Gli enigmi della natura


Odissea_nello_spazio

La ricerca scientifica, grazie ai risultati a cui perviene, non può essere ignorata dal filosofo. Essa pone precise condizioni al pensiero. Tuttavia essa non è esaustiva, ma è contraddistinta da determinate e non casuali lacune.

  • A quali lacune ti riferisci?

A una serie di enigmi a cui la scienza non ha ancora dato risposta, forse perché essa non può strutturalmente offrine.

  • Quali enigmi?

 

enigmi cosmologici

Perché le cose sono così e non altrimenti?

Posso spiegare perché B è B alla luce di A. Ma come posso spiegare perché A è A? Anche se la teoria p.e. dell’inflazione cosmica o qualsiasi altra teoria scientifica fosse sufficiente a spiegare, con ragionevole grado di probabilità, perché il nostro universo è quello che è, essa non potrebbe spiegare perché tutto ha avuto inizio p.e. proprio dall’inflazione cosmica e non altrimenti.

Perché c’è qualcosa invece che nulla?

Si tratta di un caso particolare della domanda precedente, altrettanto priva di risposta “scientifica”.

Perché le cose si svolgono nel tempo?

Non c’è alcuna ragione apparente per cui le cose debbano svolgersi nel tempo.

In effetti le cose potrebbero essere articolazioni di una figura immobile di un numero qualsiasi di dimensioni e il tempo potrebbe essere qualcosa che solo “noi” percepiamo (Zenone, Einstein).

Perché le cose sono collocate nello spazio?

Non c’è alcuna ragione apparente per cui le cose debbano essere molteplici nello spazio.

In effetti le cose potrebbero essere immagini moltiplicate come in un caleidoscopio (in molteplici sistemi di riferimento) di una cosa sola e lo spazio potrebbe essere solo qualcosa che noi percepiamo nella nostra prospettiva.

Perché l’universo sembra qualcosa di ordinato che tende al disordine?

O l’incremento irreversibile di entropia che contraddistingue l’universo è intrinseco all’universo stesso oppure dipende dal nostro modo di percepirlo.

Nel primo caso tale incremento progressivo del disordine sarebbe inesplicabile [paradosso di Boltzmann], come il tempo che ne sarebbe misurato (si tornerebbe al quesito “Perché le cose si svolgono nel tempo?”).

Nel secondo caso questo incremento sarebbe un miraggio e come tale non richiederebbe una spiegazione.

Perché l’universo sembra fatto apposta (fine-tuned) affinché siano possibili vita e coscienza?

  1. O l’universo ha veramente per fine l’emergere della vita e della coscienza. In questo caso, però, non potrebbe essere spiegato solo in base a cause efficienti e materiali, come cercano di fare oggi gli scienziati (o, per meglio dire, credono di fare), ma si dovrebbero invocare anche cause formali e finali.
  2. Oppure si tratta di un caso. Ma se si invoca il caso si abdica a ogni tentativo di spiegazione.
  3. Oppure si può supporre l’esistenza di innumerevoli o infiniti universi, tra i quali anche il nostro (il nostro universo apparirebbe fine-tuned affinché siano possibili vita e coscienza, solo perché, se esso non fosse tale, non potrebbe venire percepito). Tuttavia, questa spiegazione ha il difetto di violare il rasoio di Ockham, perché, per spiegare qualcosa, moltiplica le cose da spiegare (se e come esistano innumerevoli altri universi oltre il nostro).

Come a) si sono formate le galassie e perché b) l’espansione dell’universo accelera, in apparente violazione delle leggi fisiche note?

Per ricondurre questo duplice fenomeno inesplicabile a una spiegazione “fisicalistica”, deterministica, si invocano, come è noto, rispettivamente a) della materia oscura e b) dell’energia oscura, ma senza risultati finora convincenti.

 

enigmi biologici

Come e perché è sorta la vita?

Come è avvenuto il passaggio dalla materia inanimata alla prima cellula completa?

Nonostante i vari tentativi di replicare in laboratorio tale evento, simulando le condizioni della Terra di qualche miliardo di anni fa, non si è riusciti in tale intento.

Resiste il principio di Francesco Redi: “omne vivum ex ovo“.

Come i viventi si sviluppano dal loro embrione?

Nessuno è attualmente in grado di spiegare in modo esauriente il processo di differenziazione cellulare, sulla base di fattori meccanici, biochimici, “fisici” nel senso comune del termine (bottom up) (sulla base di sole cause efficienti e materiali). Poiché tutte le cellule di un organismo sono dotate dal medesimo patrimonio genetico, come fa ciascuna cellula staminale totipotente a “sapere” in che tipo di cellula dovrà evolvere? Difficilmente eventuali sostanze “morfogene”, capaci di trasmettere informazioni in tale senso per via biochimica, potrebbero diffondersi per l’organismo in modo meccanico o in qualsiasi altro modo “fisico”, riuscendo ad “incaricare” ciascuna cellula dei propri compiti, senza commettere un eccessivo numero di errori, tali da compromettere l’emergere del fenotipo. Ma, in effetti, non si registrano normalmente errori di questo genere.

Potremmo supporre che operino meccanismi di retroazione capaci di correggere tutti gli eventuali errori nello sviluppo morfogenetico. Ma gli errori sarebbero tali e tanti che c’è da dubitare che un meccanismo del genere possa operare.

Come i viventi rigenerano i loro organi amputati?

Nessuna spiegazione di questi comportamenti è soddisfacente sotto il profilo biologico.

Come fanno alcuni viventi a muoversi sincronicamente in stormi o branchi?

Nessuna spiegazione di questi comportamenti (descritti da precisi modelli matematici) è soddisfacente sotto fisico o biologico.

Come e perché i viventi evolvono da forme più semplici a forme più complesse?

Supponiamo che si conservino e si riproducano preferibilmente gli organismi di volta in volta casualmente più adatti al loro ambiente (teoria della sintesi moderna, di matrice darwiniana). Ciò non rende ragione del progressivo aumento di complessità di questi organismi, che corrisponde a un incremento di ordine od organizzazione. Tale aumento di complessità sembra in contraddizione con la tendenza universale contraria all’incremento, nel tempo, di entropia (Bergson, Sermonti).

In particolare ciascun passaggio evolutivo da organismi più semplici a organismi più complessi (p.e. da cellule procariote a cellule eucariote o da invertebrati a vertebrati) appare meno probabile dello status quo o dell’estinzione degli organismi in gioco. Eppure registriamo innumerevoli passaggi di questo genere.

Secondo la teoria degli equilibri punteggiati (Gould, Eldredge) si registrano di quando in quando esplosioni morfogenetiche non compatibili con i tempi necessari all’evoluzione, se dobbiamo spiegare questa ricorrendo esclusivamente al meccanismo della selezione naturale casuale dei caratteri di volta in volta più vantaggiosi.

La selezione naturale assolve più una funzione conservativa che evolutiva (Sermonti, Wagner, Stanciu). Da sola non sembra poter spiegare l’evoluzione.

 

enigmi psicologici

Come e perché siamo coscienti?

O la coscienza svolge una funzione, rilevabile ad es. perché conferisce un vantaggio agli organismi che ne sono dotati (in questa ipotesi, adottando il paradigma evoluzionistico, sarebbe stata “selezionata” tra altre proprietà proprio per la sua vantaggiosità – gli organismi che ne sarebbero stati casualmente dotati avrebbero maggiori probabilità di sopravvivere e di riprodursi –) oppure non svolge alcuna funzione (in termini evoluzionistici sarebbe un tratto “free rider”).

Ma, se la coscienza svolgesse una funzione, essa ricoprirebbe un “ruolo causale”: le cose andrebbero diversamente, ceteris paribus, se la coscienza non vi fosse. In questa ipotesi sarebbe rotta la “chiusura causale del mondo fisico” (sarebbe falsificato il c.d. fisicalismo). Alcunché di immateriale o di impalpabile (la coscienza) interagirebbe con il mondo fisico, producendovi effetti altrimenti assenti. Si potrebbe, dunque, tentare di spiegare l’origine della coscienza all’interno di un paradigma “meccanicistico” (la teoria dell’evoluzione), ma, paradossalmente, la sua attività risulterebbe fisicalisticamente inesplicabile.

Se la coscienza non svolgesse alcuna funzione, le cose andrebbero nello stesso identico modo in un mondo “zombie”, in cui tutti gli organismi fossero esattamente come sono nel nostro mondo (alcuni ad es. fossero dotati di cervello), ma nessuno vi fosse cosciente. In questa ipotesi ci si potrebbe risparmiare di spiegare la funzione della coscienza (che sarebbe inutile), ma non se ne spiegherebbe l’origine.

Supponiamo che, dopo opportuna anestesia, tu venga diviso in due, avendo cura che entrambe le tue parti sopravvivono (siano ad es. dotate di organi bionici in corrispondenza degli organi mancanti), e che ciascuna delle due metà di te sia trasportata in luogo remoto da quello ove è trasportata l’altra. In quale delle due metà di te tu ti troveresti con la tua coscienza? Ai miei occhi, certamente in entrambe – in questa & in quella – (non avrei modo di distinguere quale dei due saresti effettivamente tu, essendo le due metà di te dotate dei medesimi ricordi, ad esempio). Ma tu non potresti che trovarti in un solo luogo – qui o lì –, non in entrambi. Qualunque spiegazione “scientifica” del meccanismo della coscienza (che la interpreti p.e. come uno speciale campo elettromagnetico, come un insieme di informazioni integrate ecc.) non può rendere conto di questa essenziale unicità della coscienza.

Supponi che per qualche misteriosa legge fisica (la legge della duplicazione speculare), all’origine siano nati non uno, ma due universi perfettamente identici in tutto e per tutto e non comunicanti tra loro. In uno dei due ci sei tu, nell’altro c’è una persona identica in tutto e per tutto a te. Tu, però, puoi essere cosciente soltanto in un universo, nel nostro, non in quello gemello, nel quale c’è bensì un altro, identico a te, che, certo, è cosciente, ma del quale tu non sei cosciente (come non lo sei di me e degli altri miliardi di esseri umani presenti nel nostro universo). Poiché i due universi sono in tutto e per tutto identici, non vi è nulla che spieghi perché tu sia cosciente di esistere qui e non altrove. Infatti, non essendovi alcuna differenza, per ipotesi, tra i due universi, non vi è alcun tratto nel nostro che possa spiegare perché tu sia cosciente di esistere qui e ora: il nostro stesso universo, infatti, a parità di tutto, potrebbe contenerti senza che tu abbia una coscienza “in prima persona”: potresti, infatti, avere una coscienza “in terza persona”, cioè come quella che tu attribuisci agli altri, ma non sperimenti direttamente. Dunque la ragione per cui tu sei cosciente di esistere qui e ora rimane oscura (non può esserci una spiegazione semplicemente fisica di questo fenomeno).

Come e perché siamo intelligenti?

Se intendiamo l’intelligenza come la capacità di risolvere problemi, utile per la sopravvivenza e la riproduzione dell’organismo che ne è dotato, non c’è alcuna ragione apparente perché essa debba essere associata alla coscienza. Si potrebbe immaginare un organismo (zombie), nel cui cervello o altrove funzionino gli stessi algoritmi che nel nostro, eppure privo di coscienza, capace di risolvere gli stessi problemi che risolviamo noi. Perché la nostra intelligenza sembra, viceversa, associata, almeno in parte, alla coscienza?

Ma la nostra intelligenza non sembra affatto spiegabile soltanto come capacità di risolvere problemi, utile per la sopravvivenza e la riproduzione dell’organismo che ne è dotato. Infatti, essa è in grado di comprendere verità, come l’origine dell’universo, la cui comprensione non sembra costituire alcun vantaggio per la sopravvivenza e la riproduzione dell’organismo che le comprende.

La probabilità che la nostra intelligenza si sia evoluta come tale secondo un modello darwinistico non appare maggiore che essa sia apparsa di punto in bianco per caso (cervelli di Boltzmann). Ma così non è stato. Dunque si potrebbe supporre che la sua evoluzione non sia stata così casuale come previsto del modello darwinistico.

Come e perché abbiamo memoria?

Non si è trovata alcuna localizzazione della memoria nel cervello (c’è chi parla di una facoltà “diffusa”). Certi danni al cervello, p.e. nella malattia di Alzheimer, o particolari parti di esso, come l’ippotalamo, rendono difficile il richiamare alla memoria, ma non dànno indicazioni sulla fonte dei ricordi.

Se la memoria di un vivente fosse simile alla memoria di un computer ci dovrebbe essere un meccanismo che permettesse il recupero delle informazioni memorizzate (supponiamo in certe reti di neuroni). Ma che cosa informerebbe questo meccanismo del tipo di informazioni che si desidera estrarre? Bisognerebbe ricordarselo! Bisognerebbe dunque estrarre da qualche parte l’informazione relativa alle informazioni da estrarre e così via in un evidente regresso all’infinito.

Come e perché siamo o, almeno, sembriamo, entro certi limiti, liberi  di scegliere che cosa fare o non fare?

Se il libero arbitrio fosse “vero”, esso violerebbe i principi del fiscalismo (sarebbe per definizione scientificamente inesplicabile, perché ogni nostra scelta deliberata non dipenderebbe da cause osservabili o non sarebbe comunque predicibile sulla base di leggi, correlazioni ecc.).

Se il libero arbitrio fosse un’illusione, bisognerebbe comprendere non solo come tale illusione si forma, ma quale ne sarebbe la funzione. Ma ciò ripropone l’enigma della funzione della coscienza (vedi sopra).

di Giorgio Giacometti