L’intellettualismo etico

La prospettiva di Socrate (e, in generale, della filosofia) circa l’utilità della conoscenza del bene regge, in ogni caso, se ammettiamo che chi sa ciò che è bene non può non farlo e che, in generale, ciascuno, magari sbagliando, non fa altro che quello che crede bene. Eppure l’esperienza sembra suggerire che, a volte, pur sapendo che cosa sarebbe bene fare non lo si fa. Perché non lo si fa? Perché si è “tentati” da qualcosa che ci alletta, anche se sappiamo che è “sbagliata”.

Nella visione del cristianesimo, ad esempio, di cui siamo tutti più o meno eredi, indipendentemente dal fatto di essere o meno credenti, ciò che facciamo contro quello che sappiamo essere bene è considerato peccato. La tentazione del peccato (da cui invochiamo di essere lasciati liberi, ad esempio nella preghiera Padre Nostro) presuppone appunto che a volte non facciamo ciò che vogliamo, come si esprime nel Nuovo Testamento San Paolo in una delle sue Lettere:

Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio
Lettera ai Romani, 7, 19

Medea-Affresco-PompeiAnche nel mondo greco alcuni hanno obiettato ai filosofi (e, in particolare, a Socrate) che spesso si segue una via diversa da quella che si sa migliore. Celebre la frase di Medea (nell’omonima tragedia di Euripide, ripresa in un passo dal poeta latino Ovidio): Video meliora proboque, deteriora sequor (cioè: “Vedo le cose migliori e la approvo, ma seguo le peggiori”), pronunciata poco prima di uccidere i suoi stessi figli per vendicarsi di Giasone da cui li aveva avuti e che l’aveva abbandonata.

Ma Socrate, come, in un certo senso, tutta la filosofia (antica), sostiene, appunto, il cosiddetto intellettualismo etico, ossia la concezione secondo la quale se so ciò che è bene non posso non farlo (e, più in generale, se faccio qualcosa è perché credo, anche sbagliandomi, che sia bene, altrimenti non lo farei). Quando si cede a una tentazione (o si commette un peccato ecc.), in questa concezione, ciò dipende da una certa ignoranza del bene: ciò che accade è che una “parte di noi” (più confusa) non è d’accordo con la parte “razionale” che crede (o sa) che quella certa azione è sbagliata. Per questa parte irrazionale di noi, che si esprime in una caratteristica passione (gelosia, ira, desiderio ecc.), è bene fare proprio quello che razionalmente sappiamo (o crediamo di sapere) essere male. Ad esempio, chi, come Medea, è animata da rabbia o desiderio di vendetta, sente che è bene commettere gesti che, da un altro punto di vista, lei stessa giudica sbagliati. Ma, se una persona fosse profondamente convinta che una certa azione fosse sbagliata, non la potrebbe in nessun modo compiere. Se la compie, è per qualche motivo, e questo “motivo” contiene in sé implicitamente l’opinione che tale azione sia la migliore che in quel momento si possa compiere. Ciò si può anche esprimere dicendo: non puoi veramente dire che sai che una cosa è malvagia, se cedi alla tentazione di compierla. Al massimo credi di saperlo (con una parte di te, mentre un’altra parte, quella che ti porta a compierla, crede l’opposto). Se sapessi veramente che la cosa è sbagliata, non la compiresti.

Platone, discepolo diretto di Socrate, distingue a questo riguardo tre parti dell’anima: l’anima razionale, l’anima irascibile (soggetta all’ira) e l’anima concupiscibile (soggetta al desiderio). Egli, nel dialogo Fedro, perviene all’ipotesi che la nostra anima sia divisibile in parti, in potenziale conflitto reciproco, a partire dalla seguente considerazione:

La stessa cosa non sarà mai in grado di fare o di patire insieme cose contrarie, nella stessa sua parte e nello stesso rapporto.

Dunque se amo e odio una stessa persona, ad esempio, come spesso accade, per evitare di ammettere un sentimento così contraddittorio (sarebbe come dire “amo e non amo la stessa persona” o “voglio e non voglio il bene di questa persona”: una delle due cose deve essere vera e l’altra falsa), si può solo supporre che “una parte” di me (cioè della mia anima) ami e un’altra odi la stessa persona. Ma ci sarà modo di approfondire questo mistero…

di Giorgio Giacometti