Implicazioni filosofiche dell’evoluzionismo darwiniano

darwinLa teoria dell’evoluzione rappresenta una rottura non tanto rispetto al meccanicismo nel suo complesso, che, anzi essa contribuisce, piuttosto, a portare a compimento in campo biologico, quanto rispetto al caposaldo della reversibilità dei processi naturali. Sotto questo profilo essa può essere associata alla scoperta della caratteristica irreversibilità dei processi termodinamici.

Dal punto di vista filosofico l’idea che determinati processi naturali abbiano carattere irreversibile (pensiamo ai processi termodinamici) ha una sottile implicazione “teologica”: non è più concepibile un universo eterno, perenne, che rigenera continuamente se stesso, ma si riaffaccia necessariamente l’idea, se non di una creazione, almeno di un’origine del tutto. Il che ripropone il problema della causa prima dell’universo stesso e la sua possibile soluzione reintroducendo “Dio”. Nel caso dell’evoluzione il problema è quello dell’origine della vita.

Curiosamente, però, è proprio la teoria dell’evoluzione, nella sua espressione strettamente darwinistica, a rendere, viceversa, superflua, anche per la spiegazione dei fenomeni della vita (dopo che il meccanicismo classico l’aveva resa superflua per i fenomeni astronomici, fisici e chimici), l’ipotesi dell’esistenza di Dio. Di qui l’ostilità delle chiese nei confronti dell’evoluzionismo darwinistico fin dal suo sorgere.

evoluzioneCiò che contraddistingue, infatti, la vera rivoluzione concettuale del darwinismo è non tanto l’ipotesi (già intuita nel XVIII sec. da Buffon e ripresa all’alba del XIX sec. dal Lamarck) che le specie viventi conoscano un’evoluzione nel tempo e, specialmente, “nascano” l’una dall’altra, quanto la nozione di selezione naturale del più adatto (da intendersi, come chiarirà soprattutto la teoria sintetica dell’evoluzione tra Otto e Novecento: “dell’organismo casualmente più adatto”).

Infatti, prima della scoperta (o escogitazione) di questo possibile meccanismo di selezione (e, quindi, di produzione di forme sempre più complesse e, apparentemente, “intelligenti”), in campo biologico sembrava difficile “liberarsi” della nozione di un divino artefice della natura.
Come spiegare, infatti, altrimenti l’armonioso adattamento delle diverse specie al proprio ambiente e, prima ancora, l’organizzazione funzionale, in ciascun individuo, delle proprie strutture al fine della propria sopravvivenza (tessuti, organi, apparati), tutte apparentemente obbedienti a un preciso e finissimo progetto (struttura teleonomica o funzionalistica del vivente)?
Quale intelligenza sovrumana poteva essere responsabile di tanta analitica perfezione, quando le più “intelligenti” macchine costruite dall’uomo appaiono tuttora tanto goffe e imprecise rispetto al più grossolano essere vivente?
Ogni organismo, infatti, appare una “macchina” raffinatissima, che resta funzionale e organica – come aveva già notato Leibniz – anche a livello microscopico, quasi ad ogni livello di un’ipotetica divisione all’infinito dei propri componenti fino alla cellula e anche oltre (a differenza delle macchine umane, fatte di ingranaggi e cinghie di trasmissione – oggi di circuiti integrati –, che, se spezzate in parti più piccole, sotto un certo livello, perdono ogni qualsivoglia “efficienza”). Tutto ciò, contro la caratteristica negazione delle cause finali operante fin dagli esordi della scienza moderna (principio di oggettività, nei termini di Jacques Monod), sembrava dover preservare, in campo biologico, un ruolo al tradizionale finalismo di origine aristotelica (ancora operante, sia pure a titolo di ipotesi, ad esempio nella Critica del Giudizio di Kant che parlava di un necessario giudizio teleologico – finalistico – che concerneva i fenomeni naturali, e soprattutto nell’idealismo di Schelling e Hegel, nella prima metà dell’Ottocento).

Viceversa, l’introduzione del meccanismo della selezione naturale (dell’organismo casualmente più adatto) sembra rendere “finalmente” superflua ogni ipotesi relativa a un “progetto divino” o, come oggi si dice da parte di alcuni teorici americani, di un “intelligent design”.

Si noti che, sia pure derivato dalla nozione di “eterogenesi dei fini” – ogni specie evolve grazie al fatto che i singoli individui che la compongono perseguono “scopi”, come la propria conservazione, attraverso una competizione reciproca (lotta per la sopravvivenza), che non hanno immediatamente come “scopo” ultimo l’evoluzione stessa della determinata specie –, il meccanismo della selezione naturale del più adatto non può essere ricondotto a tale nozione (di “eterogenesi dei fini”), perché, mentre si può sostenere che gli individui abbiano, almeno “soggettivamente”, il fine di conservarsi, non vi è un’entità sovraordinata (come la specie di appartenenza o la natura in generale) che abbia come “fine” quello della propria evoluzione (come sarebbe se postulassimo Dio “dietro” il fenomeno apparentemente casuale dell’evoluzione), ma questa si svolge in modo del tutto accidentale, come semplice effetto del meccanismo della selezione, e non come scopo.

Ma è possibile che l’evoluzione sia così “casuale” e non obbedisca a qualche segreta “intenzionalità”, “finalità” o, comunque, “legge” (sconosciuta) di natura?

Nel corso dell’ultimo secolo la teoria dell’evoluzione ha suscitato un ampio dibattito non tanto per ciò riguarda il fatto dell’evoluzione in se stessa (che nessuna persona di buon senso contesta più, tali e tanti ne sono i chiari indizi), quanto, appunto, per la sua interpretazione. Se quasi più nessuno prende alla lettera il racconto biblico di una creazione in sei giorni di tutte le attuali specie viventi (o l’analoga concezione aristotelica relativa all’eternità delle specie, chiamata modernamente “fissismo”), molti contestano che tanta diversità di forme viventi, scaturita nel corso di milioni di anni sulla Terra, sia frutto del mero meccanismo darwiniano che associa lotta per la sopravvivenza e selezione naturale del più adatto.

Seguendo la classificazione del biologo neodarwinista Jacques Monod possiamo distinguere, nel campo dell’antidarwinismo, due concezioni principali:

  1. il vitalismo (si tratta della concezione antiriduzionistica, propria ad esempio da Bergson e ripresa da Webster e Sermonti, secondo la quale gli organismi viventi non si potrebbero spiegare sulla base delle sole leggi fisico-chimiche, ma presupporrebbero una forza o energia propria, che si contraddistinguerebbe per una caratteristica spinta verso l’ordine, l’eterogeneità e l’organizzazione e che si opporrebbe all’universale tendenza entropica propria dell’inanimato).
  2. l’animismo (si tratta della concezione, propria ad esempio di Teilhard de Chardin e degli attuali sostenitori di un intelligent design o di un “principio antropico”, secondo la quale vi sarebbe una tendenza di tutta la Natura, inanimata e animata, dall’esplosione iniziale dell’universo in poi, verso l’ordine e l’organizzazione; una tendenza in modo particolare orientata alla nascita dell’uomo e alla sua progressiva evoluzione verso il divino).

L’argomento più forte di entrambi questi orientamenti è quello già avanzato da Bergson: l’evoluzione delle specie costituisce una sistematica violazione o inversione della tendenza entropica dall’ordine al disordine, dal complesso al semplice, dall’eterogeneo all’omogeneo. Sebbene sporadicamente questa tendenza termodinamica possa ammettere eccezioni, appare statisticamente inverosimile la concentrazione di eccezioni che costellerrebbe l’evoluzione della vita sulla terra dall’organismo più semplice fino alla comparsa dell’uomo. Infatti ogni gradino dell’evoluzione appare infinitamente più improbabile della sua mancata comparsa.

Scriveva Bergson:

Tutte le nostre analisi ci rivelano […] nella vita lo sforzo per risalire la china che la materia discende. Esse ci lasciano in tal modo intravedere la possibilità, anzi la necessità, di un processo opposto a quello della materialità e che, semplicemente interrompendosi, darebbe origine alla materia. Certo, la vita che si evolve alla superficie del nostro pianeta è legata a qualcosa di materiale. Se fosse pura coscienza, o a maggior ragione sopraccoscienza, essa sarebbe pura attività creatrice. Di fatto, essa è ancorata a un organismo che la sottomette alle leggi generali della materia inerte. Ma tutto sembra testimoniare che essa fa il possibile per liberarsi da queste leggi. Se non ha il potere di rovesciare la direzione dei mutamenti fisici, quale la determina il principio di Carnot [cioè la seconda legge della termodinamica che prescrive un aumento irreversibile, in ogni processo naturale, della grandezza denominata entropia, che misura il grado di disordine del sistema interessato], si comporta però assolutamente come una forza che, lasciata a se stessa, lavorerebbe in direzione opposta. Incapace di arrestare il cammino dei mutamenti, essa arriva tuttavia a ritardarlo. L’evoluzione della vita continua, infatti, come abbiamo visto, un impulso iniziale; tale impulso, che ha determinato lo sviluppo della funzione clorofilliana nella pianta, e del sistema sensorio-motore nell’animale, conduce la vita a realizzare azioni sempre più efficaci, attraverso la fabbricazione e l’impiego di esplosivi sempre più potenti. […] È come uno sforzo per risollevare il peso che cade.
[Da Henri Bergson, L’evoluzione creatrice (1907)]

L’argomento della tendenza anti-entropica della vita, inesplicabile sulla base della sola selezione naturale, è stato recentemente riproposto dal fisico Paul Davies in questa formulazione: l’evoluzione meccanicistica di Darwin, basata sulla cieca selezione naturale, non renderebbe conto della tendenza dei viventi a passare da forme più semplici a forme più complesse, irreversibilmente, stabilendo una “freccia del tempo” altrimenti indeterminabile.

Contro questo genere di argomenti i neodarwinisti, come Jacques Monod, invocano, a volte, ragioni di tipo statistico a giustificazione della possibilità di “isole di ordine” in un oceano di disordine. Giocando, infatti, sul numero enorme di (eso)pianeti nei quali la vita avrebbe potuto attecchire o, addirittura, sull’ipotesi di molti universi, si sostiene che, per quanto apparentemente improbabile, la nascita e l’evoluzione della vita, in forza della sola combinazione di caso e necessità, è tuttavia possibile, perfino probabile, senza bisogno di invocare alcun “disegno intelligente”.

Scrive ad esempio Jacques Monod:

L'evoluzione nella biosfera è [...] un processo necessariamente irreversibile che definisce una direzione nel tempo, direzione che è identica a quella imposta dalla legge dell'aumento dell'entropia, cioè dal secondo principio della termodinamica. È molto più di un confronto. Il secondo principio si basa su considerazioni statistiche pari a quelle che stabiliscono l'irreversibilità dell'evoluzione. Infatti è legittimo considerare quest'ultima come una sua espressione nella biosfera. 
Dal momento che formula solo [!] una previsione statistica, tale principio non esclude, beninteso, la possibilità che un sistema macroscopico qualunque, in un movimento di piccolissima ampiezza e per una brevissima durata, possa risalire la china dell'entropia, cioè vada in qualche modo a ritroso nel tempo. Negli esseri viventi, proprio questi soli e fuggevoli movimenti, captati e riprodotti dal meccanismo replicativo, sono stati mantenuti dalla selezione. In questo senso, l'evoluzione selettiva, fondata sulla scelta dei rari e preziosi incidenti che l'immensa riserva di eventi casuali a livello microscopico contiene, in mezzo a infiniti altri, rappresenta una specie di macchina per risalire il corso del tempo. 
Non è quindi sorprendente ma, al contrario, del tutto naturale che i risultati ottenuti da questo meccanismo per andare a ritroso nel tempo, vale a dire la tendenza generale ascendente dell'evoluzione, il perfezionamento e l'arricchimento dell'apparato teleonomico, siano parsi miracolosi agli uni, paradossali agli altri e che la moderna teoria 'darwiniana dell'evoluzione su basi molecolari' venga ancor oggi considerata con sospetto da certi pensatori, filosofi o perfino biologi.
[da Jacques Monod, L'irreversibilità dell'evoluzione e il secondo principio della termodinamica in Il caso e la necessità (1970)]

Monod, inoltre, evoca, come detto,  l’enorme numero di stelle e di pianeti simili alla Terra che, per ovvie ragioni statistiche, renderebbe assai meno improbabile la catena di coincidenze che avrebbe portato, sulla Terra, in modo puramente casuale, dall’organismo più primitivo all’uomo.

Naturalmente questo controargomento lascerebbe supporre l’esistenza di un enorme numero di mondi nei quali l’evoluzione si sarebbe comunque sviluppata raggiungendo stadi di poco inferiori a quello raggiunto sulla Terra o magari perfino superiori (mondi di cui allo stato attuale non vi è alcuna traccia, ma che non possiamo neppure escludere che esistano).

Paradossalmente (come testimonia anche il pensiero di Margherita Hack), ma non troppo, chi nega l’esistenza di Dio o di una finalità intrinseca al cosmo, responsabile dell’origine della vita e della vita intelligente, deve poi postulare l’esistenza di forme di vita o anche di intelligenza extraterrestre, per rendere verosimile il sorgere, sulla Terra, sia della vita, sia dell’intelligenza (due cose estremamente improbabili, che, se non vi fosse vita extraterrestre, sarebbero casualmente sorte, in modo inverosimile, in un unico e medesimo luogo).

Giuseppe Sermonti, richiamando l’argomento fondamentale di Bergson, ha controargomentato contro tali tentativi nel modo seguente:

La legge fondamentale che l'adozione del fisicalismo [cioè la riduzione di ogni spiegazione in ambito scientifico alla fisica concepita a sua volta in senso meccanicistico] ha importato nella biologia è il famoso secondo principio della termodinamica o "principio dell`entropia". In virtù di questa legge ogni sistema isolato tende all'uniformità, al livellamento, come un castello di sabbia che il tempo spiani e che nessun futuro possa mai ricostruire. Un altro enunciato del secondo principio è questo: "un sistema isolato non passa due volte da uno stesso stato". Il termine "entropia" significa precisamente "evoluzione" ed esprime la tendenza del mondo fisico a procedere verso il disordine, cioè esattamente il rovescio di quello che il termine "evoluzione" significa per il biologo. 
Jacques Monod (1969) accoglie l'entropia nell'evoluzione biologica adottando il suo imperativo di irreversibilità: l'evoluzione non torna sui suoi passi. Ma di fronte alla vocazione entropica a radere al suolo la complessità, a scompaginare i castelli di sabbia, egli se la cava con un sofisma. Il principio dell'entropia, ragiona, è una legge statistica. Esso non esclude perciò che per una brevissima durata e per un movimento di piccolissima ampiezza, un sistema macroscopico possa risalire quel poco la china dell'entropia. Se si disponesse di un meccanismo capace di catturare e immobilizzare questi soli e fuggevoli passi a ritroso, si potrebbe costruire dal semplice il complesso, dal disordine l'ordine, dalla distesa di sabbia il castello. Per lui, il meccanismo c'è: è la Selezione Naturale cumulativa. 
Ma per costruire un castello (e un batterio è enormemente più complesso di un castello di sabbia o di mattoni), captando i granelli (o i mattoni) sbattuti in giro da una tempesta occorre, per lo meno, disporre del progetto del castello, che consenta di individuare i rarissimi movimenti giusti e fortunati, oltre a un sistema che difenda l'opera in costruzione dalla tendenza a dissolversi. [...]
Sulla Selezione Naturale come meccanismo di origine delle specie si possono fare molte considerazioni. Ma una Selezione Naturale proposta come creatrice della vita, dei suoi segni, dei suoi tipi e dei suoi ordini non può che lasciarci allibiti, come si tace di fronte alla follia.
[da Giuseppe Sermonti, Dimenticare Darwin]

Contro  argomentazioni come quelle di Monod militano, inoltre, considerazioni di ordine statistico. Il biologo Robert Shapiro ha calcolato che in un miliardo di anni si possono verificare 2,5 x 1051 mutazioni genetiche casuali, mentre l’astrofisico Arne Willer, dal canto suo,  ha calcolato che, per produrre il miliardo di specie pluricellulari che hanno popolato la Terra, occorrerebbero ca. 101.000.000.000.000 mutazioni casuali (cfr. Goswami, p. 30).

Se questi calcoli sono giusti, occorrerebbe, dunque, un numero enorme di universi (in parallelo o in sequenza) prodotti casualmente per ottenere la vita come la conosciamo (per tacere del principio antropico: tutti questi universi dovrebbero comunque possedere, sempre casualmente, certe caratteristiche eccezionali – essi, come si dice, dovrebbero essere fine-tuned, ben sintonizzati – affinché la vita, compresa la vita umana, fosse semplicemente possibile; se si volessero ottenere casualmente universi con queste caratteristiche, si dovrebbe aumentare ancora esponenzialmente il numero di universi).

Tutto questo violerebbe il rasoio di Ockham e farebbe preferire ipotesi esplicative dell’evoluzione più mirate (invochino, queste, un disegno intelligente, uno slancio vitale, una tendenza alla complessificazione o qualsiasi altra “forza” orientata).

Un altro argomento di Bergson e di altri contro l’interpretazione darwinistica dell’evoluzione è tratto dalla tendenza dei viventi (“convergenza evolutiva”) a evolvere strutture simili (ad esempio l’occhio, la pinna) anche quando a evolvere tali strutture sono specie tra loro non imparentate in alcun modo. Ciò sembrerebbe suggerire una sorta di “diffusa potenzialità” a generare ad esempio “occhi” che, in determinate circostanze, si “attuerebbe”, come se quelle determinate strutture fossero “forme a priori” di tipo platonico (o “essenze” in “potenza” in senso aristotelico) che attendono solo l’occasione migliore per diventare effettive (per “passare all’atto”).

A tale argomento, però, Barrai e altri oppongono la nozione di una pressione selettiva propria di ciascuno particolare ambiente naturale che opererebbe in modo darwinistico (ad esempio l’ambiente marino favorirebbe la selezione naturale degli organismi che, del tutto casualmente e indipendentemente l’uno dall’altro, sviluppano pinne e altre strutture adatte alla vita nel mare).

Parrebbe una ricostruzione credibile. Tuttavia, altri replicano all’incirca come segue. Consideriamo organi complessi come l’occhio. Un occhio non può essere “spuntato” all’improvviso. Eppure la sua complessa struttura è simile in specie tra loro lontanissime, che l’hanno evoluto in tempi e modi differenti. Se dobbiamo spiegarne l’origine in termini di selezione naturale, dovremmo comprendere quale funzione esso avrebbe assolto, in ciascun tipo di organismo, negli stadi intermedi del suo sviluppo, peraltro malamente attestati. La cosa è ancora più chiara nel caso delle ali, la cui funzione finale è chiara, mentre non è affatto chiara la funzione che tali strutture avrebbero assolto quando non erano ancora in grado di permettere al loro “proprietario” di volare.

N. B. È qui che potrebbe entrare in gioco (a favore del darwinismo) la teoria del “mostro promettente” di Goldschmidt. Se, per puro caso, per quanto ciò possa essere improbabile, nasce un organismo in cui “spunta” un occhio completo, con tutte le sue strutture (iride, cristallino, umor vitreo, retina ecc.), tale “mostro” fornito di tale “mostruosità” (sorta, dunque, all’improvviso, senza passare attraverso formazioni intermedie) potrebbe, sempre per puro caso, trovarsi in un ambiente nel quale tale nuovo organo si rivela inaspettatamente vantaggioso per la sopravvivenza dell’organismo stesso e dei suoi discendenti…

Tutto questo è certamente possibile, ma resta da chiedersi se sia abbastanza probabile; in particolare se sia più probabile della postulazione di una tendenza orientata e immanente della natura organica a “produrre” p.e. occhi.

Inoltre, se anche un “mostro promettente” del genere dovesse apparire, non è strano che ne siano apparsi altri, in specie diverse, tutti incredibilmente forniti di strutture omologhe (“occhi”), apparse tutte in modo del tutto casuale…?

Ai classici argomenti antidarwinistici di Bergson (ripresi poi da altri), Sermonti (nel libro Dimenticare Darwin) e i teorici delle forme (gruppo di Osaka, Webster ecc.) aggiungono altri argomenti, quali:

  1. la tendenza conservativa piuttosto che evolutiva del meccanismo della selezione naturale;
  2. l’assenza o scarsità di tracce dei famosi “anelli intermedi” nella catena evolutiva;
  3. caratteristiche di determinati organismi che non potrebbero essere spiegate evoluzionisticamente (caratteristiche apparentemente inutili alla sopravvivenza, come il canto degli uccelli, oppure caratteristiche, poi resesi utili, sviluppatesi però molto tempo prima che potessero effettivamente essere tali, come la forma dell’insetto foglia).

Per quanto riguarda il primo punto Giuseppe Sermonti, ad esempio, nota:

La Selezione Naturale, alla cui espressione si è preferita quella di Sopravvivenza Differenziale, è un fenomeno indiscutibile e mai negato. [...] Sua principale funzione è quella di eliminare gli anormali, i marginali, i trasgressivi e di normalizzare la composizione delle popolazioni naturali, un ruolo chiaramente conservativo, censoriale.
[da Giuseppe Sermonti, Dimenticare Darwin. Ombre sull’evoluzione, Milano, Rusconi 1999]

 L’osservazione non è solo di Sermonti. Andreas Wagner, nell’introduzione del libro Arrival of the fittestHow Nature innovates, per esempio scrive:

Natural selection can preserve innovations, but it cannot create them. Nature’s many innovations — some uncannily perfect — call for natural principles that accelerate life’s ability to innovate.

Analogamente i biologi Augros e Stanciu [in The New Biology, p. 195] scrivono:

Quella che Darwin prese per una fonte di cambiamento evolutivo in una specie [ovvero, adattamento] è in realtà una fonte di stabilità. Una pianta, per esempio, può assumere forme alquanto diverse a seconda delle condizioni del suolo, dei venti, dell'altitudine e di altre circostanze esterne. Questa adattabilità l'aiuta a utilizzare nel modo migliore i vari habitat, ma non la porta oltre i limiti del suo genotipo. Analogamente le singole variazioni o il polimorfismo non portano una popolazione oltre i limiti della specie.

Anche il celebre biologo Brian Goodwin riconosce che la selezione naturale “was too weak to explain evolution and only operated as a filter mechanism“.

I componenti del gruppo di Osaka (teorici delle forme) insistono soprattutto sull’idea dell’inesplicabilità della varietà delle forme dell’universo (organiche e inorganiche, dalle galassie alle forme viventi passando per i cristalli) ricorrendo alle sole spiegazioni biochimiche: non si capirebbe, infatti, perché il big bang da cui sarebbe nato l’universo abbia potuto dare luogo a una tale ricchezza di forme e non, invece, a un ambiente omogeneo, simile a quello generato da un gas che si espande in modo uniforme in uno spazio vuoto.

Altri autori come il biologo Piantelli Palmarini e il filosofo Fodor (nel loro libro Gli errori di Darwin), da un punto di vista strettamente scientifico ed epistemologico (e senza alcuna simpatia per forme di creazionismo o neo-creazionismo a sfondo religioso), mettono in luce altri problemi dell’approccio darwinistico classico, riassumibili in queste tesi:

1. Nella spiegazione dei fenotipi (delle forme dei viventi) sarebbero molto più importanti i vincoli endogeni (genetici) rispetto ai vincoli esogeni (ambientali): dunque la pressione selettiva immaginata da Darwin avrebbe un ruolo inferiore o perfino nullo rispetto ai condizionamenti derivanti dalla struttura del DNA (che potrebbe evolvere solo in determinate direzioni e non in altre).

2. Un ruolo ancora più importante l’avrebbero vincoli “geometrici” o “formali” che costringerebbero i viventi ad assumere preferibilmente determinate strutture e non altre (per esempio sarebbero privilegiate le forme a spirale, simmetriche, le forme che esprimono serie matematiche come la serie di Fibonacci ecc.), del tutto indipendentemente da pressioni selettive (dunque un ruolo fondamentale, in queste ipotesi, lo conserverebbe il caso, ma verrebbe meno il ruolo della selezione per  adattamento all’ambiente esterno).

Si potrebbe pensare che queste osservazioni si limitino a “spostare” l’azione della “selezione naturale”dall’ambiente esterno all’organismo all’ambiente del DNA (ossia all’interno dell’organismo) o ai vincoli “matematici”. Tuttavia Piattelli Palmarini e Fodor scrivono molto opportunamente:

L’evoluzione sembra aver ottenuto risposte quasi ottimali a domande che, se si fossero applicati filtri esogeni [come l’adattamento selettivo all’ambiente] a soluzioni generate a caso [nei limiti dei vincoli genetici e geometrici appena richiamati], come vorrebbe il modello neo-darwinista, avrebbero costretto a esplorare spazi implausibilmente grandi [p. 99].

Torniamo, insomma, all’elevata improbabilità di mutazioni sorprendentemente vantaggiose senza che esse dipendano in alcun modo dalla pressione dell’ambiente esterno, ma solo da vincoli endogeni. Ciò vale, ad esempio, per la “progettazione” del cervello, per le invarianti nella locomozione animale, per la forma “perfetta” delle foglie, per il canto degli uccelli, per il procacciamento del cibo da parte delle api, per la forma delle ali degli uccelli  [cfr. ivi, pp. 99-107].

Come spiegare, allora, tali strutture e comportamenti perfettamente funzionali (teleonomici), se la selezione naturale non può essere invocata? Il quesito, secondo i due autori (che non sono affatto creazionisti) rimane aperto…

3. Una critica di tipo epistemologico, avanzata sempre da Piantelli Palmarini e Fodor, deriva dalla circostanza che l’ambiente è supposto selezionare certi caratteri “vincenti” insieme ad altri, a questi strettamente associati, che non sembrano però dotare il determinato vivente di alcun vantaggio competitivo (cosiddetti caratteri free rider): da un punto di vista logico, poiché non si possono separare i caratteri espressamente selezionati (per qualche vantaggio) dai free rider, non si può dimostrare neppure la vantaggiosità dei primi mediante esempi controfattuali (ipotesi del tipo: “che cosa sarebbe successo se non si fosse evoluto questo determinato carattere”) perché in questi esempi controfattuali si devono sempre includere anche i caratteri “inutili”, associati a quelli presunti vantaggiosi, che neutralizzerebbero il ragionamento.

Questa critica si può forse semplificare osservando che l’evoluzione non è falsificabile, ossia non possiamo mai dimostrare che un certo carattere è vantaggioso “sperimentando” che cosa sarebbe accaduto se non si fosse evoluto.

Non possiamo, ad esempio, sperimentare in laboratorio, replicandola, l’evoluzione, processo naturale graduale che richiede milioni di anni per verificarsi, ma eventualmente singoli, minuscoli “segmenti” di essa (come nei celebri esperimenti di Waddington e altri sulle drosophilae), in situazioni controllate e fortemente condizionate dalle intenzioni dei ricercatori (situazioni non dissimili da quelle degli allevatori che, da secoli, effettuano selezioni “artificiali“, le stesse che, peraltro, ispirarono Darwin). Ma, come osservano Piattelli Palmarini e Fodor, “il ragionamento controfattuale (che cosa sarebbe successo se…) non è possibile in casi in cui non si possono eseguire esperimenti controllati” [Piattelli Palmarini & Fodor, p. 76 ], come è appunto il caso degli effetti della selezione naturale.

Un’obiezione molto forte al ruolo della selezione naturale nella spiegazione dell’evoluzione delle specie viene (involontariamente) dalla teoria degli equilibri punteggiati di Gould e Eldredge. Se si assiste a fasi di vere e proprie esplosioni morfogenetiche, con conseguente “creazione” in rapida sequenza di nuove specie, manca letteralmente il tempo necessario e sufficiente a spiegare questi processi di speciazione attraverso l’azione delle selezione naturale che presuppone, per sua natura, mutamenti graduali delle “ecologie” e, per conseguenza, mutamenti graduali (in quanto casuali) delle basi genetiche degli organismi in evoluzione.

N.B. Rendere conto, per quanto parzialmente, del dibattito sul darwinismo non mira a negare il ruolo che la selezione naturale casuale può assolvere nella spiegazione dell’evoluzione, ma solo a mettere in dubbio si possa dimostrare “scientificamente” che essa sia la sola spiegazione possibile.

Sotto il profilo epistemologico e filosofico ciò che importa non è lo “schierarsi” dalla parte degli animisti/vitalisti (come Teilhard de Chardin o Bergson) piuttosto che dei meccanicisti (come Monod) o viceversa, ma distinguere, nella misura del possibile (cosa peraltro tutt’altro che facile come ci potrebbero suggerire epistemologi come Feyerabend e Quine), le teorie scientifiche in senso stretto dalle ipotesi o interpretazioni filosofiche (della natura), suffragate magari da numerosi indizi (ma non da prove) e, soprattutto, non falsificabili. Quanto più il darwinismo nel suo complesso può essere visto non già come una teoria scientifica, in senso stretto, bensì come un paradigma interpretativo magari promettente, efficace e comodo, ma non propriamente dimostrabile, tanto più rimane legittimo, restando sul terreno squisitamente filosofico, razionale, senza, cioè, indulgere in alcun modo alla tentazione di aderire a (non giustificate) prospettive religiose, tentare di riabilitare antiche e nobili nozioni filosofiche (platoniche, aristoteliche e stoiche) come quelle delle cause finali e formali (assumano esse la denominazione di “campo morfogenetico”, “slancio vitale”, “principio antropico”, “attrattore”, “intelligent design”  ecc.), invocando a proprio favore, a propria volta, non altro che ragionevoli indizi, piuttosto che prove

di Giorgio Giacometti