Come rendere ragione della speranza che è in me?

pavone_aquileia
Parafrasando La prima lettera di Pietro, 3, 15, avverto l’esigenza crescente di rendere ragione della speranza che è in me.

  • Che cosa intendi?

Nella mia attività di docente di Filosofia e di filosofo consulente ho finora sempre privilegiato l’esercizio dell’interrogazione rispetto a quello della proposta.

  • E perché non ti sei esposto, proponendo una tua dottrina?

Perché penso che la filo-sofia, essenzialmente vuota di contenuti dottrinali (secondo il paradigma socratico-platonico, cfr. il mio Platone 2.0, § 5.2.3, p. 432 e ss.), debba consistere fondamentalmente in un dia-logo inesauribile, capace sì di ri-velare la verità che ha di mira, ma al di qua di qualsivoglia pretesa di ridurla a questa o quella tesi sul mondo.

  • Per questa ragione ti sei sempre sottratto, davanti ai tuoi studenti così come ai tuoi consultanti, al dichiararti di destra o di sinistra, ateo o credente, spiritualista o materialista…

A parte il fatto che tali “etichette” rischiano di nascondere, piuttosto che manifestare, ciò che realmente uno è e pensa, non volevo “condizionare” i miei interlocutori con l’anticipazione di “tesi” o “dottrine” che, in un genuino dialogo filosofico, così come in una sana pratica di insegnamento, dovrebbero soltanto, semmai, risultare al termine di un lungo confronto.

  • E ora? Perché hai deciso di esporti?

Superata la metà del secolo di vita, accumulate numerose esperienze esistenziali e culturali, non desidero più sfuggire, ipocritamente, a chi mi chiede ragione del mio stile di vita.  Credo, dunque, di poter osare, non già affermare perentoriamente qualcosa, ma almeno esprimere alcune intuizioni che ho maturato, in forma dubitativa e problematica, come ipotesi da offrire alla meditazione del lettore. Si tratta di credenze che, lungi dal poter essere dimostrate, costituiscono ad oggi la giustificazione e lo sfondo della mia condotta di vita, qualcosa, appunto, che può rendere ragione, in qualche modo, della mia speranza. 

  • Ma, se queste ipotesi o credenze sono così dubbie, come intendi proporle? Se non possono essere dimostrate, come possono essere sostenute?

In due modi, fondamentalmente: mostrando

  1. per un verso, l’inconsistenza (contraddittorietà, inverosimiglianza) di tutto ciò che loro si oppone;
  2. per altro verso, la congruenza di tali ipotesi con l’esperienza che abbiamo del mondo e di noi stessi, la compatibilità con quanto viviamo.

Ciò tuttavia – ti avverto – non può bastare a dimostrare la loro “verità”. Non è, infatti, possibile escludere che, sviluppando le implicazioni nascoste della mie credenze, possa emergere qualche inavvertita contraddizione (cfr. Platone 2.0, § 4.5.4, p. 396 e ss.) o che qualche nuova esperienza possa smentirle.

  • Ma come puoi, in quanto filosofo, convergere verso ipotesi comunque determinate? Non rischi di rinnegare la ricerca inesauribile che, a tuo dire, dovrebbe contraddistinguere il filosofare?

Così sarebbe se, misconoscendone il carattere ipotetico, assumessi queste credenze come verità, dogmaticamente. Viceversa, si tratta di non altro che modelli, tesi a “salvare i fenomeni”, come avviene nella scienza della natura.  In estrema sintesi si tratta di ipotesi, che avanzo, essendo disponibile a correggerle se ulteriori esperienze dovessero in tutto o in parte falsificarle. Non a caso esse vengono elaborate all’interno di quella che chiamerei una rinnovata “filosofia della natura“.

  • E come la mettiamo con l’ambiguità del linguaggio, su cui spesso insisti? Esporre per iscritto le tue ipotesi non potrebbe condurre a fraintenderle?

Senz’altro. Correrò questo rischio, avvertendone il lettore. Egli dovrà tentare di far risuonare nella propria anima le mie parole, proprio come quelle di qualsiasi altro filosofo o scrittore, per vedere “l’effetto che fa” (sperabilmente maieutico).

di Giorgio Giacometti