La “filosofia” del Credo niceno-costantinopolitano

Davanti alle diverse interpretazioni della Bibbia e, quindi, della stessa fede, a cui espone il metodo allegorico, si ricorre presto a un nuovo criterio, quello dell’autorità (della Chiesa “universale” o “cattolica”), di cui sono espressione i “simboli” (Credo) concordati nei diversi concili di vescovi. Tale autorità (auctoritas) inizialmente sostenuta dal potere politico dell’Impero, coincideva con quella esercitata dai vescovi riuniti in concilio, mentre, poi, soprattutto in Occidente, in particolare nei casi di persistenti controversie dottrinali, essa fu esercitata sempre più “isolatamente” dal Papa che acquisì progressivamente anche un potere (temporale) di tipo politico (potestas). In ultima analisi si deve credere quello che l’autorità della Chiesa, ispirata da Dio tramite lo Spirito, ci comanda di credere. Posizioni diverse sono considerate etero-dosse (opinioni altre da quella ufficiale, giusta, orto-dossa).

Da un punto di vista metafisico (ontologico, teologico) la visione cristiana matura, fissata nei primi concili ecumenici (in particolare di quelli di Nicea del 325 e di Costantinopoli del 381), a seguito dell'”ellenizzazione” e “filosoficizzazione” del cristianesimo, si presenta come affine a quella neoplatonica, con tratti stoicheggianti.

Lo possiamo verificare prendendo in considerazione il Credo che si recita a messa, il quale, anche solo per la terminologia, deve molto di più alla filosofia greca che alla Bibbia ebraica; anche se in questo testo non mancano tratti apparentemente irriducibili a prospettive esclusivamente filosofiche, come quelli riconducibili al cosiddetto kèrigma.

Si tratta di un testo fondamentale, fissato nel IV secolo e tuttora canonico per i cattolici, protestanti e ortodossi, quindi per le principali confessioni cristiane.

Frutto dell’elaborazione dei due primi concili ecumenici, rispettivamente quello di Nicea del 325 e quello di Costantinopoli del 381, tale sintesi dottrinale costituisce l’esito di un complesso percorso filosofico-teologico che dalla morte di Gesù di Nazareth giunge alla proclamazione del cristianesimo (con Teodosio il Grande nel 380 d. C.) a religione di Stato (nell’impero romano). Il Credo fissa per i secoli successivi il perimetro dell’ortodossia bollando come eterodosse o eretiche tutte le interpretazioni filosofico-teologiche del cristianesimo differenti, che furono elaborate in precedenza (comprese, forse, le interpretazioni dei primissimi cristiani, almeno secondo la ricerca storica contemporanea) e saranno elaborate successivamente.

Nondimeno, nonostante la profonda rielaborazione filosofica (principalmente stoica e neoplatonica) – considerata una forma di ellenizzazione del probabile messaggio ebraico originario di Gesù e dei suoi primi seguaci – intervenuta tra la morte di Gesù e i primi concili ecumenici, di cui il Credo costituisce il frutto maturo, l’analisi di questo testo ci permette di cogliere, dietro la “facciata neoplatonica”, alcuni elementi irriducibili caratteristicamente cristiani.

Gli elementi del Credo compatibili con prospettive filosofiche, segnatamente (neo)platoniche sono i seguenti.

Dio è ineffabile indescrivibile sia per i cristiani sia per i platonici. Ne derivano tutte le cose “visibili” e “invisibili” (ossia, in termini platonici, i corpi e le idee). Difficile che tale distinzione platonica possa essere attribuita a Gesù che, come ebreo, non distingueva nettamente anima e corpo, mondo delle idee e mondo visibile. In generale la cultura ebraica non fa queste distinzioni, salvo che negli ultimi libri della Bibbia ebraica (Sapienza, Ecclesiaste, Proverbi ecc.) scritti in età ellenistica sotto l’influsso della cultura greca dopo che Socrate e Platone erano morti (libri che, tuttavia, non scalfirono mai la profonda convinzione ebraica  circa l’unità “corporea” del creato, come dimostra la fede di molti Ebrei nella resurrezione dei morti con il loro corpo, ricordata anche nelle ultime righe del Credo).

Da Dio viene generato un Figlio, “Dio da Dio, luce da luce”, per mezzo del quale tutte le cose “sono state create”. Anche Plotino parla di un’intelligenza (“figlia”) generata dal principio contenente tutte le idee, contemplando le quali il “demiurgo” avrebbe “creato” il mondo visibile.

Dal Padre, infine, “procede” (verbo di matrice platonica) lo Spirito Santo (come dall’Intelligenza neoplatonica procede l’anima del mondo), che “dà la vita” (appunto come l’anima del mondo neoplatonica). A tale “ipostasi” si fa scarso e ambiguo riferimento nella Bibbia e mai come “persona” divina distinta dalle altre.


Persistono, tuttavia, come accennato, alcuni elementi difficilmente riconducibili a una matrice filosofica di tipo greco.

Una prima notevole differenza riguarda il mistero dell’Incarnazione (Gesù discese dal cielo, nacque da Maria, si fece uomo). Anche il mistero della morte e resurrezione (Gesù morì crocifisso, venne sepolto, risorse) stride con una visione “greca”. Dio non può soffrire, né avere corpo (anche su questo gli gnostici – eretici del II sec. – concordano con i platonici, pensando che sulla croce vi sia stata solo un’immagine di Dio, secondo la prospettiva del docetismo).

In generale la divinità di un uomo particolare, storicamente determinato, nel quale Dio si sarebbe incarnato, sarebbe stato crocifisso e sarebbe risorto con il suo corpo per l’espiazione dei nostri peccati (il cosiddetto kèrigma), è quanto di più lontano da ciò che i Greci potessero concepire (“stoltezza per i pagani”, scrive San Paolo, cfr. 1 Corinzi, 1, 23) sulla base della loro filosofia (che, semmai, poteva ammettere che tutti siamo “dei”, in quanto abbiamo un’anima immortale, ben distinta dal corpo). Quando Paolo cerca di convertire i Greci ad Atene (secondo Atti degli Apostoli), questi lo seguono finché parla del Dio ineffabile che ha creato l’universo, ma lo cacciano quando inizia a parlare di resurrezione dei morti (cfr. At, 17, 32).

N. B. La croce di Cristo, in quanto Dio, è anche, secondo San Paolo, “scandalo per i Giudei” (cfr. sempre  1 Corinzi1, 23), che credevano che Dio fosse Uno e non potesse “duplicarsi” tanto meno in un uomo. Piuttosto gli Ebrei, che non distinguevano affatto, almeno in origine, come i Greci, tra anima a corpo, da un certo momento in poi hanno cominciato a sperare nella resurrezione finale dei corpi (in particolare vi speravano i farisei, che si opponevano su questo punto ai sadducei). Probabilmente la dottrina della resurrezione nasce come risposta al problema della mancata punizione, durante questa vita, degli ingiusti e del mancato premio per i giusti.

Leggi un’interpretazione più dettagliata del Credo sotto il profilo filosofico

di Giorgio Giacometti