possibile” che, sotto questo profilo, comprende la “memoria“, mentre ciò che si manifesta come “reale” comprende il “ricordo”, l’atto del richiamare alla memoria).

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di Giorgio Giacometti