Forme di indeterminazione

entanglement

Nella classica interpretazione di Copenhagen (Bohr, Schroedinger, Heisenberg, con qualche differenza tra questi autori) la realtà microfisica, almeno in certi casi, esiste in sovrapposizione di stati contraddittori (p.e. una particella ha simultaneamente una polarizzazione orizzontale e verticale o uno spin di un tipo e del tipo opposto ecc.) finché non viene osservata. A questo punto assume una certa configurazione, come se l’osservatore stesso l’avesse determinata. Analogamente non posso conoscere sia la velocità (o la quantità di moto) sia la posizione di una particella per il principio di indeterminazione di Heisenberg. Se determino l’una mediante un’osservazione per l’altra posso solo avere una distribuzione di probabilità.

Nell’interpretazione di Bohm, invece, la realtà è già univocamente determinata (vige una forma di determinismo come per la relatività di Einstein e la fisica classica), ma non è locale (Bohm parla di “ordine implicato”). Bohm cioè sarebbe riuscito a “raddrizzare” la meccanica quantistica introducendo le famigerate “variabili nascoste” per rendere conto dei fenomeni osservabili, ma a un prezzo: ammettere che in se stessi i fenomeni (o meglio le “cose” dietro quelli che ci appaiono come fenomeni) sarebbero “non locali”.
Infatti, per la diseguaglianza di Bell posso raddrizzare in senso deterministico la meccanica quantistica solo facendo saltare il postulato della località.

Ad esempio, se quando osservo una particella nel famoso esperimento EPR (che una volta era solo immaginario, ma che è stato poi effettivamente realizzato da Aspect e altri), anche la particella “sorella” assume certe proprietà in funzione di quella assunte dalla particella osservata, questo misterioso “entanglement” si spiegherebbe non perché (come nell’interpretazione di Copenhagen) la “coscienza” o la “misurazione” o l'”osservazione” determinerebbero quale tra diversi universi possibili in sovrapposizione di stati è quello vero, ma semplicemente perché agendo su una particella simultaneamente agisco anche sull’altra come se le due particelle che mi appaiono molto distanti fossero ancora unite nell'”ordine implicato” (secondo Bohm).

D’altra parte Bohm ammette che la sua teoria (e in generale le meccanica quantistica, ma questo vale anche per la relatività) ha un problema: non se ne può derivare l’istante presente (cioè quello dell’osservazione). Cioè non esistono equazioni risolvendo le quali io possa conoscere le coordinate spaziotemporali del qui e ora.

La differenza tra le due interpretazioni della meccanica quantistica si riducono in ultima analisi alla seguente.

Nella classica interpretazione di Copenhagen l’indeterminazione riguarderebbe la realtà prima dell’osservazione e sarebbe l’osservazione (in un qualche “presente”) a determinarla.

Nell’interpretazione di Bohm la realtà sarebbe intrinsecamente determinata, ma non locale. L’indeterminazione (per così dire) riguarderebbe la sua localizzazione (non c’è modo di dimostrare perché qui e ora si localizzi piuttosto che là e altrove), che Bohm chiama “ordine esplicato”.

In ultima analisi in entrambi i modelli c’è qualcosa di indeterminabile che è strettamente connesso all’atto dell’osservazione sperimentale, al presente. Solo che in un caso questa “indeterminazione” è “proiettata” sulla realtà esterna, mentre nell’altro sarebbe riferibile alla stessa osservazione (che, viceversa, nel primo modello sarebbe determinante).

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di Giorgio Giacometti