Il concetto fisico di “forza” tradisce un cripto-animismo

traliccio

I sostenitori del “fisicalismo”, nel riservare esclusivamente alla “scienza” l’esercizio della conoscenza in ogni campo, sembrano credere che la scienza stessa poggi su basi rigidamente meccanicistiche (deterministiche).

Per nulla turbati dalla crisi del positivismo, legata alla scoperta delle geometrie non euclidee, dell’indeterminazione quantistica ecc. nonché alle antinomie di Russell, ai teoremi di Goedel ecc., ritengono che, manovrando abilmente con “variabili nascoste”, si possa correggere ogni interpretazione dei fenomeni naturali emergenti in senso deterministico, magari pervenendo in tempo finito a una “teoria del tutto” (Theory of Everything), essa stessa in ultima analisi deterministica.

L’argomento fondamentale, evocato ad esempio a suo tempo da Jacques Monod (quando, in Il caso e la necessità, p. 33,  chiama in causa il cosiddetto “postulato dell’oggettività” della natura), a cui i fisicalisti ricorrono suona più o meno come segue: dai tempi di Galileo e Cartesio la scienza, come si esprimeva Immanuel Kant, è proceduta sui suoi sicuri binari (a differenza della filosofia, della teologia, dell’astrologia e di altre simili pseudo-scienze) dal momento in cui ha deciso di prendere le mosse da una serie di assunzioni meccanicistiche e di escludere dal proprio campo un’altra serie di assunzioni non meccanicistiche: essenzialmente da quando ha ammesso come principi di spiegazione accettabili solo cause di tipo materiale o efficiente, escludendo dal novero di tali principi cause di tipo formale o finale (per tacere dell’invocazione dell’azione di Dio o di alcunché di spirituale); e da quando ha fatto del procedimento “geometrico-matematico”, connesso in qualche modo [in realtà in modi tutt’altro che ovvi] con l’ “evidenza” sperimentale,  il proprio metodo fondamentale.

Pur ammettendo che le assunzioni meccanicistiche, sorta di postulati teoretici fondamentali, non sono direttamente dimostrabili, i fisicalisti, come Monod, ne difendono il valore irrinunciabile invocando gli straordinari successi della scienza e del suo metodo [1].

  • Mi sembra una visione del tutto convincente.

Lo sarebbe, almeno in parte, se fosse vero che la scienza è proceduta su binari rigidamente meccanicistici.

Certo, anche in quest’ipotesi, si potrebbe argomentare, come fanno alcuni, che tali procedimenti hanno mietuto nel giro di qualche secolo tutti i successi che potevano mietere (soprattutto nel campo della fisica e della chimica, meno in quelli della biologia e delle scienze umane), successi che, comunque, alla luce delle scoperte e delle teorie più recenti a cui alludevo prima, ora si andrebbero esaurendo…

Anche solo in questa prospettiva, dunque, sarebbe legittimo tentare di rilanciare un approccio diverso, di tipo per esempio “olistico”, rivalutando nozioni come quelle di “forma” (Gestalt, nel senso di un tutto “maggiore della somma delle parti”, non riducibile cartesianamente ai suoi elementi presuntamente “auto-evidenti”) e di “fine” (come limite di processi relativi a certi livelli “superiori” della natura, come quelli biologici e antropologici, non riducibili, nella loro contingenza, ai processi fisico-chimici da cui pure, almeno in parte, dipendono).

Ma il punto è che una disamina storica accurata rileva ben altro…

  • Che cosa?

Che  il meccanicismo, nella sua purezza, è stato poco più che un sogno, balenato nella mente indubbiamente geniale di Cartesio e di pochi altri (tra Cinquecento e Settecento), quasi immediatamente smentito dalle stesse cosiddette evidenze sperimentali che avrebbero dovuto consacrarlo.

  • Ma che dici!

In  estrema sintesi: tutti gli sforzi messi in atto da Cartesio fino ad Albert Einstein, attraverso Erst Mach, di abolire la nozione di forza dal campo della fisica si sono rivelati vani…

  • E questo che cosa c’entra?

L’irrinunciabilità, per un fisico, a differenza che per un matematico, del ricorso alla nozione di forza, soprattutto, ma non solo, nella versione dell’azione a distanza attraverso il vuoto (cioè nella versione che fu denominata a partire dall’Ottocento “teoria dei campi“) ha una serie di implicazioni “metafisiche” altrettanto irrinunciabili, tali da richiedere l’integrazione nei modelli matematici del cosmo, sia pure spesso in forma velata e implicita, di nozioni antiche come quelle, appunto, di causa formale e finale, di anima e, forse, anche di Dio o Spirito.

  • Non ti seguo.

Si potrebbe riscrivere la storia della scienza nel modo seguente.

La scienza nasce con la stessa filosofia. Fin dalle origini essa si è mossa non solo a partire da presupposti di tipo materialistico (come in Democrito, Epicuro e altri), ma anche da presupposti di tipo più o meno organicistico (come in Platone, Aristotele, presso gli stoici ecc.).

Nelle sue reviviscenze essa è sempre stata accompagnata da entrambe le prospettive (che, peraltro, non sono equivalenti: la seconda può facilmente ricomprendere la prima, in quanto l’esistenza di cause finali e formali non esclude, anzi postula in ogni caso l’esistenza di cause efficienti e materiali).

  • A quali reviviscenze ti riferisci?

Quella che chiamiamo scienza moderna nasce con la rivoluzione astronomica (eliocentrica) del Rinascimento, profondamente permeata di platonismo e pitagorismo. Lo stesso Galileo si considerava un platonico. Molti ingegni che oggi consideriamo “scientifici” (da Bruno a Keplero, da Newton a Leibniz) avevano una concezione del mondo tutt’altro che esclusivamente meccanicistica: molti di essi non disdegnavano di trarre oroscopi, postulavano l’esistenza di cause finali e formali e via discorrendo. Infine, non dimenticare l’affascinante storia del “campo”…

  • Di quale campo?

In origine del campo “gravitazionale”, quindi di quello “elettromagnetico” (per concludere con i campi generati dalle altre forze fondamentali via via scoperte)… Qualsiasi “teoria del campo” comporta un ritorno sotto mentite spoglie del finalismo platonico-aristotelico.

  • Ma che dici!

Nessuna spiegazione rigorosamente “meccanicistica”, ossia basata su sistemi di urti tra parti solide, poteva spiegare i moti degli astri, nonostante gli sforzi di Cartesio in tal senso.

Di qui: le speculazioni “platoniche” (sulla perfezione dei moti circolari) di Bruno e dello stesso Galileo, la spiegazione “erotica” di tali moti in Keplero, la rinuncia ad ogni spiegazione in Newton (“hypotheses in fingo“, celebre frase pronunciata da Newton a proposito della misteriosa “causa della gravità”, nonostante la scoperta a lui dovuta della nota legge che la governa), la rielaborazione leibniziana/spinoziana della nozione di “amore” platonico (come appetitus/conatus), l’elaborazione della moderna teoria del campo (attraverso Boscovich, Faraday, Maxwell ecc.) in cui rivive l’antica nozione di anima come principio del movimento, l’approccio olistico di Alfred North Whitehead, fino alle recenti speculazioni sull'”illusorietà”, in un certo senso, dell’universo  (in quanto legato indissolubilmente alla percezione di un soggetto vivente) in Schroedinger, Bohm, Wheeler ecc.

  • Ma, per quel che ne so, almeno agli albori della scienza moderna, l’esclusione delle cause finali e il più rigido meccanicismo, sono stati premesse fondamentali dei successivi sviluppi. Bernardino Telesio, ad esempio, negava l’utilità del ricorso a cause finali (cfr. De rerum natura iuxta propria principia, IV, 25), mentre Bacone, nel De dignitate et augmentis scientiarum (1623), scrive «La ricerca delle cause finali è sterile: come una vergine consacrata a Dio non partorisce nulla» (III, 5; cfr. anche Novum Organum, 1620, II, 2). Il rifiuto del finalismo si ritrova anche nella riflessione di pensatori quali Galilei, Descartes (Principia philosophiae, 1664, I, 28) mentre Spinoza, nel concludere il primo libro dell’Ethica (1665), scrive: «la natura non ha alcun fine prefisso e […] tutte le cause finali non sono che finzioni umane» (Ethica, I, 36, appendix).

Le cose, come già accennato, sono meno semplici di quello che sembra. Copernico, dalla cui rivoluzione astronomica (a base eliocentrica) si suol far iniziare la moderna rivoluzione scientifica, a proposito del Sole come centro dell’universo, nel De revolutionibus orbium coelestium (1543) scrive:

Per questo, non a torto, alcuni lo chiamano lucerna del mondo, altri mente, altri guida. Trismegisto [lo chiama] Dio visibile; l'Elettra di Sofocle, l'onniveggente. Così, certamente, il Sole, come su un trono regale, governa la famiglia degli astri che gli sta intorno.
[in Niccolò Copernico, Opere, UTET, Torino 1979, pp. 212-213]

Non si tratta di semplici metafore. Il Sole è inteso come “mente” che governa i pianeti, dunque alcunché di vivo (di dotato di anima). Ancora Keplero nel Mysterium cosmographicum (1621) scrive:

Se sostituisci la parola "anima" con la parola "forza" ottieni il vero principio su cui la fisica celeste è costituita nei [miei] Commentari su Marte ecc. e praticata nel IV libro dell'Epitome.
 [Joannis Kepleri, Opera Omnia, vol. I, Heyder u. Zimmer, Francoforte ed Erlangen 1858-71, p. 176]

Ora, è ben noto che l’anima agisce (conferisce moto al corpo) secondo scopi, consci (nell’anima razionale) o inconsci (nell’anima “vegetativa”, paragonabile a ciò che muove i corpi apparentemente inanimati, come i pianeti e le stelle). Ora, in che cosa un “campo gravitazionale” differisce da un’anima in questo senso? E un “campo magnetico”? In nulla, se il primo moderno teorico del magnetismo, William Gilbert, sosteneva nel De magnete (1600) che i magneti fossero dotati di anima (termine che ricorre ancora, inteso però solo come metafora, in espressioni come “anima di ferro”, riferita a oggetti che contengono al loro interno del ferro potenzialmente soggetto ad attrazione magnetica).

Controprova: la nozione di “forza” è apparsa, e giustamente, ai meccanicisti di ogni tempo un residuo “metafisico”.

A cominciare da Cartesio:

Io non accetto né desidero che si abbiano in fisica principi [come la nozione di "forza" intesa come alcunché di originario, non di derivato] diversi da quelli che si hanno in geometria o nella matematica astratta, in quanto tutti i fenomeni della natura possono essere spiegati per loro mezzo, e di essi si può dare una dimostrazione certa.
[Descartes, Selections, Scribner, New York, 1927,  p. XXIII]

Cfr. anche Christian Huygens:

Per trovare una causa intelligibile della gravità si deve scoprire come possa accadere, supponendo in natura solo corpi fatti di una stessa materia, e nei quali non si consideri alcuna qualità o inclinazione ad avvicinarsi l'uno all'altro, ma solo diverse grandezze, figure e moti, come, dico, possa accadere che tuttavia molti di questi corpi tendano direttamente verso un medesimo centro.
[Christian Huygens, Discours de la cause de la pesanteur, Vander, Leida 1690, p. 129]

Peccato che la fisica non sia mai riuscita in alcun modo a eliminare la nozione di forza, con il cripto-finalismo che essa comporta!

  • Perché la nozione di forza dovrebbe implicare un criptofinalismo?

Pensa ancora a Leibniz. Leibniz reintroduce espressamente la nozione di “causa finale”, per spiegare l’attrazione (appetitus) dei “punti metafisici” che costituiscono l’universo (per l’occasione opportunamente “animati”) gli uni verso gli altri.

Come è ben noto, il romanticismo e l’idealismo tedesco (basta pensare alla filosofia della natura di Friedrich Schelling e di Wolfgang Goethe) rilanciano e approfondiscono, sulla base dei dati offerti dall’investigazione naturalistica della loro epoca, l’intuizione antica di una natura “vivente” piuttosto che “meccanica”, governata da forze “intelligenti” (consce o inconsce) piuttosto che da leggi meccaniche.

Tale intuizione si ritrova in autori insospettabili, molto amati dai “materialisti” e, soventi, convinti essi stessi di essere materialisti, come Denis Diderot e David Hume [cfr. Dialoghi sulla religione naturale (1779), Einaudi, Torino 197, pp. 139-41] e riecheggia, tra Otto e Novecento, in figure come Ernst Haeckel (il celebre scienziato positivista, che, tuttavia, considerava tutta la natura animata, cfr. Sheldrake, p. 92), Henri Bergson e Alfred North Whitehead.

In generale, la tensione tra due o più punti separati da spazio, tensione che può essere annullata solo dall’unione di tali punti, che sia di tipo “gravitazionale” (tra due masse), elettromagnetico (tra due cariche) o di altra natura, sembra suggerire che tali punti abbiano un fine e, non da ultimo, un certo grado di “percezione” del punto verso cui “sentono” di doversi dirigere.

L’entanglement quantistico tra particelle subatomiche (postulato dal celebre esperimento mentale EPR e, soprattutto, rilevato dall’esperienza di Aspect) che ha ispirato, non solo numerose teorie “olistiche” New Age (sovente incongrue e gratuite), ma anche modelli tanto affascinanti quanto matematicamente rigorosi, come quello dell’universo olografico di David Bohm, è solo l’ultimo esempio di un legame “vivente” e “orientato” tra parti di universo, legame ben noto da quando Faraday e altri, sulla scia di Leibniz e Boscovich, hanno “sdoganato” le teorie del campo (succedaneo, sotto mentite spoglie, dall’anima neoplatonica) e rotto, di fatto, col rigido meccanicismo cartesiano.

In ultima analisi, dunque, la rottura degli “argini” del cosmo geocentrico aristotelico, che ha dato il via all’avventura della scienza moderna, lungi dall’avere prodotto un nuovo modello di universo di tipo meccanicistico, come spesso si sostiene, non ha fatto altro, segretamente, che rilanciare l’intuizione pitagorico-platonica (in effetti il portato di una philosophia perennis o prisca philosophia che si perde nella notte dei tempi) di un tutto infinito, matematicamente ordinato bensì, ma secondo criteri fondamentalmente etico-estetici, piuttosto che informatico-computazionali (analogici, piuttosto che digitali); nel quale “tutto è in tutto” secondo legami sottili d’amore che devono continuamente venire reintegrati, in una lotta incessante dell’ordine a cui tutto tende contro il caos che (come suggeriscono, tra le altre cose, le leggi della termodinamica) cerca continuamente di dissolverlo.

1) La tesi originaria di Monod (corsivo mio) suona come segue:

La pietra angolare del metodo scientifico è il postulato dell'oggettività della Natura, vale a dire il rifiuto sistematico a considerare la possibilità di pervenire a una conoscenza 'vera' mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di 'progetto'. La scoperta di questo principio può essere datata con esattezza. Galileo e Cartesio, formulando il principio d'inerzia, non fondarono solo la meccanica, ma anche l'epistemologia della scienza moderna, abolendo la fisica e la cosmologia di Aristotele. Certamente ai predecessori di Cartesio non erano mancate la ragione, la logica, l'esperienza, e neppure l'idea di confrontarle sistematicamente. Ma la scienza, così come l'intendiamo oggi, non poteva costituirsi solo su queste basi. Le mancava ancora la severa censura del postulato di oggettività.
Postulato puro, che non si potrà mai dimostrare poiché, evidentemente, è impossibile concepire un esperimento in grado di provare la non esistenza di un progetto, di uno scopo perseguito, in un punto qualsiasi della Natura.
Il postulato di oggettività è consostanziale alla scienza e da tre secoli ne guida il prodigioso sviluppo. È impossibile disfarsene, anche provvisoriamente, o in un settore limitato, senza uscire dall'ambito della scienza stessa.
Ma l'oggettività ci obbliga a riconoscere il carattere teleonomico degli esseri viventi, ad ammettere che, nelle loro strutture e prestazioni; essi realizzano e perseguono un progetto. Vi è dunque, almeno in apparenza, una profonda contraddizione epistemologica. Il problema centrale della Biologia consiste proprio in questa contraddizione che occorre risolvere se essa è solo apparente, o dimostrare insolubile se è reale.
[Jacques Monod Il caso e la necessità, p. 33]

Altrove, in questa sezione del sito, provo a impostare una soluzione di quello che Monod chiama “Il problema centrale della Biologia” con un approccio diametralmente opposto all’approccio di Monod.

di Giorgio Giacometti