I principali Stati italiani tra Medioevo e Rinascimento

Tra la pace di Lodi (1454) e la calata di Carlo VIII, re di Francia, in Italia, (1494, due anni dopo la scoperta dell’America) inizio della progressiva soggezione dell’Italia alle potenze straniere (alla fine, dopo la pace di Cateau-Cambresis del 1559 alla Spagna) si registra nella nostra penisola una periodo di relativa pace che favorisce il fiorire della cultura umanistico-rinascimentale (intesa, nelle sue espressioni artistiche, anche come modo per proseguire, in forma non militare, la competizione tra i signori d’Italia, grandi e piccoli).

Pace tra chi? Tra i cinque stati maggiori d’Italia: il regno di Sicilia (con capitale Napoli), lo Stato della Chiesa (da Roma alla Romagna), la repubblica di Firenze (che controllava tutta la Toscana settentrionale, governata di fatto dai Medici, in questo periodo da Lorenzo il Magnifico), il ducato di Milano (da Francesco Sforza a Ludovico il Moro), la repubblica (aristocratica) di Venezia. A questi stati possiamo aggiungere una serie di potentati minori, importanti più sotto il profilo culturale che politico, come la Mantova dei Gonzaga, la Ferrara degli Estensi, la Urbino dei Montefeltro e la Rimini dei Malatesta. Possiamo anche ricordare la repubblica di Genova (di fatto controllata dal Banco di San Giorgio) e il ducato di Savoia, ancora marginale, ma destinato a giocare, come regno di Sardegna, un ruolo decisivo, nell’Ottocento, come embrione del futuro regno d’Italia.

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Italia_lodi

Tavola_Strozzi_NapoliIl cosiddetto regno di Napoli (in realtà regno di Sicilia, con capitale Napoli) insiste sull’Italia meridionale fino alla Campania e all’Abruzzo compresi. Si tratta di territori rimasti originariamente all’Impero romano (d’Oriente) dopo la liberazione dell’Italia dagli Ostrogoti ad opera di Giustiniano (554) e la successiva invasione longobarda (568) e, come tali, governati da duchi e strateghi che facevano capo a Costantinopoli. Tra il X e il XII sec. queste regioni furono via via conquistate dai Normanni, col favore del Papa, soprattutto dopo lo scisma d’Oriente (1054) e la separazione definitiva della chiesa romana (detta “cattolica”) da quella greca (detta “ortodossa”). Questi Normanni, eredi dei Vichinghi di Norvegia, provenivano in realtà dal ducato di Normandia, vassallo del regno di Francia dal 911, ed erano dunque francòfoni, proprio come i Normanni che nel 1066, dopo la battaglia di Hastings, conquistarono l’Inghilterra (ai quali si deve il fatto che molta parte del lessico dell’odierno inglese è di origine latina). Ai Normanni a Napoli e in Sicilia subentrarono alla fine del XII sec. i re svevi, principalmente Federico II (morto nel 1250), detto stupor mundi, che fu anche re d’Italia, re di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero: favorito dal fatto che nell’Italia meridionale era persistita, esattamente come nel vicino impero romano d’Oriente, una cultura urbana, riuscì a costruire un forte stato “moderno” (sotto molti aspetti); a lui si deve, tra l’altro, con la scuola siciliana, l’inizio della letteratura italiana e una notevole rinascita culturale (fondazione dell’università di Napoli che porta il suo nome, diffusione della cultura medica, fecondi contatti con la civiltà araba, che si era insediata in Sicilia tra il IX e il XI sec.). Per risolvere a proprio favore il conflitto che lo oppose per quasi un secolo ai sovrani svevi e ai loro seguaci (detti ghibellini), il Papa, a capo della lega delle città guelfe, riuscì a far assegnare il regno di Sicilia a Carlo, duca d’Angiò (Anjou), imparentato con i re di Francia (dinastia Valois), e a farne un proprio vassallo (fino all’unificazione italiana, ad ogni insediamento di nuovo re a Napoli seguiva una cerimonia a Roma di “investitura” del re da parte del Papa). Agli Angiò subentrarono, prima in Sicilia (dopo la guerra del vespri, 1282-1302), quindi, dal 1442, a Napoli, con Alfonso V (che era anche re d’Aragona, oltre che di Sicilia) gli Aragonesi, che, appunto, troviamo come reges utriusque Siciliae durante il Rinascimento. Rispetto alla fioritura culturale del tempo di Federico II, il dominio angioino-aragonese, pur con qualche eccezione (pensiamo alla corte pre-umanistica di Roberto d’Angiò che celebrò la “laurea” a poeta di Francesco Petrarca nei Trecento), costituì una fase di decadenza (predominio delle “logiche” feudali: preponderanza delle relazioni personali di fiducia reciproca nel conferimento degli incarichi e nell’esercizio del potere rispetto a criteri di competenza ed efficienza, oppressione dei contadini, depressione delle attività commerciali ecc.), che molti storici considerano responsabile di quella fragilità economica del meridione d’Italia (questione meridionale) che dura ancor oggi. Nondimeno, Napoli, durante il Rinascimento, anche se in modo meno accentuato di Firenze e Roma, fu capace di attrarre importanti dotti e artisti.

Roma_500Anche Roma si era “salvata” dall’invasione longobarda, in quanto ducato “bizantino”, cioè, in realtà, in quanto territorio metropolitano dell’antica capitale dell’impero, riconquistato da Giustiniano (che la sottrasse ai  Goti di Teodorico e dei suoi successori). Il Papa, come vescovo di Roma, al pari di altri vescovi e sacerdoti, vi esercitava poteri “pubblici” e amministrativi, come “delegato” dell’imperatore (fin dal tempo del riconoscimento del cristianesimo come religione di Stato, con Teodosio, nel 380-90, lo Stato romano aveva delegato diverse funzioni alla Chiesa, come, p.e., il compito di registrare nascite e morti, i matrimoni ecc.). Una svolta si ebbe nell’VIII sec.: i Papi, non potendo contare sull’appoggio di Costantinopoli nella lotta contro i Longobardi, si rivolsero ai Franchi, di sicura fede cattolica fin dai tempi di Clodoveo (V sec.), riconoscendo prima Pipino il Breve re dei Franchi, quindi Carlomagno re d’Italia (al posto dei Longobardi), quindi imperatore del neonato impero d’occidente (natale dell’anno 800) con grave sgarbo nei confronti dell’allora imperatrice Irene di Costantinopoli. In cambio i sovrani franchi, oltre a  sconfiggere i Longobardi, “restituirono” al Papa terre originariamente “bizantine”, con ciò costituendo di fatto lo Stato della Chiesa e dando inizio al “potere temporale” dei Papi (cioè all’esercizio non più solo di funzioni amministrative, ma di una vera e propria sovranità politica su territori originariamente bizantini, da Roma all’ex Esarcato bizantino di Ravenna). Dopo la lunga crisi del Papato segnata dalla cattività avignonese (1307-1377) e il successivo scisma d’Occidente (fino all’elezione di Martino V Colonna, nel 1415), nonché dal persistere di tendenze “conciliariste” nella Chiesa (ostili all’assolutismo papale), riemerse nel concilio di Basilea del 1431 e ss. e sostenute in una prima fase p.e. da Niccolò Cusano, la riaffermazione del potere pontificio in Roma favorì la rinascita urbanistica e artistica della “città eterna” grazie anche all’azione energica di Papi umanisti come Niccolò V, Sisto IV e Pio II. Durante il Rinascimento, d’altra parte, i Papi avevano ancor più  caratterizzato in senso politico-militare il loro dominio, non disdegnando di godere dei piaceri della vita terrena e favorendo spesso i loro congiunti (fenomeno del “nepotismo”): pensiamo a figure di Papi “politici” come Alessandro VI Borgia, desideroso di favorire il domini del figlio Cesare Borgia, detto duca Valentino, ammirato da Machiavelli, o come Giulio II, al secolo Giuliano Della Rovere, vero e proprio Papa soldato. Tuttavia questi stessi Papi, con grande sconcerto di molti cristiani, soprattutto d’Oltralpe che, come Lutero, li consideravano per queste ragione corrotti e “pagani”, avevano anche favorito, proprio per soddisfare le loro personali o familiari ambizioni, il rigoglio culturale e artistico, al pari degli altri sovrani italiani, della loro corte.

Telemaco_Signorini,_Mercato_Vecchio_a_Firenze_1882-83_39x65,5_cmLa storia di Firenze è nota (anche attraverso lo studio di Dante) e si intreccia con quella dello sviluppo, in Italia, della civiltà comunale. In generale bisogna precisare che i comuni, dopo aspre battaglie (come la celebre battaglia di Legnano del 1176 tra la Lega lombarda e l’imperatore Federico Barbarossa, nonno di Federico II di Svevia), conseguirono bensì un’ampia autonomia (le famose regalie, cioè poteri originariamente riservati ai re, come quello di battere moneta, di dichiarare guerra ecc.), ma restarono formalmente dipendenti dall’imperatore, come parte dell’impero romano (detto sacro, quindi germanico, ma vissuto come la continuazione dell’antico impero, in particolare del suo versante occidentale). In ogni caso anche Firenze, come molti comuni, attraversò diverse fasi di sviluppo, che, in generale, erano: la fase del comune consolare (governato da due o più consoli, forse eredità diretta degli antichi municipi romani) tra X e XII sec., la fase del comune podestarile (contraddistinta dalla chiamata di un podestà al governo della città, spesso straniero, incaricato di pacificare i conflitti tra le fazioni comunali), la fase signorile (contraddistinta dall’insediarsi del dominio di fatto di una dinastia signorile, come i Gonzaga a Mantova, i Carraresi a Padova, gli Scaligeri a Verona ecc., resasi necessaria per l’inadeguatezza della soluzione podestarile, troppo precaria per essere risolutiva). Per la verità in diversi comuni specialmente dell’Italia centrale, come Firenze e Bologna, mentre al Nord, nel Trecento, si era già arrivati alla fase signorile, si sperimentò una fase “popolare”, contraddistinta dal sorgere di regimi “repubblicani” nei quali a governare furono i rappresentanti delle “arti” maggiori (cioè le principali corporazioni, p.e., a Firenze, i lanaioli, i mercanti, i banchieri, i medici ecc.). Anche Firenze, alla fine, nel Quattrocento, entrò sia pure in modo informale nella fase signorile, dal momento che i membri della ricca famiglia dei Medici, banchieri, a cominciare da Cosimo il Vecchio per proseguire con Lorenzo il Magnifico (che visse proprio nel periodo compreso tra la pace di Lodi e la discesa di Carlo VIII), esercitarono una signoria di fatto. I Medici, in particolare, “investirono” più di altri signori nell’arte e nella cultura (basti pensare alle realizzazioni architettoniche di Filippo Brunelleschi e alla fondazione dell’Accademia Platonica di Careggi) (cfr. questa puntata de Il tempo e la storia su Rai Storia o quest’altra produzione della Rai del ciclo Signorie).

Parco_castello_sforzesco_torre_StiglerAnche Milano, importantissima sede vescovile (contraddistinta da un proprio rito, detto ambrosiano, da Sant’Ambrogio, vescovo di Milano al tempo di Teodosio), nasce come comune negli stessi anni di Firenze, cioè nel XI-XII sec. Come in altri comuni lombardi vi si insedia presto, tuttavia, il regime signorile, prima quello dei Visconti (che con Gian Galeazzo, morto nel 1403, estesero a gran parte dell’Italia settentrionale il loro dominio, come si può vedere nella cartina qui in basso), poi, nel periodo che ci interessa, quello degli Sforza (originariamente cavalieri di ventura, cioè condottieri mercenari, tipici dell’epoca), in particolare di Francesco Sforza e di Ludovico il Moro (che fu responsabile della chiamata di Carlo VIII in Italia nel 1494, ma si giovò dell’opera di figure eminenti del Rinascimento come Leonardo da Vinci). Può essere interessante ricordare che quello di Milano, durante il Rinascimento, dopo essere stato, dai primi del Trecento, un “vicariato imperiale”, divenne un “ducato” fin dai tempi dei Visconti (dal 1395, per investitura da parte dell’allora imperatore Venceslao di Lussemburgo). I signori italiani, spesso divenuti tali  (cioè piccoli tiranni) “di fatto”, ambivano a ricevere un riconoscimento dall’alto, ossia diventarlo “di diritto”, per essere maggiormente legittimati (e sfuggire, quindi, ai tentativi di deporli); appunto sulla base del fatto che, formalmente, i comuni prima e le signorie poi restavano parte dell’impero (sacro) romano.

Venezia_500“Venezia” originariamente era termine che indicava l’intera regione dei Veneti dall’attuale Friuli (con Aquileia, l’antica capitale commerciale e religiosa) al Trentino (come si chiama “Francia” la regione dei Franchi, “Germania” quella dei Germani, “Grecia” quella dei Greci ecc.), corrispondente – se si aggiunge l’Istria – alla X Regio romana (Venetia et Histria). Dopo la parentesi ostrogota e la liberazione ad opera degli eserciti imperiali di Giustiniano, gran parte della regione storica finì sotto il dominio longobardo (che trasferi la sede del patriarcato di Aquileia a Cividale, capitale del ducato del Friuli), mentre molti abitanti fuggirono nella parte restata ai “Romani” (cioè ai c.d. “bizantini”), corrispondente alle regioni intorno alle lagune di Marano (Grado divenne per un certo tempo sede del “vero” patriarcato di Aquileia) e di Venezia. Questa striscia di terra costiera, comprensiva delle diverse isole interne alle lagune, conservò dunque il nome di Venezia. Poiché la sede del “duca” (cioè del governatore “bizantino”), dopo essere stata fissata a Metamauco (l’attuale Malamocco) e ad Eraclea, si stabilì definitivamente intorno al VIII sec. sull’isola di Rialto (anche perché vi erano state traslate le presunte spoglie dell’evangelista Marco, trafugate da Alessandria d’Egitto), il nome “Venezia” cominciò ad essere usato sempre più per indicare tale isola. Contemporaneamente il duca delle Venezie (in veneziano: doge) iniziò a emanciparsi sempre più dal controllo dell’impero d’oriente, fino a che la sua carica non divenne elettiva e il potere effettivo passò nelle mani del Maggior Consiglio, organismo rappresentativo delle più influenti famiglie veneziane (circa 200, numero che venne chiuso tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, con la famosa “serrata del Maggior Consiglio”). Nel frattempo Venezia, la perla dell’Adriatico, la Serenissima Repubblica, era diventata la grande potenza marittima e commerciale che dominò per secoli il Mediterraneo. Per ironia della sorte furono proprio i Veneziani, nel 1204, a dirottare la IV Crociata, originariamente diretta a Gerusalemme, su Costantinopoli, determinando il saccheggio della capitale dell’impero d’Oriente e favorendo il collasso dello stesso, sotto i colpi degli Ottomani (probabilmente Costantinopoli, che era stata “scavalcata” dagli Ottomani che erano dilagati nei Balcani, sarebbe caduta anche prima del 1453 se gli Ottomani stessi non fossero stati “distratti” dal conflitto con i Mongoli di Tamerlano). Nei primi anni del Quattrocento vediamo Venezia espandersi rapidamente sulla terraferma (per prevenire future minacce provenienti da Milano, come quella patita durante il dominio di Gian Galeazzo Visconti, e per assicurarsi libero accesso ai mercati d’Oltralpe attraverso i valichi del Brennero e di Tarvisio), in seguito a una decisione che fu presa dopo aspre discussioni nel Maggior Consiglio, (Udine, capitale della patria del Friuli, cadde p.e. nel 1420) raggiungendo all’incirca i confini della X Regio romana (cioè del Veneto antico), dall’Istria alle attuali province di Bergamo e Brescia (tolte a Milano, attualmente in Lombardia). Durante il Rinascimento vero e proprio Venezia se ne stette, per così dire, un po’ in disparte (se si eccettua l’opera di diffusione della cultura del tempo compiuta dalla celebre stamperia di Aldo Manuzio a partire dal 1495), per partecipare con vivacità al rigoglio artistico durante il manierismo e la controriforma (a Cinquecento inoltrato), quando ormai l’Italia aveva perso la sua indipendenza e gravitava nell’orbita della Spagna. Anzi, Venezia, opponendosi – grazie all’azione di Paolo Sarpi – alle pretese giurisdizionali della Chiesa  (che pretendeva di giudicare i reati commessi dai propri membri sul territorio della Repubblica, sottraendoli alla giurisdizione della Serenissima) e all’influenza della stessa Spagna, fu forse l’unico stato italiano, insieme con il ducato di Savoia (che, tuttavia, gravitava nell’orbita francese), a conservare, nel Cinquecento, una certa indipendenza (anche se, dopo la scoperta dell’America e l’apertura di nuove rotte commerciali oceaniche, iniziava anche la sua lenta decadenza).