Un “fissismo” trascendentale?

L’evoluzione dei viventi presuppone il tempo. Ma il tempo potrebbe, a sua volta, essere qualcosa solo nella percezione dei viventi medesimi (come dice Aristotele – e ripetono, con alcune variazioni, Agostino e Kant – “risulta impossibile l’esistenza del tempo senza quella dell’anima” [Fisica, IV, 14, 233a21-26]).  L’inanimato, a quanto ne sappiamo, giace all’interno di un sistema di assi a più dimensioni che solo a noi appare come spaziotempo. Questo sistema, in sé, potrebbe essere una “varietà” multidimensionale nella quale tutto è già accaduto, tutto è completamente svolto, dunque nulla propriamente “si muove”.

N.B. Ciò vale anche dell’animato in quanto corpo che appare all’anima (alla propria medesima anima) occupare un certo luogo nello spazio e nel tempo. Proclo, ad esempio, giunge alla conclusione che

gli esseri animati [in quanto corpi visibili] hanno il riflesso apparente [èmphasis] del movimento autoindotto e sono a un secondo livello [cioè - potremmo intendere - all'interno di un sistema di riferimento opportunamente costruito] in grado di muoversi da sé, mentre l'anima che si trova in essi a livello primario muove se stessa e al contempo è mossa da se stessa, e attraverso la sua propria facoltà garantisce ai corpi le mere apparenze [indàlmata] del vivere così come anche dell'essere mossi da se stessi.
[Proclo, Teologia platonica, I, 14, 63, 4-8]

Anche nella prospettiva della fisica dei quanti il tempo sembra alcunché di più apparente che reale.

Nel celebre esperimento della doppia fenditura, ad esempio, nel quale una serie di fotoni vengono “sparati” contro una doppia fenditura, in modo tale che ciascun “fotone interagisce […] con se stesso essendo in due posti contemporaneamente”, creando, così, frange di interferenza, “è come se il fotone ‘sapesse’ [prima] i punti e i tempi esatti in cui esso si deve [dopo] sdoppiare per poter dare luogo alle frange di interferenza” [Massimo Teodorani, Entanglement, pp. 12-13] . Sembra, cioè, di assistere a una “retrocausazione” (ciò che deve ancora avvenire determina causalmente il passato).

Tutto ciò è giustificato da David Bohm con l’ipotesi, che estende le teorie di De Broglie, che un’onda pilota guidi ciascun fotone grazie a un “potenziale quantico” che agisce in modo “non locale”, coprendo simultaneamente tutto lo spazio [cfr. ibidem]. Insomma, è come se “dietro” lo spaziotempo apparente si desse un “ordine implicato” ubiquo e senza tempo in cui tutto è già (pre)determinato ab aeterno.

Il paradosso dell’evoluzione, in questa luce, è che il tempo lineare e progressivo, che l’evoluzione richiede per verificarsi, si sarebbe evoluto con l’evoluzione stessa, nel senso che avrebbe iniziato a “scorrere” soltanto con e per i viventi.

Se, dunque, ci disponiamo sub specie aeternitatis, cioè se ci collochiamo immaginariamente, per un attimo, nella prospettiva dell’inanimato, l’albero della vita ci potrebbe apparire come appariva a Linneo piuttosto che a Buffon o a Lamarck: come un tutto simultaneo in cui tutto è già deciso, tutte le “scelte” (o “selezioni”) sono già sempre state fatte.

In questa luce, paradossalmente, la spiegazione funzionalistica dei viventi, sincronica, che fa implicitamente appello alle nozioni di causa finale e formale (esplicitamente evocate da Aristotele), appare la più “scientifica” e attendibile, laddove le spiegazioni “storiche“, diacroniche, sia che facciano appello all’azione, presunta, della Natura, nel tempo, sia che facciano appello a una segreta azione di Dio (un Dio affatto “antropomorfico”, ossia “umano troppo umano”), “prima” del tempo, appaiono deboli. Esse, infatti, surrettiziamente, presuppongono una determinata configurazione lineare del tempo che è tutt’altro che, tanto scientificamente, quanto teologicamente, fondata.

A partire da questo sfondo radicalmente sincronico (a partire, cioè, dall’ipotesi che, al fondo, tutto sia uno, alcunché di simultaneo ed eterno, sebbene “matematicamente” rappresentabile come una distesa a quattro o più dimensioni), le cause finali si rivelano non altro che cause efficienti considerate all’interno di una peculiare prospettiva per la quale (rispetto a quella di cui facciamo esperienza) risulta invertita la freccia del tempo, come hanno sostenuto, con vari argomenti, Luigi Fantappié e i suoi continuatori, come risulta dall’interpretazione transazionale della meccanica quantistica e dalle implicazioni del cd. effetto Aharonov-Bohm.

Fantappié, in particolare, parlava di sintropia, come Schroedinger di neghentropia, per indicare la grandezza, inversa rispetto all’entropia, che cresce nei processi (come quello morfogenetico), nei quali, contro la fisica classica, si registra un aumento di ordine e organizzazione, piuttosto che il contrario.

Del resto non è su questa sorta di inversione della freccia del tempo che si fonda ogni possibile teoria dell’agire intelligente (filosofia pratica) in quanto si distingue da ogni possibile teoria della conoscenza intelligente (filosofia teoretica)? Kant distingue i due approcci come segue: mentre nella conoscenza si tratta di trasformare gli oggetti in rappresentazioni, nell’azione si tratta di trasformare le nostre rappresentazioni in oggetti. A ben vedere, però, questa seconda operazione non è che l’equivalente della prima a freccia del tempo invertita. Il fine vi governa ciò che accade, ovvero è il futuro (in quanto anticipato da una mente) a determinare causalmente il presente, non viceversa, come nel eventi governati da cause meccaniche, oggetto di scienza nel senso corrente del temine.

Come ricordano Piattelli Palmarini e Fodor [p. 128], “c’è almeno un modo in cui una creatura può essere influenzata da un evento dal quale è isolata causalmente [qual è un evento futuro]: può essere influenzata da un evento in quanto rappresentato mentalmente“.

In generale, ogni qualvolta si registra una tendenza verso un fine non è, dunque, lecito, per analogia, postulare una mente (anticipante, progettante)?

Questa ipotesi rende conto dell’altrimenti inesplicabile evoluzione – dall’informe alla forma – che si registra tra i viventi, la quale sembra andare nella direzione opposta a quella in cui va l’involuzione dell’inanimato – dalla forma all’informe o, se si vuole, dall’ordine al disordine – (direzione misurata dall’incremento progressivo, anche se decrescente, della grandezza fisica nota come entropia).

Quest’ultimo rilievo potrebbe sembrare in contraddizione con la tesi secondo la quale il tempo dipenda esclusivamente dal vivente. Si darebbe un’indicazione puramente fisica della freccia del tempo: quella legata, appunto all’incremento dell’entropia. Tuttavia, a prescindere dal fatto ovvio che la misurazione di tale incremento implica l’azione di un vivente (l’uomo), si deve considerare come l’intero universo, a partire dalla sorgiva ipotesi di padre Lemaitre del 1927 fino alle moderne teorie del cd. big bang, proprio sulla base di considerazioni ispirate alla termodinamica (come quelle fatte a suo tempo da autori come William James e Alfred North Whitehead), può essere globalmente considerato vivente (nato, cresciuto e destinato a una “morte termica” o, piuttosto, all’inverso, come in Teiihard de Chardin, a un “punto Ω” di “massima complessità organizzata”); un vivente per il quale “il tempo si differenzia dallo spazio per il fatto di ereditare schemi [cioè le leggi di natura] dal passato” (Whitehead, cit. in Sheldrake, p. 72).

Il meccanismo della selezione naturale, congegnato da Darwin, sembra, dunque, inadeguato a rendere pienamente conto dell’evoluzione per una somma di ragioni di varia origine (mancanza di anelli intermedi, insufficienza del tempo a disposizione ecc.), ma soprattutto per una ragione di fondo: l’evoluzione presuppone come condizione quel tempo (un tempo che procederebbe nella direzione dell’evoluzione stessa) che ne è piuttosto un prodotto.

Il tempo è piuttosto un prodotto, e non una condizione, dell’evoluzione, nella misura in cui è piuttosto il tempo a venire  “misurato” dal vivente (che ne ha percezione) che non il vivente dal tempo (in base alla prospettiva secondo la quale sarebbe il tempo a permettere al vivente di nascere, crescere, evolvere). Il tempo, infatti, al di fuori della percezione (prospettiva) dei viventi è una dimensione “matematica” , omogenea alla altre dimensioni dello spazio.

Se è vero che, come scrive Paul Davies,

nessun tentativo di spiegare il mondo, sia scientificamente, sia teologicamente, può essere considerato riuscito finché non riesce a spiegare la paradossale combinazione di temporale e di atemporale, di essere e divenire,
[Paul Davies, La mente di Dio, p. 34]

forse una strada per risolvere questo paradosso va ricercata proprio nel mistero del “vivente”, come “modo” del tutto, identico all’intero di cui è modo, immaginariamente separatone e desideroso di ricongiurgevisi, “agli occhi” del quale soltanto scorre il tempo.

Ciò implica una sorta “fissismo” trascendentale: ecco perché l’albero della vita deve essere considerato, come interamente “dato” (come in Linneo), e solo apparentemente (nella nostra prospettiva) “evoluto” nel tempo .

Le strutture degli organismi possono e devono, dunque, essere spiegate teleonomicamente (“finalisticamente”) a prescindere dal tempo.  La causalità finale, in questo quadro, coincide con la causalità efficiente (la quale fa sì che quel determinato vivente esista in quel modo, abbia quei determinati organi e non altri); entrambe sono riducibili, per i viventi, a causalità formale (la quale rende conto dell’esistenza della determinata specie in relazione a tutte le altre e al loro ambiente), senza bisogno di invocare nozioni come “selezione naturale”, “lotta per la vita” e “sopravvivenza del più adatto” (che presuppongono lo scorrere del tempo).

Tutto ciò, come abbiamo visto, è consonante con un fondamentale passo della Fisica di Aristotele.

di Giorgio Giacometti