Siamo liberi?

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L’apparenza di libertà scaturisce dalla necessaria ignoranza del nostro futuro. Tuttavia, non è dato un punto di vista terzo a cui il nostro destino possa apparire totalmente determinato, salvo il punto di vista, divino, per il quale futuro, passato e presente non differiscono e tutto si risolve in un eterno presente. In questo senso, in quanto cioè il futuro si distingue dal presente e finché questo accade, la libertà di scelta per noi è effettiva, necessaria, non apparente.  La libertà, quindi, è legata alla coscienza in quanto coscienza limitata, parziale e confusa, attraversata da desideri e orientata al futuro.

L’invincibile ignoranza del nostro destino (inconoscibile come suggeriscono il teorema dell’incompletezza di Goedel e l’antinomia di Russell: una parte non può conoscere il tutto di cui è parte) ci fa apparire liberi entro certi limiti e fa apparire il tempo come tempo della decisione (krìsiskairòs).

La nostra libertà è apparente, se pensiamo che la nostra azione sia contingente, cioè che avremmo potuto agire diversamente: ciò che accade ora (il “reale”) non potrebbe essere diverso da ciò che è perché non è data una prospettiva “terza” alla luce della quale ora sarebbe potuto accadere altro (altro sarebbe stato “possibile”) – alternative possibili e reciprocamente incompossibili sono proprie solo di passato e futuro, traguardati dalla prospettiva attuale –.

La libertà è reale, come auto-determinazione del tutto che si inviluppa in me ora. Non posso, infatti, essere costretto da alcunché di esterno a me che agisco, dal momento che tutto è in me, anche se non sono conscio di tutto ciò che mi determina (e che io stesso sono).

Sotto questo profilo si potrebbe considerare più libera (o meno libera, a seconda del punto di vista) l’azione di chi è maggiormente consapevole delle ragioni per cui si agisce come si agisce.

L’esperienza della libertà di scelta è il riverbero nell’organismo del passaggio dell’Uno attraverso biforcazioni. La libertà è effettiva perché il risultato della scelta è incalcolabile, ma essa è anche apparente: il fatto che in nuce tutto sia già presente rende impossibile che le cose siano diverse da come di volta in volta si manifestano. Il che può essere interpretato, nella prospettiva temporale, in termini di “predestinazione” o di “super-determinismo” (nel senso del principio di consistenza di Novikov e in termini di negazione del paradosso del nonno): cioè di un destino, non “segnato”, non calcolabile deterministicamente, non descrivibile in termini di equazioni matematiche, ma nondimeno necessario.

Considerando che la coscienza si dà, di volta in volta, attraverso organismi che interagiscono gli uni con gli altri, tutto questo può anche essere interpretato in termini di “harmonia praestabilita”.

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di Giorgio Giacometti