La coscienza è contingente e indeterminata

indeterminazione

La coscienza, [pur] essendo necessaria, non può essere determinata (causata) da qualcosa,

  1. perché questo qualcosa, in assenza (o “prima”) della coscienza, sarebbe soltanto possibile, ma la coscienza, in quanto reale, anzi necessaria, non può essere determinata da qualcosa di soltanto possibile;
  2. perché la coscienza, facendo dell’universo oggetto di se stesso, non può essere derivata in modo coerente dal tutto che percepisce, ma di cui è anche parte (antinomie dell’autoreferenzialità)
  1. Se l’universo fosse cosciente di tutto ciò che è simultaneamente (l’ordine esplicato coincidesse con l’ordine implicato) tale coscienza sarebbe incoerente, poiché conterrebbe almeno l’antinomia consistente nel dover essere coscienza di tutto bensì, ma di non poterlo essere, non potendo essere coscienza del proprio medesimo atto (o, come altrimenti si potrebbe intendere: dovendo l’universo scindersi in attività percipiente e in cosa percepita, restando tuttavia uno e dovendo percepire, dunque, contraddittoriamente, come oggetto anche il proprio stesso soggettivo percepirsi).

  2. Se esprimiamo ciò di cui la coscienza è coscienza con una proposizione (ad es. “vedo rosso”), questa deve essere vera, perché una percezione in quanto tale non può mai essere falsa. Ora, affinché il sistema assiomatico a cui si può supporre di poter ridurre l’insieme delle altre proposizioni che esprimono tutti gli altri stati percepibili dell’universo osservabile possa restare coerente, (cioè affinché si possa pensare di dedurre tutte queste proposizioni da un numero finito di assiomi, come in un’ipotetica “teoria del tutto”), la proposizione che esprime ciò che ora percepisco deve essere indecidibile, cioè non deve essere deducibile dal sistema. Un’implicazione dei teoremi di Goedel, infatti, è che perché un sistema assiomatico sia coerente, occorre che non sia completo e che, in particolare, vi sia almeno una proposizione vera non deducibile dal sistema: questa, nel nostro caso, può essere solo “vedo rosso”, dal momento che tutte le altre, per ipotesi, sono deducibili e tra loro coerenti [per la verità una “teoria del tutto” sarebbe impossibile anche in assenza di coscienza, ma a fronte delle biforcazioni – rotture di simmetria – caratteristiche dell’evoluzione dell’universo: tuttavia, queste ultime, in quanto “avvengono” in un tempo virtuale, segretamente presuppongono, di nuovo, la coscienza, che, sola, può renderle effettive o reali].

  3. Se l’evoluzione di tutto ciò che accade fosse descrivibile come immagine di una funzione, per quanto enormemente complicata (tecnicamente: una “hamiltoniana”, funzione delle coordinate generalizzate e dei momenti coniugati di tutte le particelle dell’universo, ma cfr. osservazione precedente sulle biforcazioni), questa dovrebbe poter essere scritta: ma nel momento in cui se ne prendesse coscienza, se ne facesse un oggetto, la si potrebbe anche sempre violare, a riprova dell’irriducibilità della coscienza a funzioni (in senso matematico) di cui essa stessa possa prendere… coscienza (mise en abime: dovrei poter scrivere un’altra funzione che rappresenti la mia presa di coscienza della prima, ma, se ne prendessi coscienza, dovrei poi poter scrivere un’altra funzione ancora ecc.).  [Immagina di voler scrivere la funzione H molto complicata la cui immagine fosse l’universo percepibile. Potresti sempre “alzare un braccio” o fare qualsiasi altra cosa in violazione di ciò che la funzione prescrive. Ciò suggerisce che non sia possibile scrivere una funzione simile: il rapporto tra l’universo e la coscienza che esso ha di se stesso è indecidibile, appunto come il rapporto – cfr. punto 2 – che c’è tra un sistema assiomatico e una proposizione goedeliana scritta nel linguaggio del sistema del tipo: “G non è deducibile dal sistema”.]

  4. Se l’universo fosse un insieme, sarebbe un insieme che, in quanto cosciente di sé, contiene (come oggetto) se stesso. Ora, un sistema logico che ammette insiemi che contengono se stessi incorre nell’antinomia di Russell. Infatti, un sistema logico che ammette insiemi che contengono se stessi, ammette, tra questi, anche il “celebre” insieme di tutti gli insiemi che non contengono se stessi: anche tale insieme, infatti, deve contenere se stesso, perché, se fosse un insieme che, viceversa, non contenesse se stesso, essendo appunto l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono se stessi, dovrebbe contraddittoriamente contenere se stesso. Tuttavia, anche se, per ipotesi, consideriamo tale insieme come tale da contenere se stesso, per dribblare la precedente antinomia, vi ricadiamo: se contiene se stesso, infatti, non può più essere l’insieme di tutti gli insiemi che non contengono se stessi. Ma un sistema logico che può cadere anche in una sola antinomia è incoerente, dunque è tale che all’interno di esso non si può derivare (determinare) coerentemente alcunché. Affinché vi si possano effettuare inferenze coerenti, bisogna dunque vietare espressamente (come fece Bertrand Russell con la sua “teoria dei tipi”) ogni forma di auto-referenzialità, dunque che un insieme possa contenere se stesso e, più in generale, che una cosa possa riferirsi a se stessa. L’universo, dunque, non può riferirsi a se stesso attraverso la coscienza che ha di sé, se deve restare coerente. Ma questo è proprio quello che avviene! L’universo si riferisce a se stesso. L’universo ha coscienza di se stesso. La coscienza è vera (ne facciamo esperienza), ma spezza, per così dire, la coerenza del tutto di cui è coscienza.

La coscienza (che l’universo ha di se stesso), pur essendo necessaria, deve dunque apparire a se stessa come qualcosa di contingente (indeducibile).

Ciò non implica che la “coscienza” sia “libera“. Essa appare necessariamente a se stessa tale, cioè indeterminabile.

Io non posso sapere che cosa io stesso “farò” (o il mio corpo “farà”) tra un istante, né posso prevedere con certezza gli eventi che mi appaiono “esterni” (nella misura in cui vi sono sempre a qualche titolo implicato, cioè vi è implicata la coscienza che appare a se stessa come un “io”). Da tale parvenza di libertà scaturisce la nozione di “libero arbitrio”.

Nondimeno non si può escludere che tutto ciò che mi sembra di “fare” e che, in generale, accade sia “destinato”, in modo tale che sia “necessario” (eventualmente anche “provvidenziale” in senso stoico), senza tuttavia che esso sia “computabile”. Anzi, che viga una sorta di super-determinismo è suggerito

  1. sia dai paradossi della meccanica quantistica
  2. sia dall’ipotesi che l’universo assuma di volta in volta coscienza di sé da prospettive diverse. Queste, infatti, devono essere tra loro necessariamente “coerenti” (deve vigere un’harmonia praestabilita), tali che non possa mai accadere che ciò che mi sembra di “fare” liberamente sia diverso da ciò che a un altro “io” (a un altro sapiens dotato di coscienza) apparirà o è apparso che io abbia liberamente “fatto”.

[Il risultato della combinazione della contingenza e della località della coscienza è che tutto è qui e ora sia perfetto sia imperfetto:

  1. in quanto è perfetto perviene a coscienza in quanto la coscienza non è che il limite e il fine del tutto che lo rende presente a se stesso (come un confine a specchio), lo attualizza;
  2. in quanto è imperfetto è manchevole di tutto ciò che (ancora o più) non è o che potrebbe essere, desidera* ciò di cui manca, ne è attratto e immagina di tendere a un fine ancora assente, come a uno scopo [in questo cammino può tanto avvicinarsi quanto allontanarsi da se stesso, come un pianeta che passa dal perielio all’afelio e viceversa, senza mai poter coincidere col Sole che egli stesso, oscuramente, è].

Esserci energhèiâ suggerisce che l’atto di esserci “operi”, sia “al lavoro” in vista della continuazione di sé. Ecco perché il presente, in cui si è coscienti, è continuo: esso è contraddistinto da un continuo divenire ciò che si è.]

[N. B. Tutto questo, tuttavia, ancora non spiega perché si presenti questo o quel fenomeno o, su un altro piano, perché il “gatto di Schroedinger” sia vivo o morto (ciò richiede che gli eventi abbiano un fine e un significato, inappariscenti, tali agli occhi di Dio o del Logos).

Le ragioni per cui queste determinate particelle appaiono contraddistinte proprio da queste proprietà simmetriche e non da quelle p.e. contrarie (cioè le ragioni per cui da due stati possibili simultanei contraddittori emerge proprio questo stato e non p.e. il suo contrario), soddisfatta la legge della coerenza, possono essere comprese come cause finali inconsce, come quelle che presiedono ai campi morfici (chi, osservando queste particelle, in un certo senso le fa esistere o determina in questo modo, non sa perché esse esistano in questo modo piuttosto che in quello contrario – non indovina, cioè, che questo loro modo di essere è indotto da un campo morfico -; così, chi solleva il coperchio della scatola dove si trova il gatto di Schroedinger, pur determinando se esso sia vivo o morto, non conosce le ragioni per le quali lo ha salvato o ucciso).

Questa ignoranza dipende dal fatto che qui e ora opera inconsciamente alcunché di inattuale: vedo che le due particelle separate sono tra loro coerenti (e questo è reso necessario dal fatto che mi si “presentano”, che le vedo qui e ora, nel limite unificante dell’universo che io stesso sono, nel presente in quanto perfetto), ma ignoro perché sono così invece che altrimenti (questo modo di essere dipende da ciò in vista di cui esse si organizzano, un limite “spostato in avanti”, rispetto a cui il presente è imperfetto, manchevole). ]

Tutto ciò contribuisce a spiegare la complessità necessaria e sufficiente a conciliare le opposte esigenze, che l’universo sia cosciente di sé (per esserci) e che tale coscienza non sia deducibile.

Perché la coscienza non potrebbe essere immediatamente scaturita da qualcosa di semplice? Perché, se così fosse stato,

  1. o sarebbe stato altrettanto immediato derivarla logicamente da questo qualcosa di semplice, contro il postulato della sua indeterminabilità;
  2. o sarebbe stata così evidente la sua stessa indeterminabilità che essa sarebbe stata spiegata (determinata) soltanto e immediatamente dalla sua stessa necessità di esistere, come atto dell’universo, e con ciò sarebbe stata, contraddittoriamente, comunque, determinata.

In particolare, la complessità richiesta alla manifestazione della coscienza – possiamo osservare a posteriori – appare quella dell’evoluzione dell’universo culminante nell’evoluzione della vita: perché l’universo divenisse o, meglio, apparisse cosciente di sé, in modo tale che questa apparizione risultasse, tuttavia, indeterminata, “erano” (“sono stati” o meglio “appaiono essere stati”) necessari, dunque, come abbiamo visto:

  1. un’originaria rottura di simmetria: il passaggio da uno stato atemporale o, comunque, contraddistinto da processi reversibili a uno stato contraddistinto da sviluppi irreversibili;
  1. uno sviluppo della complessità del cosmo parallelo allo sviluppo della complessità degli organismi che ne sono parte (e dei loro cervelli) tale che l’una potesse interamente rispecchiarsi nell’altra (cfr. autopoiesi*).

Immagine di questa complessità può essere la costruzione della proposizione goedeliana G, indeducibile dal sistema assiomatico (l’aritmetica naturale) nel cui linguaggio è scritta: per riuscire a costruire una proposizione che potesse riferirsi a se stessa in un linguaggio logico Goedel ha dovuto sviluppare un procedimento di enorme complessità (goedelizzazione dei numeri e delle operazioni tra numeri ecc.).

 

Si registra, quindi, una necessaria moltiplicazione dei punti di vista sull’universo (nello spazio e nel tempo).

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di Giorgio Giacometti