Le proprietà fisiche cosiddette “emergenti” presuppongono la coscienza

acqua

Coloro che difendono una prospettiva materialistica o, come spesso si dice oggi, “fisicalistica” (ossia coloro che sostengono che tutto ciò che accade sia riducibile, prima o poi, a spiegazioni come quelle che oggi sono offerte dalla fisica, come scienza della natura) non ignorano che vi sono fenomeni che sembrano sfuggire a spiegazioni di questo genere.

A volte, come dal cappello del prestigiatore, viene tirata fuori la nozione di “emergenza“. Vi sarebbero proprietà, come quella di “bagnare”, riferita all’acqua, che, pur non essendo proprie delle molecole d’acqua in quanto tali (una molecola d’acqua non bagna), “emergerebbero” a livello macroscopico a certe condizioni (di volume, di temperatura ecc.).

Una molecola d’acqua, isolatamente presa, non bagna e non è trasparente. Non è nemmeno liquida. Ma l’acqua è tutte queste cose. In questo senso l’acqua non è soltanto H2O.

L’acqua è forse un “insieme” di molecole H2O?

Forse, ma bisogna intendersi sul significato del termine “insieme”.

Nell’ “insieme” in cui consiste l’acqua le molecole di cui è costituita sono in un rapporto reciproco tale che l’acqua sia liquida, trasparente e che bagni. Questo rapporto è determinato dai legami che sussistono tra i singoli atomi delle singole molecole, certamente, ma anche dai legami che vi sono tra ciascuna molecola e tutte le altre (legami determinati anche dalla temperatura a cui queste molecole si trovano, ossia dall’intensità della vibrazione/oscillazione a cui sono sottoposte), dai legami tra tutte queste molecole e le forze, di origine esterna, che agiscono su di esse (nucleari, elettromagnetiche, gravitazionali) ecc.

In ultima analisi l’acqua è qualcosa che è bensì fatta di molecole costituite, ciascuna, da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, ma essa non si risolve affatto in tale sua costituzione. Le molecole d’acqua sono la “materia” di cui l’acqua, in quanto “sostanza”, è fatta o costituita. Ma l’esistenza dell’acqua richiede molto di più dell’esistenza di atomi di idrogeno e di ossigeno. L’esistenza dell’acqua richiede un’insieme sì, ma di condizioni, non di molecole (l’esistenza di tali molecole è solo una delle condizioni perché si dia acqua).

Ora – si argomenta – le proprietà emergenti dei corpi, come il “bagnare” nel caso dell’acqua, sarebbero irriducibili a quelle delle strutture di base, ma, in qualche modo, dipenderebbero causalmente da queste ultime (pur senza che si diano  necessariamente “leggi” che leghino esplicativamente proprietà emergenti e strutture di base), mentre le strutture di base e il loro funzionamento non subirebbero alcun condizionamento da parte delle proprietà e strutture emergenti (non opererebbe, insomma, alcuna downward causation).

Ad esempio, il fatto che l’acqua, in una certa quantità e a una certa temperatura, possa “bagnare” dipenderebbe dal modo in cui l’acqua è costituita a livello molecolare, ma ciò che accade nell’interazione tra le molecole d’acqua tra loro e con le molecole di altre sostanze sarebbe del tutto indifferente rispetto al fatto che (sopratutto: non sarebbe in alcun modo influenzato dal fatto che), macroscopicamente, accada o non accada qualcosa (p.e. che  questa determinata quantità d’acqua bagni o non bagni qualcosa).

Ciò dovrebbe preservare il fisicalismo; in particolare la cosiddetta chiusura causale del mondo fisico.

Ma è proprio così?

Un primo problema è posto dalla negazione della downward causation.

Si potrebbe dubitare che certe proprietà emergenti, come quelle dell’acqua, retroagiscano sul livello molecolare dell’acqua. Ma riflettiamo un momento. Quanto più la massa d’acqua è importante, tanto maggiore sarà, ad esempio, la forza di gravità che essa esercita su se stessa (per tacere di quella, assai più intensa, che essa subisce p.e dalla massa terrestre, se parliamo p.e. dell’acqua del mare e pensiamo alle maree). Per quanto impercettibilmente, l’azione del campo gravitazionale non può che distorcere la forma e gli effetti degli altri campi, riguardanti la medesima massa d’acqua, che gli sono “subordinati”, p.e. di quello elettromagnetico e di quelli nucleari. Se questo non appare evidente per masse d’acqua relativamente piccole, risulta assai chiaro per corpi assai più massicci, come le stelle a neutroni e i buchi neri: il campo gravitazionale di questi oggetti è così forte da modificare profondamente la struttura degli altri campi di forze in gioco.

Nel caso di sostanze come il benzene, poi, è possibile mostrare, senza neppure invocare situazioni estreme come quelle appena evocate, che, quando le molecole che lo costituiscono raggiungono un certo grado di complessità, la configurazione finale che esse assumono risulta determinante rispetto l’attivazione o meno di determinati processi relativi alle loro parti più piccole (cfr. Sheldrake, p. 24).

Infine il fatto che io sia cosciente di qualcosa, supposto che la “coscienza” sia una proprietà emergente da un certo livello di organizzazione neuronale, sembra determinare il comportamento del mio corpo anche dal punto di vista di interazioni microscopiche, come sono quelle elettriche implicate nella trasmissione di segnali dal cervello ai muscoli attraverso il sistema nervoso.

In generale la downward causation opera dai livelli superiori di organizzazione dell’essere a quelli inferiori. Nella prospettiva di Arthur Koestler [p. 71], per esempio,  sussisterebbe un’olarchia (una gerarchia di interi, tipicamente quella di un organismo vivente, in quanto articolato in apparati, organi, tessuti e cellule) tale per cui ciascun olomero (parte intera di tale ordine, costituito a sua volta di olomeri, ossia di parti intere) avrebbe la doppia tendenza conservare se stesso e ad assolvere una funzione per l’intero di cui è parte (sarebbe, insomma, sia fine a se stesso che mezzo per altro fine), in modo tale da retroagire causalmente sulle proprie parti, affinché esse pure (pensa ancora alle “parti degli animali” per esprimerci evocando il titolo di un’opera di Aristotele) operino per la conservazione di ciò di cui sono parti.

In questo preciso senso il Timeo di Platone (33a7) evocato e approfondito da Proclo suggerisce:

Il cosmo è un intero di interi [hòlon ex hòlõn tòn kòsmon]
[Proclo Teologia platonica, III, 25, 88, 4]

Precisa Proclo:

ll cosmo nella sua interezza è costituito da tutte le parti nel loro insieme [ho sympas kòsmos ek merôn sympleroûtai tôn hòlôn], mentre ciascuna delle parti è ciò che è l'intero (tò hòlon), non come il tutto (tò pân), ma come parte.
[Proclo Teologia platonica, III, 25, 88, 4-6].

In un passo successivo Proclo chiarisce ulteriormente:

Nel modo in cui il tutto [tò pân] secondo Timeo è venuto a sussistere come "intero fatto di interi" [hòlon ex hòlõn], allo stesso modo è venuto a sussistere anche come "perfetto fatto di parti perfette" [tèleion ek telèiõn]
{Proclo, Teologia platonica, IV, 25, 75, 14-15].

 Il tutto, cioè, è costituito da parti che, oltre a essere esse stesse, ciascuna, un tutto, sono anche “compiute, perfette” (tèleion), nel senso che hanno ciascuna il proprio fine (tèlos) in se stessa, ma anche, necessariamente, in ciò di cui sono parti (dunque costituiscono insieme alcunché di fine a se stesso e di mezzo per altro fine).

Ma lasciamo pure da parte la questione della downward causation in generale. Quello che sfugge, in generale, è che le proprietà emergenti di qualcosa, derivabili o meno che siano da quelle delle strutture di base di questo stesso qualcosa, presuppongono alcunché di straordinario, qualcosa che per una serie di ragioni sembra rompere col fisicalismo: il soggetto percipiente. Niente soggetto percipiente, niente proprietà emergenti.

Nel caso dell’acqua le proprietà emergenti scaturiscono dal rapporto tra l’insieme di molecole d’acqua (come sopra definito) e chi è in condizioni di percepire questo “insieme” come qualcosa che bagna, trasparente e liquido; dunque dal rapporto tra il fenomeno “acqua” e il soggetto umano percipiente.

Le condizioni alle quali si dà acqua, in altre parole, hanno a che fare con le molecole di cui l’acqua è costituita, con l’energia interna (termica) degli insiemi di tali molecole, con la struttura dell’universo che abitiamo ecc., last but not least con la coscienza che possediamo dell’universo in  quanto soggetti percipienti.

Controprova. Supponiamo un universo privo di soggetti percipienti. Che cosa potrebbe significare il fatto che l’acqua bagni sotto il profilo strettamente fisico? Assolutamente niente. In assenza di soggetti percipienti non vi sarebbe quel “livello macroscopico” nel quale (nella prospettiva del quale) si dànno proprietà emergenti. Tutto, ivi compresi i fenomeni biologici (che non sarebbero riconosciuti come tali), potrebbe venire descritto nei termini di punti metafisici (all’interno di un sistema cartesiano a quattro o più assi) o, se si preferisce, di particelle subatomiche in interazione reciproca, secondo le leggi fondamentali della natura, senza alcun bisogno di postulare alcunché di “emergente”.

Ciò vale anche nel caso particolare della causalità macroscopica. Con Jerry Fodor possiamo distinguere tra la nozione di “spiegazione causale”, relativa al livello macroscopico (obbediente ai criteri di Hempel, relativi alla costruzione di “leggi di copertura”), restituita da proposizioni come “L’impetuosità dell’acqua del fiume è causa della rottura degli argini del medesimo”, tale da mettere in relazione, come in questo caso, proprietà emergenti, e la nozione di “efficacia causale”, valida soltanto a livello microscopico, che esprimerebbe l’effettiva relazione di causa-effetto fisicamente operante al di sotto della “superficie” macroscopica (nel caso dell’azione del fiume sui suoi argini si tratterebbe dell’insieme delle micro-azioni, descrivibili in termini elettrici, meccanici ecc., compiute da un determinato insieme di particelle, necessarie e sufficienti a determinare quello che macroscopicamente appare come “rottura degli argini”).

Come lo stesso esempio del fiume suggerisce, la “causalità macroscopica” è tale non in se stessa, ma solo per qualcuno  che sussuma una determinata successione di eventi sotto una determinata “legge di copertura” geologica/geografica, in funzione esplicativa, mentre si avrebbe “efficacia causale” (sotto il profilo strettamente fisico), se Fodor ha ragione, indipendentemente dal livello dell’osservazione. Dunque, ciò che fa la differenza è che in un caso un osservatore (soggetto percipiente) è presupposto, mentre nell’altro no.

Dunque chi invoca la nozione di proprietà emergenti invoca surrettiziamente (occultamente) qualcosa come una “coscienza” come alcunché di  implicato nel fenomeno che pretende di descrivere. Come dire: l’emergentismo è un critpto-idealismo (o, almeno, un cripto-criticismo).

 

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di Giorgio Giacometti