Nascita e diffusione dell’Islam

Secondo lo storico Henri Pirenne la vera “svolta” che segna il passaggio dalla civiltà antica al Medioevo è costituita dall’affermazione presso i popoli dell’Arabia, del Vicino Oriente (fino alla Persia inclusa) e dell’Africa settentrionale della religione islamica.

Ma di che cosa si tratta?

I musulmani fanno iniziare la loro era dal 622 d.C., quando il profeta Muhammad (Maometto) fuggì (ègira) dalla Mecca per unirsi ai suoi seguaci a Yitrib (Medina). Ma chi era Muhammad e che cosa insegnava?

Appartenente a un ramo collaterale di un importante clan della Mecca (i Quraisciti), Muhammad si allontanò progressivamente dal culto politeistico diffuso presso gli Arabi e in modo particolare alla Mecca per aderire al culto di un unico Dio (al Lah), un culto che già cominciava a diffondersi presso alcuni sull’esempio del monoteismo ebraico e di quello cristiano. Intorno al 610 “discese” su di lui la prima sura di quello che sarebbe diventato il libro sacro dei musulmani, il Corano (al-Quran, la recitazione). Si suppone che tale rivelazione (una vera e propria dettatura, parola per parola) provenisse da Dio tramite l’angelo Gabriele. Nel giro di un ventennio, fino alla morte avvenuta nel 632, Muhammad ricevette e comunicò ai suoi seguaci (che nel giro di diversi decenni le trascrissero e le pubblicarono in edizione “critica”)  le 114 sure che costituiscono il Corano (originariamente solo orale), insegnando la fede in un unico Dio, creatore dell’universo, giusto e misericordioso. Dio si sarebbe rivelato già ad altri (Ebrei, Cristiani e Zoroastriani), tramite una serie di hanif  (uomini saggi) e profeti, quali Abramo, Mosé, lo stesso Gesù ecc.,  in forma, tuttavia, imperfetta (nel senso che questi popoli avrebbero successivamente mescolato ai contenuti rivelati altri contenuti erronei) e chiederebbe ai suoi fedeli essenzialmente 5 atti (i celebri 5 pilastri dell’Islam):

  1. la shahada, confessione di fede (nel Dio unico e nelle parole del Suo profeta Muhammad raccolte nel Corano);
  2. la salàt o preghiera (da praticarsi cinque volte al giorno);
  3. la zakàt (elemosina o tassa religiosa);
  4. il digiuno da praticare nel mese di ramadàn;
  5. la hajj o pellegrinaggio alla Mecca una volta nella vita.

Tale dottrina, pur lasciando spazio (cfr. l’ultimo pilastro) al culto di origine pagana della pietra nera contenuta nella Kaaba della Mecca, si oppone a ogni forma di politeismo, come quello che era diffuso presso gli Arabi (sia i beduini del deserto, sia i commercianti e gli artigiani delle città). Dopo una serie di conflitti e di negoziati con i Quraisciti e gli altri clan meccani Muhammad riuscì a convertirli e a fare abbattere gli idoli della Mecca, vietandone per sempre il culto.

Già durante la vita di Muhammad i suoi seguaci non si peritarono di ricorrere alle armi per difendersi dagli avversari e per finanziarsi. I suoi successori, i califfi Abu Bakr (632-34), Omar (634-44), Othman (644-56) e Alì (656-61), proseguirono in questo slancio militare che portò alla creazione di un vero e proprio impero che comprendeva le regioni originariamente cristiane del Vicino Oriente (Palestina, Siria, Mesopotamia), la Persia già zoroastriana, l’Egitto cristiano (per estendersi poi alla fine del secolo al Maghreb e alla Spagna visigotica).

Al riguardo vanno fatte alcune precisazioni.

L’Islam non ammette sacerdoti come intermediari tra i fedeli e Dio. Tuttavia dal Corano e, per chi vi aderisce, anche dalla Sunna (una raccolta degli hadith o detti del profeta) si possono ricavare una serie di norme obbliganti per i musulmani, le quali vanno a costituire la sharìa o legge islamica. Perché questa sia applicata è necessaria l’adesione e il sostegno del potere politico che, di fatto, fin dal primo momento, coincise per i musulmani col potere religioso. I primi califfi, dunque, come lo stesso Muhammad, svolsero fondamentalmente una funzione politica. L’espansione dell’impero da loro governato non comportava, tuttavia, una “conversione forzata” all’Islam delle popolazioni soggette (ad eccezione dei pagani che dovevano scegliere tra la conversione e la morte), ma veniva concepita come una garanzia per la pratica del culto islamico e per l’applicazione della sharìa. I seguaci delle altre religioni del Libro (cioè coloro che si credeva che avessero ricevuto la rivelazione divina in forma imperfetta e che praticavano il monoteismo), come gli Ebrei, i Cristiani e gli Zoroastriani, potevano continuare a praticare le loro religioni alla sola condizione di versare una tassa allo Stato (la capitazione) e, ovviamente, di rispettare il culto islamico dominante.

La mancanza di una “chiesa” paragonabile a quella cristiana pone il problema dell’interpretazione del Corano, tanto sotto il profilo teologico, quanto sotto quello giuridico. I musulmani ritengono che il Corano non richieda la mediazione di interpreti “teologi” (come p.e. Origene o Agostino per i Cristiani), perché tale libro sarebbe sufficientemente chiaro e coerente da non richiedere interpretazioni di questo tipo.  Tuttavia, almeno per quanto riguarda la sua funzione come fonte legislativa, esso richiede qualcuno che lo interpreti. Nascono così le diverse scuole “coraniche” che prendono più o meno alla lettera certi passi (o applicano criteri come l’analogia, l’opinione, la logica ecc.). In particolare si distinguono i “sunniti” che accettano come fonte la Sunna (cioè i detti attribuiti a Muhammad) e gli “sciiti” (oggi diffusi soprattutto in Iran e Iraq) che rifiutano la Sunna e si considerano eredi del califfo Alì, cugino di Muhammad.

Ad esempio che cosa fare nel caso che un donna commetta adulterio? Nel Corano non si fa esplicita menzione a questo caso, ma si trovano indicazioni nella Sunna.  Oppure “Come si deve intendere la jihad?”. Questo termine indica sia la “lotta” interiore che ciascuno combatte con se stesso per migliorarsi, sia la lotta contro gli infedeli (che, tuttavia, va praticata solo a certe condizioni e in un certo determinato modo). Tutto questo richiede interpretazione. In mancanza di una Chiesa o di un Capo (come per i cattolici il Papa) che fornisce l'”interpretazione autentica”, cioè di un principio di autorità, si registrano, ancora oggi, interpretazioni più o meno “fondamentaliste” (cioè letteraliste) o “moderate”.

Si deve tener conto, sotto questo profilo, accanto alla distinzione tra sunniti e sciiti, la forse ancor più rilevante distinzione tra gli interpreti letteralisti e conservatori (come gli ulema o dottori della legge in campo sunnita e gli imam o ayatollah in campo sciita) e gli interpreti che fanno largo ricorso a una lettura allegorica o simbolica del Corano, spinti da esigenze di ordine mistico e spirituale, come i celebri sufi.

Dopo la morte di Alì l’impero nascente non conobbe crisi, ma conservò la sua unità sotto i successivi califfi, gli Omayyadi (anch’essi discendenti da un ramo del clan di cui faceva parte la famiglia di Muhammad) che lo governarono ed lo estesero fino alla metà del VIII sec. al Maghreb (attuali Tunisia, Algeria e Marocco) e alla Spagna dalla loro nuova capitale Damasco (una delle più antiche città del mondo).

Agli Omayyadi subentrarono dopo il 750 gli Abbasidi che trasferirono la capitale a Baghdad (la favolosa città teatro di tanti racconti e di tante leggende come quelle delle Mille e una notte), erano sciiti e non sunniti e furono fortemente influenzati dalla cultura e dal costume dei Persiani. Durante il loro governo la civiltà islamica raggiunse il massimo splendore sul piano culturale, artistico, scientifico e filosofico, mentre l’unità politica cominciava a mostrare i primi segni di cedimento (sebbene l’espansione continuasse: la Sicilia, per esempio, fu conquistata dalla dinastia tunisina degli emiri Aghlabidi nel IX sec.).

Fatale per gli Abbasidi fu la caduta di Baghdad sotto i colpi dei Turchi selgiuchidi nel 1075. Da quella data il “testimone” del potere politico islamico passò dagli Arabi ai Turchi (che da tempo militavano tra le fila degli eserciti islamici, spesso come guardia personale dei diversi califfi; un popolo, imparentato con i Mongoli, del tutto diverso per lingua e tradizioni sia dagli Arabi, semiti, sia dai Persiani, indoeuropei) che – giungendo a islamizzare  e dominare anche l’India settentrionale tramite la dinastia Moghul – conservarono l’egemonia sull’Islam fino alla caduta dell’Impero Ottomano (cioè l’impero edificato dai Turchi ottomani) nel 1919-20 (passaggio fondamentale fu la nascita di questo Impero nel 1453, dalle ceneri del caduto impero romano di Costantinopoli, ribattezzata dai Turchi Istànbul). Notare che il titolo di cui tipicamente si fregia il sovrano turco (che ha costumi a sua volta diversi da quelli dei califfi che lo precedettero) non è quello di califfo ma quello di sultano.

Sulla nascita e la diffusione dell’Islam, ma soprattutto sul suo rilievo dal punto di vista culturale, rilevante questa puntata di A.c.d.c.