La coscienza come filtro e come risveglio dell’anima

  • Ma in ultima analisi che cos’è mai la coscienza?

Possiamo intenderla come un filtro.

  • Un filtro?

Sì, qualcosa che filtra l’essere, il reale (lo lascia passare, lo lascia ex-sistere) separandolo (setacciandolo, come un crivello) dal resto del possibile.

Se ci rifletti, ciò avviene, apparentemente, “dentro” e “fuori” di noi.

  • In che senso?

In noi quando desideriamo qualcosa e, mossi quindi da appetitus, conatus, amore ecc., ci orientiamo verso quello che desideriamo cresce, in prospettiva, la percezione di ciò che desideriamo percepire e la cosa in questione amplia la sua realtà.

Fuori di noi le cose, riflettendosi in noi, acquistano esistenza, se ammettiamo, come suggerisce la fisica dei quanti, che esse diventano qualcosa di determinato (da semplici onde di possibilità) soltanto quando vengono “osservate”.

Cfr. su questa ipotesi, a lungo dibattuta, il recente, conclusivo articolo di Markus Mueller, Could the physical world be emergent instead of fundamental, and why should we ask?

Ma, in ultima analisi, si tratta, se ci rifletti, di un solo e medesimo processo. Come in un caleidoscopio, siamo testimoni che qualcosa viene all’essere, passa dalla potenza all’atto, “viene alla luce” o, equivalentemente, “viene in mente” dalla insondabili profondità del possibile (“possibile” che, sotto questo profilo, comprende la “memoria“, mentre ciò che si manifesta come “reale” comprende il “ricordo”, con l’atto del richiamare alla memoria).

  • Perché dici che ne siamo “testimoni”? Non siamo noi stessi, desiderandolo e orientandovici, a determinare “ciò che è”?

Dipende da quello che intendiamo con “noi stessi”. Plotino, opportunamente, ricorda

L'anima è e diviene ciò che contempla  [Enneadi, IV, 3, 8, 15]

Ciò sembra suggerire una decisione dell’anima, la scelta di separarsi da qualcosa (che rimane come semplicemente possibile) e di unirsi ad altro (che diviene reale).

  • Appunto. Dunque l’anima decide e determina ciò che è!

La scelta dell’anima è mossa senz’altro da quello che abbiamo chiamato desiderio e dipende dall’opinione che l’anima ha di ciò che sia bene per lei.

Questo bene, – nota – in quanto oggetto d’amore, si mostra come bello, come forma. E l’anima, infatti, tende sempre a generare forma, che è, insieme, la causa finale (perché è lo scopo a cui tende) e formale (perché si tratta appunto della forma di qualcosa) del suo procedere.

Considera, per esempio, come la vista di un corpo nudo di donna eccita (di solito) un uomo: la contemplazione del corpo della donna induce una tangibile trasformazione del corpo dell’uomo…

  • Mi sembra che questo esempio mostri soltanto come la coscienza non assolva altro che una funzione: essa media la riproduzione di un vivente sessuato

E’ senz’altro così, ma la riproduzione che cosa riproduce? La forma del vivente. Non fermiamoci all’effetto immediato (e comico) dell’erezione del pene dell’uomo, ma a ciò a cui questa erezione tende: alla riproduzione della forma.

  • Ma l’uomo in questione è del tutto inconsapevole del (o, almeno, non immediatamente interessato al) fine della tensione che si genera. Egli è solo sessualmente eccitato!

Senz’altro, ma questa incoscienza ci dice una cosa molto importante, che ci aiuta a rispondere al tuo quesito iniziale.

  • A che riguardo?

Chiedevi se siamo “noi stessi” a determinare “ciò che è” e ti ho proposto che la risposta a questa domanda dipende da quello che intendiamo per “noi stessi”. L’esempio dell’eccitazione sessuale ci permette di distinguere molto chiaramente la coscienza che abbiamo di quello che ci accade dall’anima che ci muove e fa sì che, quando gli effetti della sua azione diventano coscienti, essi passino dal possibile al reale.

  • In che modo?

Partiamo da una premessa. Siamo verosimilmente abitati, come una lunga tradizione suggerisce, da più anime (in Platone: concupiscibile, irascibile, razionale; in Aristotele: vegetativa, sensitiva, razionale; in Freud: Es, Super-Io, Io e si potrebbe continuare…), molte delle quali ci restano del tutto inconsce, come inconsce ci rimangono le anime della altre “persone” (dei “volti” – o “maschere” – dietro i quali crediamo che “esistano” gli “altri”), degli animali, delle piante, delle cose apparentemente inanimate (mi riferisco ai vari “campi” di forze presenti in Natura) e, se ve n’è una, dell’intero universo. Ora, tutte queste anime, nessuna esclusa, hanno per fine (causa finale e formale) la generazione della forma (la quale, a sua volta, richiede, per passare dalla potenza all’atto, che se ne sia “coscienti”; dunque – annotiamo – la coscienza costituisce il fine dell’anima, non sempre, tuttavia, conseguito): le anime sono, in ultima analisi, specificazioni del desiderio (frammenti dell’Anima del mondo, espressioni della “Volontà di vita” su cui ha scritto Schopenhauer ecc.). Ma “noi”, attraverso le emozioni, siamo più o meno oscuramente coscienti solo di alcuni dei desideri in gioco  e, anche in questo caso, lo siamo spesso solo parzialmente (nell’esempio dell’eccitazione sessuale, avvertiamo l’eccitazione, ma equivochiamo rispetto al suo fine, che non è il piacere sessuale – che è piuttosto un mezzo -, bensì la riproduzione della species o forma).

  • E questo che cosa implica?

Che la coscienza non è l’anima (l’anima che in questo momento magari è in noi dominante e con la quale ci identifichiamo), ma è, piuttosto, uno specchio su cui l’anima, in quanto desiderio, si riflette, assumendo la forma dell’emozione, proprio come sullo specchio della coscienza si riflettono gli oggetti che, una volta conseguita la loro forma compiuta, percepiamo e riconosciamo come tali.

  • Ma noi chi siamo? La coscienza o l’anima?

Verrebbe da dire: nessuna delle due “cose”.

Non siamo la coscienza, poiché la coscienza non è che il modo in cui l’essere si dà in prospettiva (ossia nel solo modo in cui è possibile che si dia). Possiamo anche intendere la coscienza come il modo in cui l’universo genera se stesso apparendo a se stesso in qualche modo (ora “in me”, domani “in te” ecc.).

Sotto questo profilo la coscienza non è più mia che tua o di altri. Non sono cosciente di quello che ero ieri, come non sono cosciente di quello che tu sei ora. Se, tuttavia, astraiamo dal fattore “tempo” (che, però, è decisivo: non si dà coscienza fuori del tempo), la coscienza è la stessa in tutti, sempre.

Non siamo la nostra “anima”, non foss’altro perché le anime che ci “abitano” sono plurali e molteplici, hanno fini diversi e contraddittori.

  • E che cosa siamo dunque?

Non siamo alcunché. Oppure, se preferisci, siamo qualcuno (per esempio l’autore di questo sito, “Giorgio Giacometti”), una “persona” (che, in latino, vale “maschera”) dietro la quale “si nasconde” la coscienza, ossia l’universo stesso in quanto si dà in prospettiva, e nella quale l’universo stesso, qui e ora, si identifica. 

Ora, ciò che qui rileva è che l’identificazione avviene sia con un vivente, essenzialmente con un corpo, contraddistinto da un determinato genoma (unico, salvo il caso dei gemelli omozigoti), sia con l’anima che più di altre, “in” questo corpo vivente,  si fa “sentire”.

L’identificazione è favorita dal fatto che si è coscienti in modo quasi esclusivo di ricordi e desideri ascrivibili a questo determinato vivente, così contraddistinto, e non di altri. Ciò, come suggerisce Hume, dà l’impressione di una “continuità personale” con tutto ciò che questo comporta (l’impressione di poter decidere di se stessi, di essere socialmente responsabili della proprie azioni e così via).

  • Invece?

Invece tutto lascia pensare che le anime che ci abitano decidano “per noi”, mentre “noi” non siamo che la coscienza di ciò che ne risulta. Tuttavia, in questa “coscienza” abita anche l’illusione che siamo “noi stessi” a decidere, ossia che non siamo soltanto attori, ma autori della nostra vita.

  • Tu, però, hai confutato il paradosso di Chalmers (secondo il quale sarebbe concepibile un mondo zombie in tutto e per tutto identico al nostro salvo che per il fatto che nessuno vi sarebbe cosciente di alcunché), sostenendo che noi esercitiamo un evidente potere causale sul corpo, il quale non può essere interpretato come qualcosa di determinato esclusivamente da cause efficienti di ordine fisico e chimico.  E hai argomentato il nesso tra tale “nostro” potere causale e il fatto che siamo coscienti.

Hai ragione, ma, se ben ricordi, l’argomento fondamentale era il seguente: in un mondo zombie gli stessi uomini zombie difficilmente organizzerebbero convegni sulla coscienza, si metterebbero a fare ricerche su di essa.

Ma questo che cosa implica? Non tanto che la coscienza abbia immediatamente ed effettivamente un potere causale, in quanto causa efficiente, quanto che essa possa motivare l’agire di qualcos’altro, in quanto causa finale. Ciò che veramente ha potere causale – come ora dovrebbe apparire chiaro – è, piuttosto, l‘anima, in quanto “campo morfogenetico” (campo di forza, di informazione  e di probabilità), certamente non riducibile alla risultante dei fattori fisici e chimici che sembrano determinare in via esclusiva la vita del corpo (metabolismo, riproduzione ecc.), ma in ogni caso alcunché di non sempre o non del tutto cosciente. 

Nondimeno, l’anima esercita il suo potere causale in vista della coscienza. Ciò vale tanto ogni mattina, quando ci risvegliamo, passiamo, dunque, allo stato di coscienza, quanto nel momento in cui l’universo, che ebbe origine dal Big Bang, prese coscienza di esistere. Il vivente (l’intero universo in quanto “dio visibile”, per evocare il Timeo di Platone) tende alla coscienza o, il che è lo stesso, ciò che è possibile tenda a diventare reale.

La coscienza, dunque, ha sì potere causale in rapporto al corpo in cui si manifesta ma non, come si potrebbe credere, come causa efficiente (questa è piuttosto l’anima che muove il determinato corpo), bensì come causa finale del movimento.

di Giorgio Giacometti