C’è sempre solo una coscienza (alla volta)

coscienza

La coscienza è sempre tale “una ogni volta” (ayam atma brahman). Non vi sono simultaneamente più coscienze (la mia e la tua, per esempio), ma sempre solo una alla volta, come luogo di riflessione dell’universo.

Possiamo parlare al riguardo di una irriducibile asimmetria della coscienza.

Nei termini di Erwin Schroedinger:

La coscienza è un singolare di cui non si conosce plurale.
[cit. in Odifreddi, Il Vangelo secondo la scienza]

Posso vedere che ci sono 10 sedie in una stanza. Posso vedere che ci sono anche 10 uomini. Ma posso vedere o anche solo sapere che ci sono 10 “coscienze”? La coscienza può moltiplicarsi come gli organismi viventi? Posso vedere che ci sono altri 9 uomini in una stanza in cui ci sia anch’io. Ecco, questa è la coscienza. Una sola alla volta. Cordialmente denominata “io”. La coscienza è qualcosa solo per chi ce l’ha. Quella degli altri è solo supposta. (E può essere benissimo che questo valga anche per i gorilla).

Circa l’irriducibilità della coscienza possiamo senz’altro adottare (ma con una serie di avvertenze) la prospettiva della cosiddetta Gnosi di Princeton (che rilancia un tema ben noto di George Berkeley), secondo la quale

tutti gli esseri sono coscienti, significanti - o, più esattamente, pieni di senso - informanti e informati. Non solo il loro "corpo" (il loro rovescio, visibile) è un aspetto superficiale per un "osservatore" esterno, ma essi stessi non hanno corpo, non sono corpi. Sono completamente al dritto; hanno un "rovescio", un corpo, solo per gli altri, perché si vedono, e vedendosi si trasformano, reciprocamente, in cose viste. L'animismo universale è vero nel senso più forte.  Esistono solo gli spiriti individualizzati, anime e coscienze, [coscienze, cioè] anime che non animano alcun corpo, che non sono alloggiate nei corpi. L'esistenza corporea è solo un'illusione, un sottoprodotto della conoscenza percettiva [cfr. Ruyer, p. 59].

Possiamo sottoscrivere tale tesi, ma con una serie di precisazioni. La coscienza non è solo irriducibile, ma, come detto, anche asimmetrica.

Tutti gli “esseri” sono senz’altro, come scrive Ruyer, “significanti” e “informanti” (per me, ora). Che essi siano anche “coscienti” e “informati” è altamente verosimile, ma non lo sono esattamente qui e ora, quando-e-dove, per usare la terminologia degli scienziati di Princeton, essi, in quanto “veduti”, sono al loro rovescio (wrong side).  Si dovrebbe dire, a rigore, che tali esseri furono o saranno “coscienti” (nel loro qui ed ora). Adesso ci sono solo “io”, non inteso come individuo separato, ma come la coscienza che qui e ora l’universo prende di se stesso, nella “mia” prospettiva (che, tra l’altro, mi illude di esistere come individuo separato dal tutto).

Del resto, come scrive ancora Ruyer, degli “esseri diversi da me e altrove da qui”:

Essi, senza di me, sono pensiero nel loro qui-ora [non nel mio!]. Essi "dicono", proprio come me: "Io-qui-ora". Ogni essere "altrove" (per me che l'osservo nel suo rovescio, val a dire che ricevo le onde luminose che egli riflette), è [si intende: per se stesso, ma nel suo "qui-ora", non nel mio!] un "qui" nel suo dritto. [...] Gli esseri non sono altro che coscienze-io in riposo qui, ma non si vedono tra loro che come corpi, laggiù, come egli o tu in movimento. Io lo credo corpo, là, in movimento, ma egli è io, coscienza, qui, immobile, ed egli mi crede corpo qui (che è "altrove" per lui), in movimento, allorché io so bene che sono qui, cosciente, immobile. Le relazioni tra i pronomi, come tra il Qui e l'Altrove, come tra i corpi in movimento (e si può aggiungere come tra le direzioni), non sono reali che per una terza coscienza o per un dominio sovraordinato ecc. [Ruyer, pp. 64-65]

Insomma, qui e ora, esiste sempre solo una sola coscienza, che è come dire, appunto, che esiste una sola coscienza (immobile, eterna) alla volta.

La cosa può anche essere argomentata dal lato del tempo.  Non c’è un unico tempo che scorra inesorabile per tutti, ma tanti “tempi” quanti sono i “soggetti” per i quali “del tempo” scorre.

Tali sono le conclusioni a cui si può pervenire se guardiamo al tempo in una prospettiva relativistica: esso scorre con velocità diverse a seconda del sistema di riferimento che si assume, ma, soprattutto, come scrive Carlo Rovelli, “‘adesso‘ non significa nulla” [cfr. Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, p. 41], nel senso che non è possibile istituire relazioni di contemporaneità tra eventi, ma ciascuno è contemporaneo, per così dire, solo a se stesso. Ma questo è come dire che il tempo scorre solo per la coscienza che se ne ha; e questa è “presente” solo a se stessa, isolatamente, senza alcun rapporto con altre presenze (gli “altri” sono per me sempre “passati” o “futuri”: mentre li guardo li vedo com’erano qualche nanosecondo fa – devo dare alla luce che proviene da loro il “tempo” di arrivarmi – , oppure li immagino come saranno “dopo”, ma non li posso vedere mai come sono “ora”).

Per avvicinarci a dimostrare che non esiste se non una sola coscienza alla volta si immagini il seguente esperimento mentale (apparentemente pulp).

Dividiamo una persona (viva) verticalmente – dopo averle praticato un’adeguata anestesia, ovviamente – lungo l’asse della colonna vertebrale in modo tale da ricavare dalle due metà così ottenute due persone vive e (una volta risvegliate dall’anestesia) coscienti (si immagini che gli sviluppi dalla medicina e delle tecnologie bioniche consentano di sostituire al lato organico amputato un semi-corpo bionico equivalente che consenta di preservare le funzioni vitali fondamentali).

Se questa persona fossi tu, “chi” saresti dopo la divisione? La persona di destra o quella di sinistra? Entrambe, certo, ma non potresti simultaneamente essere cosciente “in” entrambi i corpi (supponiamo che la metà di destra voli a New-York con la sua protesi bionica di sinistra e la metà di sinistra voli a Nuova Delhi con la sua protesi bionica di destra). Evidentemente “tu” saresti (rimarresti) uno solo dei due (supponiamo la metà di destra), mentre l’altro “te” sarebbe per te, appunto, un altro.

Poiché le due parti sono in ipotesi del tutto equivalenti (non c’è una ragione particolare per cui “tu” debba restare – supponiamo – nel corpo “di destra”), questo comporta alcune curiose conseguenze: da sempre “tu” sarai stato (supponiamo) il tuo lato destro; ossia ciò che è accaduto (la divisione chirurgica) non sembra che sia potuto essere alcunché di casuale, ma sembra essere stato per così dire, “già (in)scritto” nell’eternità virtuale della tua coscienza; la coscienza, infatti, non può non essere sempre solo “una” (la “tua”), del tutto indipendentemente dagli eventi che le occorrono; d’altra parte, verosimilmente un’apparentemente altra coscienza (di cui, però, tu non sei affatto attualmente cosciente) vivrà, “prima o poi”, nel tuo lato sinistro, dopo aver ripetuto pari pari la tua esperienza di vita nel corpo originario prima della divisione.

La dottrina della trasmigrazione dell’anima trova qui il proprio fondamento fenomenologico.

Tutto questo suggerisce, per la precisione, che un’eterna e unica coscienza “cosmica”, “dopo” aver “inanellato”, per così dire, nel suo filo, il tuo corpo intero, quindi il tuo lato di destra, inanellerà di nuovo (magari dopo aver inanellato numerose altre “persone”), il tuo corpo intero, quindi – a differenza che in “questa vita”  – il tuo lato di sinistra (senza ovviamente ricordarsi alcunché delle sue vite precedenti, come ora tu non ti ricordi delle tue).

[La coscienza, verosimilmente, – ma questa è un’altra questione – è una funzione necessaria all’esistenza stessa dell’universo, in quanto vi discrimina il reale dal possibile, eliminando continuamente gli stati contraddittori sovrapposti in cui esistono le particelle subatomiche e riducendo sempre a uno gli universi altrimenti destinati a moltiplicarsi all’infinito. Spazio e tempo, come nel modello di Bohm (che pure negava la moltiplicazione di universi postulata dall’interpretazione standard della meccanica quantistica), attengono all’ordine esplicato, che presuppone la coscienza, non all’ordine implicito.]

  • Ma “io” che “fine faccio”? Se esiste “ogni volta” solo una coscienza e questa – supponiamo – è la tua, “dove” sono io? O “quando” sono io?

Immagina un “film” come questo.

“Prima” si dà la “mia” coscienza dell’universo, per cui in una posizione nel cosmo di coordinate a, b, c ecc.  l’universo si riflette ed assume determinate caratteristiche esplicate (certe dimensioni, certe proprietà ecc.). In questa prospettiva (anche in senso letterale) tu esisti solo come “oggetto” di cui faccio esperienza e a cui attribuisco una “coscienza” per analogia con quella che sperimento in me stesso (ma, in effetti, senza farne affatto esperienza). Poiché si dà coscienza solo se se ne ha esperienza, la coscienza che ti attribuisco, in questo “primo” universo, è effettivamente illusoria, anche se fa parte del gioco.

“Poi” si dà la “tua” coscienza e le parti si invertono.

Di fatto si dà soltanto una coscienza alla volta, come si dà un universo alla volta.

Tutto si ripete all’infinito da infinite prospettive, ma non si danno mai contemporaneamente prospettive (coscienze) diverse anche solo per il fatto che il “tempo” si dà solo come dimensione interna a ciascuna prospettiva (esso è relativo, interno alla coscienza, non assoluto, esterno).

Lo aveva perfettamente colto, del resto, Leibniz:

E così come una medesima città, se guardata da punti di vista differenti, appare sempre diversa ed è come moltiplicata prospetticamente, allo stesso modo, per via della moltitudine infinita delle sostanze semplici, ci sono come altrettanti universi differenti, i quali tuttavia sono soltanto le prospettive di un unico universo secondo il differente punto di vista di ciascuna monade.[Monadologia, 57]

Lo ribadisce, di nuovo, Erwin Schroedinger (di cui cito ora per esteso il passo già evocato all’inizio di questa pagina):

La sola possibilità è di accettare l'esperienza immediata che la coscienza è un singolare di cui non si conosce plurale; che esiste una sola cosa, e ciò che sembra una pluralità non è altro che una serie di aspetti differenti della stessa cosa, prodotta da un'illusione (il maya indiano); la stessa illusione è prodotta da una serie di specchi, e allo stesso modo Gaurisankar e il monte Everest risultano essere la stessa vetta vista da differenti vallate.
[cit. in Odifreddi, Il Vangelo secondo la scienza]
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di Giorgio Giacometti