Limiti del darwinismo sociale

Spencer
Herbert Spencer

Un altro genere di critiche epistemologiche si concentrano non tanto sulla teoria di Darwin in sé, quanto sulle sue “estensioni” interpretative alla società umana.

In tale ambito si è assistito nel corso dell’Ottocento a un uso spregiudicato di Darwin e della sua teoria evoluzionistica (o di teorie affini come quella elaborata da Herbert Spencer, esplicitamente estesa alla sfera sociale ed economica) per giustificare il (presunto) “diritto” dei più forti ad avere la meglio sui più deboli

  1. sia in campo economico , dando luogo al cosiddetto darwinismo sociale;
  2. sia in campo politico-militare, dando luogo, contro tutte le ideologie di tipo egualitario, a forme di razzismo (che hanno giustificato dal colonialismo classico all’antisemitismo fino alla politica di genocidio di Hitler).

La critica principale (epistemologica prima che etico-politica) che si può fare a queste estensioni del darwinismo in campo sociale, accennata p.e. da Italo Barrai, è la seguente: la selezione naturale in ambito umano non può più operare, perché ogni forma di selezione (da quella operata dal mercato a quella risultata da una lotta tra classi sociali o tra popoli) è inesorabilmente “artificiale”, frutto di un preciso progetto umano, cosciente [1] (non riguarderebbe, cioè, l’ambito della teleonomia, ossia di un apparente finalismo, ma di una vera e propria teleologia, ossia di un finalismo effettivo, consapevole).

Italo Barrai così si esprime:

La teleonomia ha generato la teleologia. Fino a [un certo] punto, il processo evolutivo mantiene [...] il proprio aspetto teleonomico [cioè l’apparente tendenza a conseguire un tèlos, un fine]: anche negli organismi superiori la presenza di un vantaggio porta ad un migliore adattamento che aumenta il vantaggio, esattamente come il processo di polimerizzazione a livello del protoambiente biochimico portava a più DNA che portava a più proteine e così, via. L'evoluzione tende a far raggiungere un massimo di vantaggio ad un organismo in un ambiente. [...] Giunti a questo punto della discussione, il processo ci conduce alla comparsa ed alla presenza dell'uomo, che è l'ultimo prodotto dell'evoluzione, quindi l'ultimo prodotto della teleonomia [cioè della tendenza evolutiva a produrre organismi adatti al proprio ambiente come se fossero stati organizzati a tale fine o tèlos]. L'uomo si distingue da tutti gli altri organismi per la diversa e grande quantità di RAM che possiede. Nessun altro organismo ha un rapporto RAM/peso che si avvicini a quello dell'uomo. Nessuno può dire di più sulla specificità dell'uomo. Il problema è che l'aumento di capacità di memoria ha portato al fenomeno che viene chiamato coscienza di sé e, ben più importante, alla capacità di previsione ed alla capacità di scelta in base alla previsione, cioè, alla teleologia. Nessun animale diverso dall'uomo adotta il quadrifarmaco epicureo, nessun animale sceglie un male che permetta di evitare un male maggiore, sceglie un male che porti ad un bene, evita un bene che porta ad un male, evita un bene che impedisce un bene maggiore. E l'uomo è il prodotto della teleonomia, su questo non v'è, dialettica possibile. Ma l'uomo non abbandona i propri simili, se sono malati li cura, ha creato società e governi, se un uomo adopera la teleonomia per il proprio vantaggio, per esempio se uccide un altro uomo, lo punisce, la tendenza è verso un vantaggio generale e comune, il vantaggio individuale non è compiutamente perseguito. L'uomo è un animale teleologico [cioè si dà realmente fini mediante l’intelligenza e la volontà], non corre necessariamente verso il massimo del vantaggio qui e ora come è imposto dalla selezione naturale, può prevedere e quindi raggiungere successivamente un vantaggio ancora maggiore. Nel contempo permette che altri uomini, che in regime teleonomico scomparirebbero subito, gli emofilici, i diabetici, i distrofici, sopravvivano assieme agli altri. Ne segue che la teleonomia [cioè l’evoluzione, in quanto orientata a fini solo apparenti], inventando la teleologia [cioè la tendenza umana a perseguire fini reali], ha reso se stessa obsoleta: la selezione naturale è pressocché annullata nel caso dell'uomo, e l'evoluzione di questo organismo è ora soggetta a regole diverse, che tuttavia possono e devono ancora essere chiaramente codificate. Tale compito di enunciazione e di codifica delle regole di evoluzione umana è compito specifico della filosofia, non deve essere lasciato alle ideologie, per loro natura incapaci di visione universale. 
[da I. Barrai, Evoluzione e neodarwinismo, conferenza introduttiva a seminario, Ferrara 27.11.01]

D’altra parte, restando sul puro terreno naturalistico, non ha alcun senso giustificare i comportamenti umani ispirandosi ai meccanismi della Natura, che, in quanto tali, non sono cattivi, ma neppure buoni, cioè non hanno alcun valore dal punto di vista morale o politico. Dunque appare altrettanto infondato pretendere che l’uomo debba per forza discostarsene (come fanno coloro che insistono su una pretesa differenza dell’uomo dal resto dalla Natura), quanto che debba cercare di imitarli (posto che, come detto, non si possano più prolungare come tali).

Da un altro punto di vista tutto ciò che ci riguarda come esseri umani obbedisce ancora alle leggi naturali, compresa quella di selezione. Ma, sotto questo profilo, non si tratta della selezione di ciò che ci può sembrare più forte o più adatto in una logica “pseudonaturalistica”, ma di ciò che effettivamente si conserva o progredisce. Ad esempio nelle nostre società occidentali tendono a sopravvivere e a riprodursi anche individui che in altre epoche o presso altre culture sarebbero stati destinati a soccombere (soggetti infermi, portatori di handicap ecc.). Ma, contrariamente a quello che poteva pensare Hitler, si tratta di individui che, evidentemente, è “naturale” che sopravvivano in una società organizzata come la nostra sulla base di uno Stato sociale (che, a sua volta, è “sopravvissuto” rispetto ad altre forme meno “solidaristiche” di Stato).

D’altra parte recenti studi hanno messo in luce come anche in diverse società animali i legami di solidarietà tra i membri dei singoli gruppi (p.e. di scimmie) siano più efficaci in termini di sopravvivenza del gruppo dell’aggressività dei singoli (o della loro forza bruta), che rischia di essere distruttiva del gruppo medesimo.

N. B. Questo genere di critica è tipicamente filosofica: invece di far valere oppositivamente criteri esterni, che non sarebbero accettati come tali dai darwinisti sociali e dai razzisti (p.e. criteri religiosi o umanitari), si mettono in luce socraticamente le interne contraddizioni o aporie di approcci di questo genere.

[1] Il meccanismo del mercato non è così “spontaneo” come sembra (argomento di Marx). Esso richiede precise scelte politiche e legislative come l’abolizione dei dazi doganali e dei dazi interni, l’abolizione del feudalesimo ecc. Così i campi di sterminio nazisti non sono certo “fenomeni naturali” come lo sbocciare dei fiori o i tramonti, ma sono il frutto di precise scelte umane, a scopi umani. Tra l’altro il sogno di Hitler era quella di selezionare, in modo del tutto artificiale, una “razza superiore”, senza rendersi conto che il meccanismo naturale di selezione sarebbe stato molto più efficace, ai fini della generazione casuale di individui particolarmente “adatti” o “forti”, proprio al contrario di quello che pensavano i teorici del razzismo, attraverso il mescolamento dei geni di popolazioni diverse (meticciamemento).

di Giorgio Giacometti