Esserci ovvero essere in prospettiva

curvospettiva

L’esser-ci non è altro che la forma che l’essere (l’uno-tutto), in generale, assume quando è percepito e concepito, ossia nel solo modo in cui esso è dato. “Ciò che è” è sempre qualcosa di determinato che appare ora, in un determinato modo e in un determinato luogo (“ci”, qui). Il “ci” di “esser-ci” è, dunque, il modo in cui l’essere si manifesta. In una parola: sempre in prospettiva.

In ogni determinata prospettiva gli “oggetti” emergono da uno sfondo comune, in ultima analisi da un “punto all’infinito” (per rimanere nella metaforica della prospettiva in senso tecnico, rinascimentale). In questo “punto all’infinito” possiamo riconoscere,

  1. sotto il profilo fisico, l’origine dell’universo (ciò da cui l’universo è provenuto in seguito al cd. big bang); oppure, in altra prospettiva, il cosiddetto “campo di punto zero“, cioè la “schiuma quantistica” (o “vuoto quantistico”) rilevabile ovunque se si scende al di sotto della grandezza di Planck (10-33cm);
  2. sotto il profilo filosofico (altri direbbe: metafisico), il Principio di ogni cosa (l’arché), l’Uno, appunto, o, semplicemente, Dio.

Si tratta dello “sfondo” da cui emergiamo anche noi, che sembriamo avere coscienza di “oggetti” (“sembriamo” perché la coscienza non appartiene più al “soggetto” che all’ “oggetto” ma coincide con l’apparire degli oggetti a un soggetto o, il che è lo stesso, con il percepire oggetti da parte di un soggetto).

N.B. Anche gli altri mi appaiono originariamente come “oggetti”, salvo poi riconoscervi altri “io” (in modi da investigare) in modo da dare origine alla rappresentazione di un “noi” (rappresentazione che qui devo presupporre, nella misura in cui non scrivo un testo on line solo per me stesso).

  • Ma come è possibile una separazione tra noi e lo sfondo da cui emergiamo, se tutto è uno?

Infatti, non è affatto possibile. È alcunché di apparente. Si tratta della sfera di quella che possiamo denominare, con Parmenide di Elea, dòxa (opinione) e con Sri Shankaracarya , Maya (nel senso del “velo di Maya” di schopenhaueriana memoria).

Sotto questo profilo non ha neppure senso parlare di menti estese, come fanno Sheldrake e altri, supponendo che la mente si espanda, simile a campo di forze (o di informazioni) oltre il corpo fisico, a meno che non si intenda per “campo mentale” un campo non locale coincidente con lo stesso universo, quale si presenta in una determinata prospettiva. La mente non “si estende” nel mondo, ma è il mondo stesso.

Sotto questo profilo, se guardo un punto P apparentemente fuori di me, non è vero né che esso sia davvero fuori di me, né che esso sia soltanto un’immagine (nel mio cervello) di un ipotetico punto P (o P1) davvero fuori di me. Come scrive Henri Bergson:

La verità è che il punto P, i raggi che emette, la retina e gli elementi nervosi interessati, formano un tutto solidale, che il punto luminoso P fa parte di questo tutto e che è proprio in P, e non altrove, che l'immagine di P è formata e percepita.
[Henri Bergson, Materia e memoria, tr. it. Laterza, Bari 1996, p. 16]
  • Ma come intendere che il punto di vista da cui le cose appaiono in prospettiva sia tutt’uno con queste stesse cose, non sia separato?

In prospettivaprospettiva si dànno due punti immaginari: il punto all’infinito verso cui tendono le linee prospettiche e il punto di vista, il punto ideale in cui si immagina collocato l’occhio dell’osservatore.

Ora, se tutto è uno e l’universo è curvo (illimitato ma finito, come argomentano tanto la fisica teorica quanto Parmenide di Elea) questi due punti (con tutto quello che è compreso tra loro) coincidono.

  • Come possono coincidere?

Il punto all’infinito verso cui tendono le linee prospettiche è il mio stesso occhio, visto, per così dire, “dall’altra parte”, nello “specchio” del mondo.

  • Come è possibile?

In una sfera a quattro dimensioni ogni punto è centro ed estrema periferia. L’impressione, soggettiva, ottica, che ciascuno ha di essere al centro di un mondo limitato ma infinito è forse più di un’impressione. Le cose appaiono come effettivamente sono, mentre ciò che crediamo che esse siano (là fuori, in 3D, solide e indipendenti), è forse solo un’illusione.

  • Ma mi consta che solo la prospettiva cosiddetta “centrale” conosca un solo punto all’infinito. Per la prospettiva accidentale i punti sono due, per quella razionale sono addirittura tre, uno per ciascuna delle tre dimensioni dello spazio.

Il discorso non cambia. Anzi si rafforza. In ultima analisi ciascun punto della sfera immaginaria che ti circonda, ciascun punto che entra nel tuo campo sensoriale (visivo, ma anche uditivo, tattile ecc.), coincide col  punto di vista da cui lo guardi, col punto di ascolto da cui lo odi ecc. L’estremo limite dello sguardo coincide con la sua sorgente, ovunque tu ti rivolga.

In questo senso noi guardiamo sempre come attraverso uno specchio (certo, talmente deformato da renderci irriconoscibili). Sempre in questo senso possiamo ben chiamare riflessione ciò che accende in noi la coscienza.

  • Ma lo spaziotempo curvo (la varietà quadridimensionale, evoluzione dello spaziotempo di Minkowski), a cui hai prima alluso, nel quale si distende, per così dire, questo universo fisico (reso curvo dalla presenza di masse gravitazionali), non ha carattere prospettico!

Vero. Ma questo spaziotempo curvo non è che una rappresentazione.

Essa, certamente, corregge lo spazio euclideo, inserendovi le distorsioni prodotte dall’azione delle masse in gioco, trasformando, di fatto, questo spazio euclideo in uno spazio riemanniano (nel quale, per intenderci, tutte le rette, anche quelle che, per distanze limitate, sembrano parallele, sono in qualche punto convergenti).

Tuttavia che cosa ci impedisce di operare un’ulteriore trasformazione?

  • Di che genere?

Come sai, Einstein ha preso alla lettera le trasformazioni di Lorentz e, in buona sostanza, si è chiesto: “Come devono venire accorciati gli spazi e dilatati i tempi, in rapporto a un osservatore in movimento rispetto all’oggetto della sua osservazione, se la velocità della luce deve restare costante per qualsiasi sistema di riferimento?”.

Si potrebbe anche estendere questo principio di relatività nel senso concepito da David Bohm:

Given any structural relationship as described in a frame of coordinates corresponding to a certain velocity, it is always possible to have a similar structural relationship as described in a frame of coordinates corresponding to any other velocity
[David Bohm, Wholeness and the Implicate Order, Routledge, New York 1980, p. 210].

Possiamo, cioè, ammettere la totale “plasticità” (entro certi limiti “arbitrarietà”) del  sistema di coordinate adottato nel descrivere un fenomeno: per qualsiasi velocità, nella formulazione di Bohm; per qualsiasi punto di osservazione, nella mia ipotesi.

Insomma, come, nell’interpretazione di Raymond Ruyer, sostengono i c.d. “gnostici di Princeton” (tra cui è possibile annoverare, almeno come loro precursore, lo stesso David Bohm),

esiste una relatività coscienza-corpo come una relatività immobilità-movimento. Secondo Minkowski-Einstein, ogni movimento rettilineo uniforme, di velocità inferiore a c (la velocità della luce), è sempre riconducibile a uno stato di riposo [...]. Sono gli altri sistemi che si muovono, non il mio. [...] Così, sono sempre gli altri che sono "corpi", io non sono corpo. Ciò che io chiamo il mio corpo è solo una costruzione secondaria, fatta con l'aiuto degli specchi, così come i miei domini subordinati divenuti oggetti.  Io sono "presenza qui-ora", dominio di coscienza, e virtualmente "Io".  [...] Lo schema "io-qui" e "oggetto-altrove", che si può ricalcare su quello di Minkowski, ne è in realtà all'origine. [...] Ogni "io" può dire che è sempre vissuto [...] e che è nel luogo stesso della creazione dell'universo, che ne è il centro eterno, che è Spirito e che è lo Spirito [Ruyer, pp. 65-66].

Se tutto questo è vero che cosa ci impedisce di farci quest’altra domanda (e di trarne tutte le conseguenze matematiche, semplicissime da sviluppare se si conosce la geometria proiettiva che è alla base della prospettiva)? “Posto che sul quadro (nell’accezione prospettica del termine) della mia coscienza appare una certa immagine del mondo – di fatto un ologramma che risulta dalla decodificazione di ipotetiche figure di interferenza collocate su un’immaginaria “lastra olografica” -, come dobbiamo rappresentarci nel reticolo di Minkowski gli intervalli spaziotemporali affinché ci si possa immaginare che essi possano essere proiettati su tale quadro? Come devono essere corrispondentemente misurate le masse e le forze in gioco, in rapporto a me che le osservo?”.

Nota bene che la “cosa in sé”, in questo modello, è rappresentata dalla “lastra olografica”, satura di informazioni (nella forma di figure di interferenza), dalla cui decodificazione deriva l’universo visibile,  ovvero essa è l’universo stesso, ma in quanto ordine implicato; ne deriva l’immagine olografica (ordine esplicato) rappresentata dal quadro che mi faccio del mondo in ogni istante di coscienza; retrospettivamente da tale quadro ricavo “come dovrebbe essere costruito” uno spaziotempo isotropo quadridimensionale affinché tale quadro prospettico possa derivarne. Dunque, la prospettiva da cui guardo al mondo non deriva realmente da un universo quadridimensionale originariamente non prospettico, ma, all’inverso, quest’ultimo non è che una rappresentazione secondaria che scaturisce da un’ulteriore elaborazione “intellettuale” (matematica) delle informazioni contenute nell’ordine implicato.

  • E che cosa si può ricavare da tanto?

Alcuni esempi: un oggetto che mi si presenta alto e largo la metà di un altro e che, pertanto, mi offre una superficie pari a un quarto di questo, se me lo rappresento come se fosse distante da me il doppio  del primo, lo supporrò uguale al primo (vigendo, in geometria proiettiva, una legge che ricorda non a caso quella di Newton, ossia la legge secondo la quale certe grandezze – qui le aree – diminuiscono secondo l’inverso del quadrato della distanza dall’osservatore); una stella distante 10 anni luce, misurati nello spazio di Minkowski, sebbene si possa immaginare che mi appaia come “era” 10 anni fa, è esattamente come è adesso, dal momento che 10 anni fa non avrei certo potuto “vederla” nella prospettiva dalla quale la vedo ora, ossia nel solo modo in cui essa può “essere” veduta dalla Terra.

Nella logica della prospettiva vige, infatti, la legge della simultaneità – o sincronia – di tutto quello di cui si fa – adesso – esperienza, salvo che poi questa o quella parte del tutto (pensiamo a una stella o a una galassia “lontana”) venga “riproiettata” sullo spazio di Minkowski per studiarla come se la osservassimo qual essa “era” in un determinato tempo antecedente.

Si può intendere perfettamente la cosa se si adotta l’approccio di Karl Pribram [cfr. Brain and perception: holonomy and structure in figural processing, Lawrence Erlbaum, Hillsdale, N. J. 1991]: l’universo percepito non sarebbe che un ologramma “prodotto” dalla nostra mente (ma a partire da “qualcosa” che la “orienta” in un certo modo piuttosto che in altro – salvo scoprire che questo “qualcosa” è un’altra “faccia” della mente medesima -)

Possiamo anche intendere l’immagine dell’ologramma come segue: proiettando, di volta in volta, diverse “parti” della lastra olografica in cui sono inscritte tutte le possibilità dell’universo (potrebbe trattarsi del campo di punto zero, come luogo “geometrico” in cui sono descritti tutti i possibili cammini – in sovrapposizione di stati – delle onde in cui si risolvono i quanti di materia ed energia dell’universo), appaiono, qui e ora, determinate “cose” (possiamo rappresentarci queste “cose” come insiemi di “creste” di onde di possibilità interferenti, creste in cui la probabilità di trovare particelle di coordinate determinate sale a 1, ossia diventa certezza).

N.B. Va considerato che, a differenza che negli ologrammi di cui abbiamo esperienza all’interno del nostro mondo, chi proietta, in questo modello, è lo stesso che percepisce l’effetto della proiezione.

Riguardo all’identità tra percipiente e percepito si può evocare la nozione di “gerarchia aggrovigliata“, introdotta da Douglas Hofstadter in Goedel, Escher e Bach, così come è stata reinterpretata da Amit Goswami in Evoluzione creativa [p. 83 e ss.]: la condizione di veglia nella quale sono cosciente è determinata dallo stato del mio corpo, ossia dallo stato attuale dell’universo di cui il mio corpo è inviluppo; inversamente, l’universo stesso, che mi appare, in prospettiva, come mondo, è determinato, per come mi appare, dal mio esserne cosciente: questo è il nodo insolubile (il nodo di una separazione di “facies” che si determinano reciprocamente) o nastro di Moebius in cui (o da cui) si sviluppa coscienza.

Il punto fondamentale è dunque il seguente: le cose, quali sono “trasformate” in prospettiva, sono più propriamente ciò che esse veramente sono, laddove nello spazio astratto e omogeneo di Minkowski, così come nella sua evoluzione curvilinea, (privo di punti privilegiati quali il punto di vista e il punto all’infinito) esse, piuttosto che essere, appaiono.

Avvicinandosi “a me” (un “io” illusorio, fatto coincidere col punto di vista attuale) un oggetto cresce effettivamente in dimensioni (quanto cresce proporzionalmente la forza gravitazionale che esercita sul mio corpo) in un modo che non può essere considerato riduttivamente soggettivo.  Ciò accade secondo precise leggi che regolano il modo in cui figure di interferenza su un’ipotetica lastra olografica si traducono in immagini prospettiche, le quali, a loro volta, consentono, in virtù di altre leggi, in questo caso di geometria proiettiva, di ricostruire intorno a me un immaginario spazio isotropo.

Sotto questo profilo si risolve il celebre paradosso di Einstein:

L'eterno mistero del mondo è la sua comprensibilità [...] Il fatto che sia comprensibile è un miracolo. [da Fisica e realtà, in "Franklin Institute Journal", 1936].

Infatti, la “nostra” matematica (tanto nella versione della geometria “proiettiva”, quanto in quella della scienza “olografica”) è così capace di rendere ragione dei fenomeni proprio perché essi appaiono come tali solo a noi: essi non sarebbero ciò che sono se noi stessi non fossimo ciò che siamo (con il nostro apparato percettivo e cognitivo), secondo l’immortale lezione di Kant.

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di Giorgio Giacometti