Inconsistenza della “realtà fuori di me”

  • La prospettiva francamente idealistica che delinei su questo sito è delirante. La tipica negazione idealistica di una realtà al di fuori del soggetto senziente e pensante (perché in ultima analisi è questo che risulta dalla tua speculazione!) è incredibile. È del tutto evidente che “là fuori” esiste una realtà contro la quale, spesso anche se malvolentieri, andiamo a cozzare, a sbattere.

Questa tipica obiezione a ciò che tu chiami “idealismo” (termine troppo storicamente compromesso con forme di “titanismo” romantico per non preferirgli ad es. il termine “monismo” o “platonismo” per contraddistinguere la mia prospettiva) è certo motivata da un’esperienza molto forte dell’esistenza di “qualcosa” di irriducibile ai propri sogni e ai propri desideri. Tuttavia, tale obiezione, nella sua classica formulazione, che anche tu riesumi, confonde i piani.

“Dentro” e “fuori” sono indicatori che alludono, implicitamente, allo spazio rispettivamente contenuto nel mio corpo ed esterno al mio corpo. Ma, se usati in riferimento al soggetto, in quanto soggetto di conoscenza, o alla “coscienza”, perdono significato. O meglio: presuppongono ciò che, mediante il loro uso, si vorrebbe dimostrare: che il soggetto “abiti” il corpo, come lo abita il cervello (che, ingenuamente, viene considerato la “sede” della mente o, anche, sinonimo della stessa mente, come quando si dice: “Usa il cervello, sei senza cervello!” o simili).

  • Perché, dove altrimenti si troverebbe la coscienza?

In nessun luogo. La coscienza è il darsi dell’essere delle cose, è l’apparire stesso dello spazio e del tempo. Ciò a cui appare lo spazio non occupa alcuno spazio. Ciò per cui si dà l’estensione è per definizione inesteso.

  • Ma,  se ad es. interferisco con la chimica del tuo cervello iniettandoti sostanze psicotrope, modifico significativamente anche la coscienza che hai del mondo o posso, finanche, cancellarla.

Ma questo non prova che la “coscienza” si trovi nel cervello. Se, mentre guardi un programma televisivo, qualcuno interferisce con il funzionamento elettronico del tuo televisore in modo da modificare o cancellare l’immagine che si trova sullo schermo, questo significa che la tua coscienza si trova nel televisore?

L’impressione che la coscienza si trovi nel cervello è favorita dal fatto che i sensi fondamentali, vista, udito, così come olfatto e gusto, sono attivati da organi che si trovano nella testa. Poiché vedo con gli occhi credo che “ciò che vede” (il soggetto percipiente) si trovi “dietro gli occhi”. Ma la coscienza è semplicemente qualcosa, che non si trova in nessun luogo e che si attiva quando cervello e sensi sono funzionanti.

  • Ammettiamo che le cose stiano così. Rimane il fatto che non esiste solo la coscienza ma anche la realtà…

Possiamo dire così, forse, ma non ha più alcun senso che parliamo di realtà “esterna”. Esterna a che cosa?

Come accennato, questo tipo di obiezione all'”idealismo” ha un fondamento. Quella che tu invochi come “realtà” (e  che immaginavi esterna) non è altro che qualcosa che si oppone al fatto che tutto ciò che desidero accada e che tutto ciò che immagino appaia. Non è forse questo quello che intendi dire quando sostieni che è inconcepibile che tutto sia “soggettivo”? Esiste qualcosa che non sono io e contro cui io “sbatto”.

  • Esattamente

Ma di che cosa si tratta se ci disponiamo nella prospettiva dell’esperienza che ne abbiamo? Non di qualcosa di “reale” nel senso di “materiale”, quasi che fosse un muro che si frappone tra te e gli oggetti dei tuoi desideri. Questa può essere, se vuoi, una discreta metafora, ma resta tale, perché ha il limite di rappresentare il soggetto, di nuovo, come un corpo che occupa uno spazio e che si muove.

  • E di che cosa si tratta, allora?

Di leggi, vincoli, norme, condizioni. Considera due semplici limiti: non puoi, certo, attraversare muri (muri massicci, in cui la materia, interpretata come “massa”, sembra svolgere un ruolo importante), ma non puoi neppure librarti nell’aria, sebbene l’aria sia tenue e nulla sembri opporsi al fatto che tu possa penetrarla. In questo secondo caso ciò che si oppone al tuo moto è la “forza di gravità”. Il “limite” non è dato da una massa ma da una forza. Ma, se ci rifletti, anche nel caso del muro il limite è dato da una forza, dal momento che, in verità, il tuo corpo, che non “tocca” propriamente mai il muro, ne è respinto dall’interazione con le cariche elettriche degli atomi e delle molecole che si trovano sulla superficie del muro. In ultima analisi, non c’è nessuna “materia”, ma ci sono solo campi di forze.

  • E sia. Resta che questi campi esistono “fuori di me”…

Ma anche “dentro” di te. Il tuo corpo “massiccio” ti impedisce di penetrare attraverso il muro. Se tu fossi una radiazione gamma probabilmente lo attraverseresti. Certamente lo faresti se tu fossi un neutrino.

Così, tu non puoi rimpicciolirti a un decimo di te stesso, non puoi disegnare un cerchio quadrato ecc. Tutti questi limiti, se ci rifletti, non sono altro che il tuo soggiacere a leggi di natura, a vincoli e norme solo all’interno dei quali ti è lecito operare. Ma questo può valere anche di Dio, se ammettiamo che neppure Dio può fare che un cerchio sia quadrato o che non sia stato ciò che è stato (factum infectum fieri nequit, come si diceva nel Medioevo).

Non è, dunque, questione di idealismo o materialismo, ma di leggi. Anche se tu sei tutto, non per questo puoi tutto. Il fatto che tu non possa tutto non esclude che tu sia tutto e che, in generale, come nella mia prospettiva, tutto sia uno.

Come argomenta efficacemente anche Markus P.   nel suo articolo Could the physical world be emergent instead of fundamental queste leggi possono anche solo consistere nella mera probabilità algoritmica (in linea di principio calcolabile adottando l’approccio della cosiddetta “induzione di Solomonoff” e altri metodi ricavati dalla teoria dell’informazione)  di assistere, da parte di un osservatore cosciente, a determinate sequenze di eventi piuttosto che ad altre (a corpi che cadono piuttosto che librarsi a mezz’aria come in certi dipinti di Magritte); senza, tuttavia, che ne venga in alcun modo incrinata l’ipotesi (che, anzi, riceverebbe ulteriore corroborazione) che quella di “mondo esterno” non sia altro che una nozione emergente (secondaria), piuttosto che fondamentale.

Nelle parole di Müller:

A notion of objective external world, looking very much like our own, can provably emerge from a starting point in which the first-person perspective is primary, without apriori assumptions on the existence of ‘laws’ or a ‘physical world’
  • Ammettiamo che sia così. Ma dove si troverebbero queste “probabilità algoritmiche” (se non vuoi parlare di leggi)?

In nessun luogo, come la coscienza. Non sono “cose” che occupino spazio. In senso lato possiamo dire che le regole che determinano ciò che appare (si tratti di leggi di rigide e probabilità algoritmiche) sono nell’Uno o, meglio ancora, sono un modo di essere dell’Uno stesso. Non stiamo parlando di altro che di ciò che la tradizione filosofica (platonica) denomina: mondo delle idee, cosmo intelligibile, Lògos ecc. Questo modo logico (e matematico) di essere Uno, d’altra parte, è tale in rapporto al “nostro” modo di essere Uno, ossia al nostro vivere nello spazio e nel tempo a condizione di osservare queste regole (il Lògos); ciò che la tradizione denomina: anima (del mondo, di ciascun vivente nel mondo).

Si potrebbe intendere la cosa nel senso che la somma algebrica del mondo sensibile e del mondo intelligibile dia come risultato, sempre, Uno. I “due” insieme fanno l’Uno, così come, in altra, prospettiva, io e il mondo che mi circonda con tutte le sue regole e condizioni, insieme, facciamo a nostra volta l’Uno. La “torta” può essere oggetto di “tagli” diversi (quello che divide la coscienza dagli oggetti che le appaiono, così come quello che divide il vivente in generale dalle norme che regolano il suo sviluppo), ma resta una.

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di Giorgio Giacometti