I limiti della “selezione naturale”

L’intuizione che i viventi evolvano per “selezione naturale” è (stata) a dir poco geniale (come sottolineano in coro autori come Richard Dawkins e Daniel Dennett).

Prima di tentare di “smontare” quest’idea, apparentemente molto convincente, è giusto riconoscerle l’onore delle armi.

Quando, bambino, guardavo i documentari naturalistici della BBC, presentati da Piero Angela, ero letteralmente affascinato dall’idea, semplicissima, che, senza invocare un Dio creatore delle diverse specie o altre spiegazioni lambiccate, l’evoluzione potesse svolgersi grazie a un meccanismo cieco e spontaneo, escogitato genialmente da Charles Darwin (anche se perfezionato e messo a punto, nella versione odierna, da altri, come poi avrei scoperto, tra i quali soprattutto Ernst Mayr): la selezione naturale dell’organismo casualmente più adatto al suo ambiente (e maggiormente in grado di vincere nella lotta per la sopravvivenza con i suoi simili).

Intuivo anche come questo “meccanismo” potesse venire esteso al di là della biologia: letteralmente ogni “cosa” (p. e. un pianeta, una stella, una montagna ecc.) potrebbe essere il risultato (il “frutto”) di una dura selezione tra cose soltanto “possibili”, magari un tempo reali, ma rivelatesi incapaci di sopravvivere (ed eventualmente di replicarsi).

Pensiamoci bene: esiste casualmente qualcosa, un aggregato di parti di varia origine (siano queste cellule, molecole o qualsiasi altra cosa); è infinitamente improbabile che questo aggregato resista agli urti che potrebbe subire, ai cambi repentini di temperatura che potrebbero verificarsi ecc.; ma, se, casualmente, tale aggregato si rivela capace di “resistere” a tutto questo, “si conserva” e permane; se, poi, del tutto casualmente, si rivela in grado di replicarsi, i suoi “cloni” saranno altrettanto capaci di conservarsi e di permanere; infine, qualsiasi casuale modificazione dell’aggregato, vantaggiosa per la sua conservazione e/o utile a rendere più efficiente la sua replicazione, tenderà a “fissarsi” (sicché si potrà dire che tale aggregato si è “evoluto”), mentre le assai più probabili e frequenti variazioni svantaggiose tenderanno a favorire la dissoluzione dell’aggregato (e la mancata comparsa di eventuali linee di discendenza): ecco perché siamo circondati da “cose” (non solo esseri viventi o loro parti, quali gli organi e gli apparati, ma anche pianeti che si mantengono in orbita intorno al Sole, invece di precipitarvi o sparire nello spazio profondo ecc.) che “funzionano” egregiamente, come se Qualcuno le avesse progettate. Se queste cose non “funzionassero” in modo sufficiente da permanere e riprodursi, non esisterebbero e noi non potremmo farne esperienza.

L’idea è davvero geniale: con un colpo da maestro, grazie a Darwin e ai suoi epigoni, il meccanicismo sembra riuscire a farla finita con le cause finali e formali (in definitiva con Dio) e riuscire a spiegare ogni cosa in termini di sole cause materiali ed efficienti (materia e forze naturali).

In particolare l’impresa sembra riuscire per quella natura “animata”, oggetto della biologia, che resistette sempre ai tentativi di “ridurla” alla natura inanimata (tentativi incominciati con gli atomisti greci del V sec. a. C., ma rilanciati in grande stile da Cartesio nel XVII sec.) per la difficoltà a “spiegare” la struttura “teleonomica” (apparentemente finalizzata) dell’organizzazione dei viventi.

Contrariamente a quello che comunemente si crede e si legge, il “darwinismo” rappresenta uno scossone senza precedenti, non solo per la religione (o la teologia), ma per la stessa filosofia: tradizioni antiche come quella platonica e aristotelica, che potevano rivivere di quando in quando (nel Rinascimento o durante il Romanticismo, sia pure mascherate dietro prospettive “vitalistiche” e “organicistiche”, come quella di Schelling), sembrano definitivamente eclissate dall’abolizione della causalità formale e finale, senza la quale esse risultano irrimediabilmente sfigurate.

Il fascino che l’idea della selezione naturale ha esercitato e continua a esercitare (anche su di me!) non deve, tuttavia, fare velo ad alcuni problemi che il ricorso ad essa non sembra in grado di risolvere in modo convincente.

A. Innanzitutto possiamo osservare che la teoria secondo la quale l’evoluzione si verificherebbe grazie al meccanismo della selezione naturale, per quanto affascinante, non è dimostrabile più  di quanto lo siano la teoria dell’intelligent design o quella dell’élan vital. Forse si possono invocare indizi suo favore, ma nessuna prova. Sotto questo profilo il darwinismo non è meno una “filosofia della natura” o una forma di “protoscienza” del creazionismo.

Non possiamo, ad esempio, sperimentare in laboratorio, replicandola, l’evoluzione, processo naturale graduale che richiede milioni di anni per verificarsi, ma eventualmente singoli, minuscoli “segmenti” di essa (come nei celebri esperimenti di Waddington e altri sulle drosophilae), in situazioni controllate e fortemente condizionate dalle intenzioni dei ricercatori (situazioni non dissimili da quelle degli allevatori che, da secoli, effettuano selezioni “artificiali“, le stesse che, peraltro, ispirarono Darwin). Ma, come osservano Piattelli Palmarini e Fodor, “il ragionamento controfattuale (che cosa sarebbe successo se…) non è possibile in casi in cui non si possono eseguire esperimenti controllati” [Piattelli Palmarini & Fodor, p. 76 ], come è appunto il caso degli effetti della selezione naturale.

In ultima analisi, dunque, come osserva Amit Goswami, la nozione di “evoluzione per selezione naturale dell’organismo più adatto all’ambiente” (cioè con maggiore fitness) si rivela una nozione che rasenta la tautologia [cfr. p. 144]: questa determinata popolazione si è evoluta, mentre quest’altra si è estinta, perché la prima aveva una migliore fitness, la qual cosa è dimostrata dal fatto che…. si è evoluta!

Questa osservazione è meno astratta e sofistica di quello che sembra, se consideriamo che è impossibile distinguere, in un organismo, i tratti che si sono evoluti “per” risolvere qualche problema di adattamento (nozione che, peraltro, implica, come è evidente, un cripto-finalismo) dai tratti che “accompagnano” necessariamente i precedenti (perché, verosimilmente, scaturiti dalla medesima mutazione genetica), ma privi di qualsiasi funzione riconoscibile (cosiddetti tratti free rider). Poiché ad ogni acquisizione di tratti funzionali vengono sempre acquisiti anche tratti free rider risulta quanto meno problematico attribuire a (soli) meccanismi di adattamento la causa dell’evoluzione.

  • Al contrario,  a me sembra che l’ipotesi della selezione naturale spieghi molto meglio l’esistenza di tratti non funzionali (free rider) di quanto non facciano le ipotesi che, ad esempio, fanno appello a un intelligent design o simili. Infatti, questi tratti si fissano soltanto perché geneticamente associati, del tutto casualmente, a tratti funzionali, fissati per selezione naturale. Viceversa, se immaginiamo un ipotetico “architetto del mondo”, che mira solo alla funzionalità delle parti, tali tratti resterebbero inesplicabili.

È vero piuttosto il contrario. Una mente intelligente (come un architetto che, progettando una cupola, fosse “costretto” a introdurre, accanto agli archi funzionali, pennacchi free rider, di cui non potesse fare a meno per ragioni geometriche) può aver “disegnato” un organismo vivente distinguendo i tratti funzionali alla sua sopravvivenza da quelli non funzionali; ma la Natura, se intesa, non come una Madre premurosa, ma come una macchina cieca, non può affatto avere distinto tra tali tratti, né possiamo farlo noi, a posteriori, senza introdurre immaginariamente un “mondo possibile” (che cosa sarebbe successo se…) in modo del tutto contrario a ciò che l’ipotesi di selezione naturale (basata su eventi reali e non solo congetturati) richiede. Infatti, come argomenta Jerry Fodor (cfr. Piattelli, p. 153 e ss.), dal momento che i tratti free rider sono inseparabili da quelli che si suppongono funzionali, non è possibile, neppure immaginariamente, porre una domanda che evoca un esempio controfattuale, della serie: “Sarebbe sopravvissuto il tal organismo se fosse stato dotato solo del carattere presunto funzionale e non anche di quello presunto non funzionale?”. Ora, come distinguere tali tratti l’uno dall’altro e, in generale, congetturare che sussistano tratti funzionali, come la teoria dell’evoluzione per selezione naturale richiede, se non è possibile porsi la domanda precedente, dal momento che tratti funzionali e tratti non funzionali sono  sempre ipoteticamente associati? Si ricade nella tautologia: questo determinato organismo deve avere avuto qualche tratto funzionale (non ben precisato) altrimenti non si sarebbe evoluto e, d’altra parte, non si sarebbe evoluto se non avesse avuto qualche tratto funzionale.

  • Un momento! Possiamo evocare il crivello di Sober [pp. 98-100]. Se alcune biglie sono fatte passare attraverso un crivello, passano solo (cioè vengono selezionate) quelle che hanno dimensioni inferiori ai buchi del crivello, mentre il fatto che tali biglie più piccole siano – poniamo – tutte rosse è del tutto indifferente (si tratterebbe di tratto free rider). Anche in natura, dunque, è verosimile che certi tratti favoriscano la sopravvivenza di determinati organismi rispetto ad altri, con la sola differenza che noi non sappiamo quali siano i primi.

Ciò sarebbe possibile se, invece di una Natura completamente cieca, pur di non concedere che esista un “progetto intelligente”, immaginiamo qualcosa di intermedio, ossia che esistano leggi delle selezione naturale come sarebbero quelle “geometriche” che presiedono al passaggio delle biglie di diametro uguale o inferiore a una determinata misura nel crivello di Sober. Come dovrebbero essere scritte tali leggi? All’incirca così: “A parità di ogni altra cosa, la probabilità che un t1 vinca una competizione con un t2 nella situazione ecologica E [paragonabile al Crivello di Sober] è p” [Piattelli, p. 168]. Ma, se questa legge non si limita tautologicamente a constatare un bruto fatto (cioè che in questo luogo e in questo tempo i t1 hanno avuto la meglio sui t1), nel quale caso non sarebbe più propriamente una legge, occorre che l’esito probabile della competizione tra gli individui di specie differenti risulti lo stesso anche in contesti diversi sulla base di criteri generali (ossia la nicchia E dovrebbe essere un “tipo” rispetto a cui dovrebbero poter essere indicare numerose “occorrenze”): disgraziatamente la minima variazione ecologica può mutare drasticamente l’esito di una competizione tra specie, impedendo qualsiasi generalizzazione e, dunque, la postulazione di leggi (come quelle che governano il funzionamento del crivello di Sober) in base alle quali la selezione opererebbe.

  • Se “una minima variazione ecologica può mutare drasticamente l’esito di una competizione tra specie”, significa che tale esito è sensibile alle ecologie. Perché non immaginare, allora, che una determinata ecologia possa favorire, per selezione, l’evoluzione di un fenotipo più adatto ad essa rispetto a uno meno adatto? In ultima analisi, come scrive Ernst Mayr, “un pesce ha una forma aerodinamica e pinne che gli permettono di nuotare”  [p. 147].

Può essere utile distinguere, per dirimere la questione, l’ecologia di un organismo dal suo ambiente. L’ambiente è grande come il mondo (con cui in ultima analisi coincide). Il mondo permette l’esistenza tanto di pesci quanto di uccelli così come di moltissimi altri organismi, senza mostrarsi particolarmente più adatto agli uni che agli altri. Se per ecologia intendiamo, invece, “tutto quello che c’è nel mondo che rende il fenotipo di un organismo in grado di sopravvivere” (Piattelli, p. 192) le nozioni di ecologia e fenotipo risultano definite circolarmente (se un organismo sopravvive abita evidentemente una nicchia ecologica – una sorta di “vestito stretto” che finisce per coincidere con l’universo in quanto inverso speculare dell’organismo in questione – che lo fa sopravvivere e se abita una tale nicchia non c’è ragione che non sopravviva).  Come ammette lo stesso Richard Dawkins, strenuo difensore dell’efficacia della selezione naturale: “Le rondini volano ma non nuotano, e i cetacei nuotano ma non volano. È col senno di poi che noi decidiamo se giudicare il  [loro] successo come volatore o come nuotatore”  [pp. 8-9, tr. it. p.  27].

Come spiegano bene Piattelli e Fodor [p. 201], “se si vuol capire [non: spiegare] in che cosa consista l’adattatività del fenotipo di un organismo, bisogna porsi la domanda (sincronica) ‘come fa a procurarsi i mezzi di sostentamento?’, non la domanda (diacronica) ‘come è successo che ha potuto procurarsi i mezzi di sostentamento in questo modo?'”. Ora è chiaro che la domanda sincronica non presuppone alcun meccanismo esplicativo “genetico”, quale sarebbe la selezione naturale (che tenta, bensì, di rispondere alla domanda diacronica, ma ha il difetto di presupporre l’esistenza di una nicchia ecologica prima che il fenotipo del determinato organismo la riempia), ma richiede solo la descrizione del modo in cui “funziona” un certo organismo.

Andando oltre le intenzioni di Piattelli e Fodor, che vorrebbero sostituire alla teoria dell’evoluzione per selezione naturale, una semplice “storia naturale” di come gli organismi si sono evoluti, si può senz’altro sottolineare che il “funzionamento” di un organismo, in quanto implica precise funzioni da attribuire agli organi del determinato organismo (cfr. il modo in cui Aristotele giustifica il ricorso a cause finali), dunque un’organizzazione teleonomica, non può essere ridotto a un mero fatto, ma richiede senz’altro, non soltanto una comprensione (del “come”), bensì anche una spiegazione (del “perché”). Ora, se questa non può essere offerta dalla selezione naturale (come tutto il libro di Piattelli e Fodor argomenta), deve trattarsi di qualcos’altro, come uno slancio vitale o un intelligent design (come argomenta, proprio partendo dal libro di Piattelli e Fodor, Mimmo Armiento in Si può ancora dire Dio? “Fuori dal quadrato”: auto-sabotaggi, etica e psicoterpia).

B. Un’obiezione molto forte al ruolo della selezione naturale nella spiegazione dell’evoluzione delle specie viene (involontariamente) dalla teoria degli equilibri punteggiati di Gould e Eldredge. Se si assiste a fasi di vere e proprie esplosioni morfogenetiche, con conseguente “creazione” in rapida sequenza di nuove specie, manca letteralmente il tempo necessario e sufficiente a spiegare questi processi di speciazione attraverso l’azione delle selezione naturale che presuppone, per sua natura, mutamenti graduali delle “ecologie” (le si intendano pure, in senso lato, come “ambienti”) e, per conseguenza, mutamenti graduali (in quanto casuali) delle basi genetiche degli organismi in evoluzione.

Alcuni, prendendo ispirazione dalla cosiddetta rivoluzione evo-devo, pensano di risolvere il problema sostituendo all’azione della selezione naturale “grandi cambiamenti nei vincoli interni in quanto componenti cruciali della speciazione” (cfr. Piattelli Palmarini & Fodor, pp. 62-62). Ma quest’ipotesi non fa che spostare il problema. Infatti,

o si ammette che questi cambiamenti nei vincoli interni (relativi ai processi di sviluppo degli organismi coinvolti) sono a loro volta del tutto casuali, salvo poi subire la “selezione” da parte dell’ambiente; ma, di nuovo, la selezione naturale (anche se “deciderebbe” non sulla base di mutazioni direttamente genetiche, ma sulla base di altre mutazioni di “livello superiore”, ma pur sempre “endogene”) assolverebbe ancora un ruolo decisivo in un tempo sempre troppo breve (questa soluzione, in altre parole, non spiegherebbe affatto l’esplosione morfogenetica, perché la gran  parte dei cambiamenti nei vincoli interni, se casuali, sarebbe verosimilmente letale per gli organismi che li subissero, prima ancora di affrontare la selezione esogena: ci vorrebbe troppo tempo perché qualche mutazione interna si rivelasse “funzionale”);

oppure, come suggeriscono le più recenti indagini sui cosiddetti geni master (cfr. ancora Piattelli Palmarini & Fodor, p. 34 e ss., p. 54 e ss.), si deve ammettere che il patrimonio genetico degli organismi per i quali si assiste a esplosioni morfogenetiche contenga già, per così dire, “in potenza” la capacità di esprimere strutture funzionali (“amichevoli per le future ecologie”), una capacità che sarebbe “liberata” (“espressa” in fenotipi funzionali) tutta insieme all’improvviso. Ma, in questa seconda ipotesi, la domanda è: “Come facevano i ‘geni master‘ o comunque vogliamo chiamare queste capacità genetiche latenti, ‘liberate’ da particolari circostanze ambientali, a ‘sapere’ che, un giorno, sarebbe stato utile o funzionale esprimere questa determinata struttura o questo determinato organo (p.e. un occhio), prima che la determinata circostanza ambientale si verificasse?”.

Il quesito non cambia e non si risolve, se si invocano le “leggi della forma”.

Piattelli Palmarini e Fodor, ad esempio, scrivono molto opportunamente: “L’evoluzione sembra aver ottenuto risposte quasi ottimali a domande che, se si fossero applicati filtri esogeni [come l’adattamento selettivo all’ambiente] a soluzioni generate a caso, come vorrebbe il modello neo-darwinista, avrebbero costretto a esplorare spazi implausibilmente grandi” [p. 99]. Ciò vale, ad esempio, per la “progettazione” del cervello, per le invarianti nella locomozione animale, per la forma “perfetta” delle foglie, per il canto degli uccelli (sull’irriducibilità del quale a precise funzioni biologiche o sociali si sofferma anche Giuseppe Sermonti), per il procacciamento del cibo da parte delle api, per la forma delle ali degli uccelli  [pp. 99-107].

I nostri autori propongono, a questo punto, per risolvere il problema, di invocare un “filtraggio precedente da parte di vincoli endogeni [p. 99]” (di natura fisico-chimica, se non addirittura “matematica”). Ma la domanda è sempre la stessa: “Come facevano a ‘sapere’ queste forme a priori che la loro ‘implementazione’, per esempio in termini di ottimizzazione delle funzioni cerebrali, sarebbe stata efficiente per risolvere problemi fondamentali di sopravvivenza nell’ambiente, come nel caso dello sviluppo dell’intelligenza umana?”.

C. Un’altra obiezione, collegata alla precedente, scaturisce dalla seguente considerazione: la selezione naturale è storicamente conservativa piuttosto che creativa; essa agisce fondamentalmente per eliminare gli organismi “meno adatti” in modo da conservare la miglior forma possibile così nell’individuo come nella specie di appartenenza.

Giuseppe Sermonti, ad esempio, nota:

La Selezione Naturale, alla cui espressione si è preferita quella di Sopravvivenza Differenziale, è un fenomeno indiscutibile e mai negato. [...] Sua principale funzione è quella di eliminare gli anormali, i marginali, i trasgressivi e di normalizzare la composizione delle popolazioni naturali, un ruolo chiaramente conservativo, censoriale.
[da Giuseppe Sermonti, Dimenticare Darwin. Ombre sull’evoluzione, Milano, Rusconi 1999]

 Andreas Wagner, nell’introduzione del libro Arrival of the fittest, How Nature innovates, per esempio scrive:

Natural selection can preserve innovations, but it cannot create them. Nature’s many innovations — some uncannily perfect — call for natural principles that accelerate life’s ability to innovate

Analogamente i biologi Augros e Stanciu [in The New Biology, p. 195] scrivono:

Quella che Darwin prese per una fonte di cambiamento evolutivo in una specie [ovvero, adattamento] è in realtà una fonte di stabilità. Una pianta, per esempio, può assumere forme alquanto diverse a seconda delle condizioni del suolo, dei venti, dell'altitudine e di altre circostanze esterne. Questa adattabilità l'aiuta a utilizzare nel modo migliore i vari habitat, ma non la porta oltre i limiti del suo genotipo. Analogamente le singole variazioni o il polimorfismo non portano una popolazione oltre i limiti della specie.

Anche il celebre biologo Brian Goodwin riconosce che la selezione naturale “was too weak to explain evolution and only operated as a filter mechanism“.

D. Un altro problema posto della teoria che pretende di spiegare l’evoluzione sulla base della sola selezione naturale concerne la difficoltà di spiegare l’origine di organi complessi, come l’occhio o le ali, solo sulla base della pressione selettiva dell’ambiente, per convergenza evolutiva  o mediante il modello del “mostro promettente” di Goldschmitt.

  • Al contrario.  A me pare che solo la teoria della selezione naturale possa spiegare, ad esempio, come mai organismi diversi, come pesci e mammiferi, in acqua, sviluppino strutture simili, come le pinne (comuni ad esempio a squali e delfini). Tutti i mammiferi, “caduti in acqua”, ai quali, in maniera del tutto casuale, per mutazione genetica, non sono spuntate pinne, o sono morti subito o comunque non si sono riprodotti in modo da dare luogo a discendenti “vincenti”… L’ambiente acquatico ha esercitato la medesima pressione selettiva su mammiferi e su pesci.

Parrebbe una ricostruzione credibile. Ma considera organi complessi come l’occhio. Un occhio non può essere “spuntato” all’improvviso. Eppure la sua complessa struttura è simile in specie tra loro lontanissime, che l’hanno evoluto in tempi e modi differenti. Se dobbiamo spiegarne l’origine in termini di selezione naturale, dovremmo comprendere quale funzione esso avrebbe assolto, in ciascun tipo di organismo, negli stadi intermedi del suo sviluppo, peraltro malamente attestati. La cosa è ancora più chiara nel caso delle ali, la cui funzione finale è chiara, mentre non è affatto chiara la funzione che tali strutture avrebbero assolto quando non erano ancora in grado di permettere al loro “proprietario” di volare.

  • È qui che entra in gioco il “mostro promettente” di Goldschmidt. Se, per puro caso, per quanto ciò possa essere improbabile, nasce un organismo in cui “spunta” un occhio completo, con tutte le sue strutture (iride, cristallino, umor vitreo, retina ecc.), tale “mostro” fornito di tale “mostruosità” (sorta, dunque, all’improvviso, senza passare attraverso formazioni intermedie) potrebbe, sempre per puro caso, trovarsi in un ambiente nel quale tale nuovo organo si rivela inaspettatamente vantaggioso per la sopravvivenza dell’organismo stesso e dei suoi discendenti…

Certo, tutto è possibile, ma ti sembra probabile? È  davvero più probabile della postulazione di una tendenza orientata e immanente della natura organica a “produrre” p.e. occhi? E, se anche un “mostro promettente” del genere dovesse apparire, non è strano che ne siano apparsi altri, in specie diverse, tutti incredibilmente forniti di strutture omologhe (“occhi”), apparse tutte in modo del tutto casuale…?

E. Infine possiamo evocare il classico argomento di Henri Bergson: la tendenza, propria dell’evoluzione, dal disordine all’ordine (da un grado minore  a un grado maggiore di complessità biologica) non sembra spiegabile sulla base di un mero meccanismo cieco quale la selezione naturale, poiché, in assenza di forze positivamente orientate in senso evolutivo, statisticamente dovrebbe registrarsi una prevalente tendenza dall’ordine al disordine, come dimostrano i processi termodinamici, nei quali l’incremento inesorabile del disordine è misurato dall’aumento della grandezza fisica denominata “entropia”.  Per contrastare tale tendenza, universalmente propria della natura inanimata, sembra necessario postulare l’azione di una specifica forza evolutiva, come l’élan vital di Bergson, propria dei soli viventi.

Scriveva Bergson:

Tutte le nostre analisi ci rivelano […] nella vita, lo sforzo per risalire la china che la materia discende. Esse ci lasciano in tal modo intravedere la possibilità, anzi la necessità, di un processo opposto a quello della materialità, e che, semplicemente interrompendosi, darebbe origine alla materia. Certo, la vita che si evolve alla superficie del nostro pianeta è legata a qualcosa di materiale. Se fosse pura coscienza, o a maggior ragione sopraccoscienza, essa sarebbe pura attività creatrice. Di fatto, essa è ancorata a un organismo che la sottomette alle leggi generali della materia inerte. Ma tutto sembra testimoniare che essa fa il possibile per liberarsi da queste leggi. Se non ha il potere di rovesciare la direzione dei mutamenti fisici, quale la determina il principio di Carnot [cioè la seconda legge della termodinamica che prescrive un aumento irreversibile, in ogni processo naturale, della grandezza denominata entropia, che misura il grado di disordine del sistema interessato], si comporta però assolutamente come una forza che, lasciata a se stessa, lavorerebbe in direzione opposta. Incapace di arrestare il cammino dei mutamenti, essa arriva tuttavia a ritardarlo. L’evoluzione della vita continua, infatti, come abbiamo visto, un impulso iniziale; tale impulso, che ha determinato lo sviluppo della funzione clorofilliana nella pianta, e del sistema sensorio-motore nell’animale, conduce la vita a realizzare azioni sempre più efficaci, attraverso la fabbricazione e l’impiego di esplosivi sempre più potenti. […] È come uno sforzo per risollevare il peso che cade.
[Da Henri Bergson, L’evoluzione creatrice (1907)]

L’argomento della tendenza anti-entropica della vita, inesplicabile sulla base della sola selezione naturale, è stato recentemente riproposto dal fisico Paul Davies in questa formulazione: l’evoluzione meccanicistica di Darwin, basata sulla cieca selezione naturale, non renderebbe conto della tendenza dei viventi a passare da forme più semplici a forme più complesse, irreversibilmente, stabilendo una “freccia del tempo” altrimenti indeterminabile.

Contro questo genere di argomenti i neodarwinisti, come Jacques Monod, invocano, a volte, ragioni di tipo statistico a giustificazione della possibilità di “isole di ordine” in un oceano di disordine. Giocando, infatti, sul numero enorme di (eso)pianeti nei quali la vita avrebbe potuto attecchire o, addirittura, sull’ipotesi di molti universi, si sostiene che, per quanto apparentemente improbabile, la nascita e l’evoluzione della vita, in forza della sola combinazione di caso e necessità, è tuttavia possibile, perfino probabile, senza bisogno di invocare alcun “disegno intelligente”.

Scrive ad esempio Jacques Monod:

L'evoluzione nella biosfera è [...] un processo necessariamente irreversibile che definisce una direzione nel tempo, direzione che è identica a quella imposta dalla legge dell'aumento dell'entropia, cioè dal secondo principio della termodinamica. È molto più di un confronto. Il secondo principio si basa su considerazioni statistiche pari a quelle che stabiliscono l'irreversibilità dell'evoluzione. Infatti è legittimo considerare quest'ultima come una sua espressione nella biosfera. 
Dal momento che formula solo [!] una previsione statistica, tale principio non esclude, beninteso, la possibilità che un sistema macroscopico qualunque, in un movimento di piccolissima ampiezza e per una brevissima durata, possa risalire la china dell'entropia, cioè vada in qualche modo a ritroso nel tempo. Negli esseri viventi, proprio questi soli e fuggevoli movimenti, captati e riprodotti dal meccanismo replicativo, sono stati mantenuti dalla selezione. In questo senso, l'evoluzione selettiva, fondata sulla scelta dei rari e preziosi incidenti che l'immensa riserva di eventi casuali a livello microscopico contiene, in mezzo a infiniti altri, rappresenta una specie di macchina per risalire il corso del tempo. 
Non è quindi sorprendente ma, al contrario, del tutto naturale che i risultati ottenuti da questo meccanismo per andare a ritroso nel tempo, vale a dire la tendenza generale ascendente dell'evoluzione, il perfezionamento e l'arricchimento dell'apparato teleonomico, siano parsi miracolosi agli uni, paradossali agli altri e che la moderna teoria 'darwiniana dell'evoluzione su basi molecolari' venga ancor oggi considerata con sospetto da certi pensatori, filosofi o perfino biologi.
[da Jacques Monod, L'irreversibilità dell'evoluzione e il secondo principio della termodinamica in Il caso e la necessità (1970)]

Giuseppe Sermonti, richiamando l’argomento fondamentale di Bergson, ha controargomentato contro tali tentativi nel modo seguente:

La legge fondamentale che l'adozione del fisicalismo ha importato nella biologia è il famoso secondo principio della termodinamica o "principio dell`entropia". In virtù di questa legge ogni sistema isolato tende all'uniformità, al livellamento, come un castello di sabbia che il tempo spiani e che nessun futuro possa mai ricostruire. Un altro enunciato del secondo principio è questo: "un sistema isolato non passa due volte da uno stesso stato". Il termine "entropia" significa precisamente "evoluzione" ed esprime la tendenza del mondo fisico a procedere verso il disordine, cioè esattamente il rovescio di quello che il termine "evoluzione" significa per il biologo. 
Jacques Monod (1969) accoglie l'entropia nell'evoluzione biologica adottando il suo imperativo di irreversibilità: l'evoluzione non torna sui suoi passi. Ma di fronte alla vocazione entropica a radere al suolo la complessità, a scompaginare i castelli di sabbia, egli se la cava con un sofisma. Il principio dell'entropia, ragiona, è una legge statistica. Esso non esclude perciò che per una brevissima durata e per un movimento di piccolissima ampiezza, un sistema macroscopico possa risalire quel poco la china dell'entropia. Se si disponesse di un meccanismo capace di catturare e immobilizzare questi soli e fuggevoli passi a ritroso, si potrebbe costruire dal semplice il complesso, dal disordine l'ordine, dalla distesa di sabbia il castello. Per lui, il meccanismo c'è: è la Selezione Naturale cumulativa. 
Ma per costruire un castello (e un batterio è enormemente più complesso di un castello di sabbia o di mattoni), captando i granelli (o i mattoni) sbattuti in giro da una tempesta occorre, per lo meno, disporre del progetto del castello, che consenta di individuare i rarissimi movimenti giusti e fortunati, oltre a un sistema che difenda l'opera in costruzione dalla tendenza a dissolversi. [...]
Sulla Selezione Naturale come meccanismo di origine delle specie si possono fare molte considerazioni. Ma una Selezione Naturale proposta come creatrice della vita, dei suoi segni, dei suoi tipi e dei suoi ordini non può che lasciarci allibiti, come si tace di fronte alla follia.
[da Giuseppe Sermonti, op. cit.]

Contro  argomentazioni come quelle di Monod militano, inoltre, precise considerazioni di ordine statistico. Il biologo Robert Shapiro ha calcolato che in un miliardo di anni si possono verificare 2,5 x 1051 mutazioni genetiche casuali, mentre l’astrofisico Arne Willer, dal canto suo,  ha calcolato che, per produrre il miliardo di specie pluricellulari che hanno popolato la Terra, occorrerebbero ca. 101.000.000.000.000 mutazioni casuali (cfr. Goswami, p. 30). Se questi calcoli sono giusti, occorrerebbe, dunque, un numero enorme di universi (in parallelo o in sequenza) prodotti casualmente per ottenere la vita come la conosciamo (per tacere del principio antropico: tutti questi universi dovrebbero comunque possedere, sempre casualmente, certe caratteristiche eccezionali – essi, come si dice, dovrebbero essere fine-tuned, ben sintonizzati – affinché la vita, compresa la vita umana, fosse semplicemente possibile; se si volessero ottenere casualmente universi con queste caratteristiche, si dovrebbe aumentare ancora esponenzialmente il numero di universi). Tutto questo viola il rasoio di Ockham e fa preferire decisamente l’ipotesi esplicative dell’evoluzione più mirate (invochino, queste, un disegno intelligente, uno slancio vitale, una tendenza alla complessificazione o qualsiasi altra “forza” orientata).

In estrema sintesi non posso che convenire con il biologo Mario Piattelli Palmarini e con il filosofo Jerry Fodor nel ritenere che

qualunque cosa sia la selezione naturale, non può essere il meccanismo che genera la tassonomia storica delle specie [Piattelli, p. 116]
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di Giorgio Giacometti