Esserci: ovvero essere “in prospettiva”

Generalmente, quando ci si chiede che cosa intenda Heidegger (in Essere e tempo e altrove) con l’espressione “esserci” [Da-sein], si immagina che si tratti di un quasi-sinonimo di “coscienza” (il che è accettabile, ma solo in una determinata accezione di “co-scienza”), “individuo”, “essere umano” (il che è meno accettabile). Lo stesso Heidegger, a volte, sembra suggerire questa interpretazione, sebbene egli si sforzi di argomentare variamente il senso della scelta dell’espressione “esserci”.

Tuttavia, a ben vedere, l’esser-ci non è altro che la forma che l’essere, in generale, assume quando è percepito e concepito, ossia nel solo modo in cui esso è dato. “Ciò che è” è sempre qualcosa di determinato che appare ora, in un determinato modo e in un determinato luogo (“ci”, qui). Il “ci” di “esser-ci” è, dunque, il modo in cui l’essere si manifesta. In una parola: sempre in prospettiva.

Ciò non ha niente a che fare con l’identità di un individuo, meno che mai con la sua identità anagrafica.

L’esperienza della cosiddetta “parallasse di movimento” (cfr. M. Maraffa, A. Paternoster, Sentirsi esistere. Inconscio, coscienza, autocoscienza, Roma-Bari, Laterza, 2013, p. 101) semplicemente “illude” che “qualcuno” si sposti nello spazio e costituisca, per così dire, uno dei fuochi della prospettiva nella quale l’essere (“ci”) appare come “mondo” (l’altro fuoco, come sanno bene i pittori del Rinascimento, è il “punto all’infinito” delle linee prospettiche).

Lo “stadio dello specchio” di lacaniana memoria e la codificazione linguistica dell'”io” ad opera dei discorsi di coloro che circondano il focus prospettico in questione il-ludono progressivamente che questo focus (non altro che il modo in cui qui e ora l’essere prende coscienza di sé o, se si vuole, il modo in cui “Dio” si propone come testimone dell’essere) sia qualcuno. Lo sviluppo progressivo di una “memoria” sempre più coerente (o supposta tale) fa che nel “teatro” humeano della coscienza empirica si ritagli progressivamente un “io”, a cui sono attribuiti via via accidenti e proprietà sempre più ricchi e complessi. A questo “io” sono imputate anche azioni, di cui egli è considerato e, quindi, si considera responsabile o, finanche, colpevole.

Tra il “fantasma dell’io” e l'”esserci”, ossia il modo in cui l’essere ci si mostra, vi è dunque una differenza essenziale: quella che vi è tra un’ipotesi (interpretativa) e un fenomeno.

Questa differenza è marcata da quella che chiamerei reversibilità linguistica soggetto-oggetto.

La differenza tra diatesi attiva e diatesi passiva del verbo (tra “Vedo un fiore” e “Un fiore è veduto (da me)”), diatesi notoriamente reversibili l’una nell’altra, esprime la medesima differenza di punto di vista.

In “Vedo un fiore” l’ipotesi è che vi sia qualcuno, un soggetto, “io”, che compie un’azione su un oggetto. Paradossalmente, però, mentre il “fiore”, sia pure come oggetto ricostruito sulla base di un’idea, a partire da un fenomeno, è dato, l’io percipiente è solamente supposto.

In “Un fiore è veduto” si mostra con evidenza un contenuto di coscienza indubitabile (un’evidenza assai maggiore di quella dell’esistenza dell'”io” cartesiano). A tale asserzione posso aggiungere un “da me”, integrando il dato percettivo con l’ipotesi relativa all’io percepiente e così implementando la piena “reversibilità linguistica”.

Come suggeriscono le lingue contraddistinte da strutture di tipo “ergativo”, la diatesi passiva del verbo appare più originaria di quella attiva (anche se linguisticamente equivalente ad essa), in quanto maggiormente aderente all’effettiva esperienza.

In ultima analisi si può dire che “è” solo ciò che “è percepito” (Berkeley) e quindi “concepito”, “pensato” (Parmenide), prima che intervengano considerazioni sul soggetto percepiente.

Non a caso la centralità del soggetto è sostenuta tipicamente dal pensiero moderno, post-classico.  Per secoli si è ritenuto di poter riflettere sul mondo senza tematizzare esplicitamente il ruolo del soggetto percipiente.

Addirittura è completamente assente in lingua greca la nozione di “io”, intesa come “coscienza” individuale. Tale, infatti, non può essere considerta la psyche o “anima”, che assolve la funzione fondamentale di principio del movimento [Sotto questo profilo è certo più avanzata e completa, rispetto alla riflessione greca classica, quella sviluppata in ambito hindu, per la disponibilità della nozione di ahamkara].

Insomma, anche se “ciò che è” è sempre dato in prospettiva, questo modo di “esser-ci” non impegna a considerare “vera” l’identità anagrafica che gli è, per così dire, socialmente costruita attorno.

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2 pensieri su “Esserci: ovvero essere “in prospettiva””

  1. Interessante spazio di riflessione filosofica. Tuttavia, ciò detto, non possono esimermi dal rivelarVi alcune perplessità: se di fatti si mostra con chiarezza la strada per oltrepassare Heidegger, d’altro canto non vi è menzione alcuna in merito al “come” un siffatto oltrepassamento sia possibile; in altre parole, cioè, se non si riconosce la suppleità, quale ulteriorità irriducibile del Pensiero puro, allora non vedo come la prospettiva sopra delineata non possa non appiattirsi a un mera “prasseologia” (scotismo), che si limita tutt’al più a riconoscere pari dignità e statuto ontologico a tutte le cose, senza però procedere di un passo oltre questo, che a mio parere, è un revamping scotista…

    1. Gentile Antonio, il pensiero che si possa “oltrepassare” Heidegger o chiunque altro presuppone che si dia una “storia” del pensiero, un processo, un divenire di prospettive o posizioni esso stesso filosoficamente rilevante (si fa, insomma, della filosofia della storia, à la Hegel o, in un certo senso, anche à la Heidegger, quando parla di “oblio dell’essere” – che sarebbe durato secoli – e di eventuale “superamento” della metafisica).

      Nella prospettiva delineata su questo sito (non solo nel post che hai cortesemente commentato), invece, l’evoluzione delle diverse prospettive non ha carattere “orizzontale”, storico-epocale, ma, semmai, “verticale”. Tutti hanno sempre affermato tutto, ma hanno inteso in modo più o meno lucido ciò che essi stessi hanno affermato, a seconda del rispettivo grado di “elevazione” o “penetrazione” spirituale. L’asse c.d. pitagorico-neoplatonico, ad es., attraversa la storia e, mutatis mutandis, lo si ritrova nel pitagorismo e platonismo antico, in Origene, Scoto (non Duns, ma Eriugena!), Cusano, Schelling, Steiner…. Ciò che fa la differenza non sono le tesi sostenute, ma ciò che si è in grado di intendere al di là del muro del linguaggio.

      Mi incuriosisce, in ogni modo, il riferimento a Duns Scoto e al primato della prassi che evochi. Nella mia prospettiva Scoto (Duns) separa ciò che non si può separare: contemplazione (teologia) e trasformazione di sé (azione), radicalmente unite nella tradizione neoplatonica a cui facevo riferimento, così come nella pratiche filosofiche contemporanee che ho l’audacia di coltivare.

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