L’essere presuppone la coscienza

Klein

Non può, dunque, non esserci qualcosa.

Ma che cosa sarebbe qualcosa che non fosse né percepito, né concepito?

Tutto ciò che è deve apparire a se stesso per essere alcunché.

Ora la cosiddetta coscienza non  è altro che questo apparire dell’essere a se stesso.

La coscienza è il taglio dell’essere che fa sì che esso propriamente sia.

  • Perché l’universo non potrebbe esistere senza che se ne sia coscienti?

Non si dà mai “essere” senza “coscienza” (o “pensiero” o, meglio ancora: “intendere”, “intenzionalità”): in tanto puoi dire che c’è qualcosa in  quanto ne hai coscienza (lo percepisci o lo concepisci).

Tò gar autò noêin estì te kài éinai
[la stessa cosa è intendere ed essere]
[Parmenide, Poema sulla natura, fr. 3 DK]

Considera che l’universo fisico differisce da un universo puramente matematico (geometrico, ideale, astratto) solo perché qualcuno (o qualcosa) lo percepisce come tale.

N. B. Il paradosso del fisicalismo (la teoria secondo la quale tutte le scienze potrebbero in linea teorica essere ridotte alla fisica) è questo: per essere coerente fino in fondo (per ridurre ogni tipo di spiegazione a una spiegazione di tipo fisico) esso deve dissolversi, perché deve introdurre nella spiegazione che dà dei fenomeni la coscienza, alcunché di fisicamente irriducibile (una condizione trans-fenomenica dell’apparire dei fenomeni).

  • Ma che dici? Posso immaginare, senza contraddizione, un universo molto simile a quello in cui ci troviamo, nel quale vi siano solo galassie, stelle, gas, senza forme di vita coscienti.

Ne sei certo? Sarebbe un universo senza tempo, in cui niente propriamente sarebbe.

  • E perché mai?

Possiamo dire di abitare in un universo che ha 13,772 ± 0,059 miliardi di anni perché tra “noi” e il big bang sussiste questo intervallo (spazio)temporale, sei d’accordo?

  • Così ci raccontano coloro che se ne intendono.

Già, ma se non vi fossimo “noi”, come fissare il tempo “presente”? Non vi sarebbe alcun presente, dunque alcun passato e alcun futuro. Non vi sarebbe alcunché.

Un tutto di cui “nessuno” fosse cosciente o, per meglio dire, (poiché ancora qui “nessuno” ancora si distingue dal tutto) un tutto di cui non si fosse coscienti non sarebbe in alcun tempo. Non emergerebbe alcun “presente”, dunque alcun passato e alcun futuro, nulla. Questo “tutto” non sarebbe mai “stato”, non sarebbe ora e non sarebbe in futuro… Non sarebbe affatto.

  • Va bene. L’universo fisico, come lo conosciamo, non sarebbe ciò che è se non se ne fosse coscienti. Tuttavia, hai alluso prima alla possibilità che l’universo, in se stesso, abbia un carattere “matematico”. In assenza di coscienza ci si potrebbe immaginare che ciò che esiste esista in modo diverso da come noi lo percepiamo.  Potrebbe trattarsi di un tutto simultaneo, in una “varietà” a quattro o più dimensioni.

D’accordo. In omaggio a Kant, chiamiamo “noumeno” questo universo puramente “matematico” o universo in sé (ciò che con David Bohm possiamo chiamare anche “ordine implicato”).

In primo luogo considera il fatto “trivial” che siamo sempre “noi”, in questo istante, a concepire questo universo in sé (del resto “noumeno” non significa altro che qualcosa che possiamo concepire, “noêin“). In generale, come potremmo dire che vi è qualcosa? “Agli occhi” di chi? Implicitamente tu immagini un’entità (Dio?) agli occhi della quale tutto sarebbe “simultaneamente presente”, se il termine “simultaneo” deve significare qualcosa. Ciò che “per noi” scorre nel tempo, sarebbe tutto presente in una quarta dimensione dello spazio. D’accordo. Ma, di nuovo, “presente” implica qualcuno o qualcosa rispetto a cui il “presente” si distingua dalle altre distensioni temporali (per usare la terminologia di Agostino d’Ippona, cfr. Confessioni XI, 23-26).

In secondo luogo rimane il problema di capire come da questo universo come è in se stesso possa essere derivata la “coscienza”, cioè il mondo come ci appare (che con David Bohm possiamo chiamare “ordine esplicato”).

  • D’accordo. Rimanga pure questo problema. Resta il fatto che questo “noumeno” potrebbe tranquillamente “esistere” senza che se ne fosse coscienti.

Ne sei certo?  Se lo scorrere del tempo presuppone la coscienza, come abbiamo appena argomentato, come può “in un certo momento” la coscienza essere scaturita dal “noumeno”? Il “noumeno” è per definizione fuori del tempo. Dunque, anche la scaturigine della coscienza dal noumeno, dalla quale il tempo inizia a scorrere, deve essere collocata fuori del tempo. Non si dà, dunque, mai un “momento” in cui vi sia (stato) il “noumeno” senza la coscienza, ma i due sono necessariamente “coeterni“.

  • Eppure  a me sembra che vi siano molte cose di cui non sono cosciente: tutto quello che esiste mentre dormo di sonno profondo, ad esempio.

Se da un lato dobbiamo ammettere che la coscienza è coeterna all’essere, dall’altro lato possiamo riconoscere che non si sia sempre coscienti di tutto ciò che è. La coscienza è sempre parziale. Per essere precisi: alla coscienza ciò che esiste può tanto apparire, quanto non apparire.

Se ciò che esiste appare, esso propriamente c’è, è attuale; se non appare, esso è soltanto possibile. Affermare che la coscienza non può non esserci, in quanto coeterna all’essere, equivale ad affermare che ciò che esiste non sarebbe neppure (in parte) possibile, se non fosse sempre anche (in parte) attuale.

La coscienza di qualcosa non può essere, dunque, soltanto qualcosa di soltanto “reale”, frutto contingente o accidentale del gioco dei possibili (come pure necessariamente appare), ma è piuttosto qualcosa di necessario, perché se nulla fosse qui e ora, nulla sarebbe mai, la potenza non potrebbe mai passare all’atto, il possibile non potrebbe mai divenire attuale.

In un certo senso si è sempre coscienti di tutto ciò che esiste; soltanto che questo in parte si mostra, appare, in parte si nasconde, scompare. Ma anche ciò che non appare resta come presupposto, implicazione di ciò che appare (lett.: qualcosa che si trova “nelle pieghe” di ciò che appare).

In questo senso possiamo affermare con il fisico dei quanti Erwin Schrödinger:

La coscienza è il teatro, e precisamente l'unico teatro su cui si rappresenta tutto quanto avviene nell'Universo, il recipiente che contiene tutto, assolutamente tutto, e al di fuori del quale non esiste nulla.
[cit. Erwin Schrödinger, in W. Moore, A Life of Erwin Schrödinger]

Vi sono ottimi argomenti, del resto, per escludere che la coscienza possa essersi evoluta per svolgere una qualsiasi funzione utile alla sopravvivenza del vivente che ne fosse dotato  (ciò, infatti, implicherebbe un’azione “magica” della coscienza sul corpo). Tutto, dunque, lascia credere che la coscienza non assolva una funzione biologica, bensì ontologica, anzi onto-poietica (essa “servirebbe” non tanto al vivente che ne è dotato, quanto all’universo stesso per esistere).

La “coscienza” è così necessaria da apparire, in quanto tale, invisibile (come un occhio a se stesso).

Non è un caso che p.e. in greco antico e in molte altre lingue manchi una parola per identificare la coscienza.

Aggiungere al dato dell’albero che è qui e ora la precisazione che “vi è coscienza del fatto che” qui e ora c’è un albero è apparso a lungo superfluo, al punto che è mancata una parola per esprimere questa precisazione.

N. B. Propriamente ciò che viene precisato, introducendo la nozione di “coscienza”, è che le cose appaiono o si dànno sempre solo secondo un punto di vista o secondo una prospettiva temporale e spaziale.

Ci possiamo rappresentare la coscienza come la superficie (circolare) di interferenza tra sfera intelligibile e sfera sensibile, copula mundi, eterna e insieme in divenire.

Possiamo rappresentarci la coscienza, sempre in termini (neo)platonici, anche come l’intelligenza che, rivolgendosi alla propria origine, cioè all’Uno-tutto, completa (“implementa”?) questo stesso Uno-tutto, portandolo a perfezione e attualità.

Come scrive Proclo:

L'intelligenza [noûs] tiene dappertutto l'ordine del ritorno [epistrophé, lett. conversione], elevando e riconducendo, insieme con se stessa, l'intera moltitudine ad essa legata
[Commento al Parmenide, 686, 32-34].
[Questa] intelligenza è in se stessa ed è la pienezza [plèroma] della vita e dell'essere
[Teologia platonica, 131].

N. B. Non bisogna cadere nell’equivoco di credere a due “mondi” realmente separati, collocati in due “luoghi” diversi: il mondo sensibile (o ordine esplicato) non è che lo stesso mondo intelligibile (o ordine implicato) in quanto se ne prende coscienza, in quanto esso appare  a “qualcuno” (allo stesso universo non ancora consapevole di sé).

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di Giorgio Giacometti