È tutto informazione?

schermo

  • Se, dunque, tempo, spazio, forze e proprietà delle sostanze non sarebbero quello che sono se non se fosse coscienti, che cosa rimane dell’universo in sé, cioè del “noumeno”?

Si potrebbe affermare, con John Archibald Wheeler, che rimangano solo informazioni: it from bit!

Sotto questo profilo si potrebbe adottare un modello informazionale di universo, come quello elaborato da Stephen Wolfram, secondo il quale l’ordine implicato sarebbe un programma di cui l’ordine esplicato sarebbe l’esecuzione.

  • Perché solo informazioni?

Supponi che l’altezza degli oggetti che vedi si dimezzi (che l’altezza dello schermo che hai di fronte si riduca della metà e così tutto il resto). Supponi che, simultaneamente, anche la tua altezza si dimezzi e così quella dei tuoi organi di senso e, in generale, quella di tutte le cose (comprese le onde luminose che, provenienti dagli oggetti esterni, colpiscono le tue retine). Non ti accorgeresti di nulla, è vero? Poiché tutte le proporzioni sarebbero conservate, ti sembrerebbe che tutto fosse rimasto uguale.

Supponi ora che la riduzione della dimensione dell’altezza sia totale: la dimensione sparisce del tutto e il mondo rimane piatto, a due sole dimensioni, come nel romanzo Flatlandia di Abbott. Se, nonostante questa riduzione totale, le informazioni provenienti dagli oggetti esterni e decodificate dal tuo cervello fossero le stesse (come sarebbe ad ogni singolo stadio della progressiva riduzione, senza soluzione di continuità), ancora non ti accorgeresti di nulla, il mondo continuerebbe ad apparirti a tre dimensioni.

Supponi ora che anche le altre due dimensioni residue dello spazio (lunghezza e larghezza) si contraggano fino a scomparire, ma le informazioni che decodifichi continuino a rimanere le stesse. Ancora non ti accorgeresti di nulla. Saresti un punto coincidente con l’intero universo ma non te ne saresti minimamente accorto. Tutto sarebbe identico.

Ora, la mia tesi non è semplicemente: potrebbe essere proprio così, ciascuno di noi è l’universo stesso, contratto in un punto inesteso, anche se non se ne accorge.

La mia tesi è che è del tutto irrilevante la differenza tra questa ipotesi e l’ipotesi che, invece, le cose siano come appaiono (distese in tre dimensioni). Infatti, manca un sistema di riferimento “terzo” o una prospettiva a partire dalla quale sia possa giudicare quale ipotesi sia corretta. Esistono solo i sistemi di riferimento e le prospettive interne a questo universo.

Che cosa rimarrebbe inalterato? Rimarrebbero inalterate le informazioni.

In termini tecnici, come sa bene chi conosce la geometria proiettiva, solo il flusso delle informazioni costituirebbe un invariante, mentre le distorsioni dello spazio e del tempo, adottando un approccio correttamente relativistico, sarebbero irrilevanti.

Si dimostra, cioè, che, mentre lo spazio è apparente (la sua “esistenza” è una questione di prospettiva o di sistemi di riferimento), reali sono soltanto le informazioni.

  • Abbiamo alla fine trovato una “cosa in sé” la cui esistenza sembra indipendente da quella della coscienza!

Non cantare vittoria troppo presto! Per funzionare un “programma” sembra richiedere qualcosa di molto simile a un tempo, scandito in presente, passato e futuro, “luoghi” nei quali vicendevolmente l’informazione si manifesta o  rimane in “memoria”. E, dunque, se il tempo implica la coscienza, anche questo programma, nella misura in cui richiede tempo per la sua esecuzione, la implica!

  • Non serve, tuttavia, che il tempo “scorra” perché un programma venga eseguito. L’esecuzione può avere carattere “logico”. È sufficiente che il programma si arresti “logicamente” secondo la costante di Chaitin a un certo punto (indeterminabile a priori), quello in cui sorge – supponiamo – proprio la coscienza. Questo programma “chaitiniano” potrebbe costituire lo scheletro algoritmico di un tempo puramente virtuale, un “ambiente” all’interno del quale p.e. gli organismi viventi si sarebbe evoluti fino all’emergere della coscienzaun tempo “formale”, – diverso del tempo come lo conosciamo noi, ossia determinato dall’interazione tra coscienza e noumeno, – ma pur sempre un tempo “logico”.

Che cosa intendi per “tempo formale” o “logico”?

  • Supponi di accelerare fino a velocità infinita (istantanea) il tempo come noi lo percepiamo. L’evoluzione dei viventi, ad esempio,  si verificherebbe identicamente a come si verifica, se le relazioni tra loro (p.e. tra prede e predatori) rimane la stessa. Il tempo (che presuppone la coscienza) potrebbe venire sostanzialmente abolito, senza che nulla cambi. Costruisci, ad es., un programma in cui in input c’è un certo numero di predatori con certe caratteristiche (algoritmicamente definite) e un certo numero di prede con altre caratteristiche (pure algoritmicamente definite) in un ambiente (a sua volta algoritmicamente definito). Lo lanci e vedi come vanno le cose, senza poterlo computare prima. A un certo punto, supponiamo, rimangono solo i predatori (si registra l’evoluzione del sistema pseudo-biologico con l’estinzione di una delle due specie in gioco). Anche se non potevi prevedere questo, si potrebbe sostenere che tutto questo era già implicito nel programma ed è del tutto indipendente dal tempo della sua esecuzione (più o meno accelerato o anche istantaneo).

In effetti questo tuo modello sembrerebbe rendere conto di quello che altrove chiamo “tempo virtuale”, riferendolo soprattutto all’evoluzione “inconscia” degli organismi viventi e dell’intero universo, assimilabile all’esecuzione istantanea di un programma che fornisce, in corrispondenza ai punti di biforcazione dell’evoluzione delle specie, uno o più output previamente indecidibili.

Ma come spieghi, in questo tuo modello, il sorgere della coscienza?

  • Si può supporre, appunto, che, nel noumeno, questo programma, che gira a velocità istantanea, si arresti all’emergere (a sua volta indecidibile) proprio della coscienza (punto omega o di Chaitin).

Ne sei sicuro? Forse possiamo togliere di mezzo il problema del tempo, ma che dire dell’esecuzione del programma? Un programma può venire scritto (p.e. da “Dio”) in modo tale che la sua eventuale esecuzione abbia per effetto (supponiamo indecidibile a priori, ma vedi oltre) la coscienza, ma chi o che cosa fa sì che il programma sia eseguito? L’esecuzione del programma sembra presupporre, circolarmente, esattamente come il tempo, proprio quella coscienza che ne dovrebbe essere il risultato imprevedibile (a meno che non ci si rassegni all’ipotesi di un “intelligent design” forte, in cui un Dio, liberato dalle virgolette, abbia scientemente progettato tutto e, soprattutto, lanciato il programma affinché osservatori coscienti apparissero).

Tutto si riduce alla “messa in moto” della struttura dell’universo, supposta fuori del tempo. La coscienza vi è comunque implicata, anche se tale “messa in moto” consistesse in un processazione di informazioni istantanea.

 

In generale, bisogna chiedersi che cosa intendere per “informazioni” [cfr. la discussione di Sheldrake, pp. 129-30, sull’ambiguità della nozione di informazione]. Non si può trattare soltanto di sequenze di entità distinte e discrete (come 0 e 1), magari originatesi casualmente e selezionatesi naturalmente per competizione reciproca, e, infine, divenute capaci di una meccanica auto-replicazione, ma di tracce o segni che “qualcuno” o “qualcosa” possa decodificare o, meglio, interpretare essendo dotato di coscienza.

Come il segno, lasciato da una preda in fuga, è tale solo per il suo predatore, altrimenti sarebbe soltanto una “[f]orma” lasciata sul terreno, priva di qualsivoglia significato, così anche un’informazione è tale solo se si suppone qualcuno in grado di interpretarla come tale e di conferirle un senso.

Quando capiamo un messaggio, leggiamo una lettera, spesso interpretandola "tra le righe",  afferrando un significato attraverso i segni, un'espressione attraverso le forme estetiche [...] non vi è in questo una conoscenza al di là della conoscenza, che richiederebbe doti trascendenti e miracolose; è la conoscenza propriamente detta, la conoscenza che non si arresta all'osservazione preliminare e soprattutto non immagina gli esseri osservati come una specie di osservabili puri, cioè come corpi senz'anima che esisterebbero solo allo stato di corpi [Ruyer, pp. 61-62].

Nota poi che, se anche un modello di universo informazionale implica la coscienza, tale modello non potrà essere preso alla lettera, ma solo come metafora.

La ragione più importante per quest’avvertenza è che proprio la coscienza, con tutto quello che essa “contiene”, è necessariamente alcunché di incomputabile, dunque irriducibile a una spiegazione informazionale “trivial“.

Per questa ragione la coscienza non può letteralmente costituire l’output di una processazione di informazioni.

  • Perché mai? Non abbiamo precisato che l’output della processazione è imprevedibile a priori, se lo dobbiamo considerare un equivalente alla costante di Chaitin?

Anche se questo output, che darebbe luogo – supponiamo – alla coscienza, è imprevedibile a priori, esso risulta, tuttavia, “meccanicamente” dagli algoritmi e dalle “condizioni iniziali”, cioè dall’input; non contiene, insomma, niente di veramente “casuale” (analogamente le cifre di π si susseguono bensì indecidibilmente, ma sono tutte “date”; non è possibile, cioè, che siano diverse da come sono, non ci sono possibili “biforcazioni” nel loro sviluppo).

Invece, non solo le biforcazioni nell’evoluzione dell’universo (rotture di simmetria, origine della vita, esiti della selezione naturale ecc.), ma lo stesso sorgere della coscienza ecc., in  quanto radicalmente contingenti, si suppongono eventi intrinsecamente indeterminati. Non possono, dunque, scaturire da una catena di algoritmi, per quanto lunga e imprevedibile a priori nei suoi esiti.

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di Giorgio Giacometti