Necessità della filosofia

Il più grande filosofo greco, insieme a Platone, ossia Aristotele, ha potuto affermare, nel suo Protrettico [fr. 6]:

Si deve filosofare o non si deve: ma per decidere di non filosofare è pur sempre necessario filosofare: dunque in ogni caso filosofare è necessario
  • Perché secondo Aristotele filosofare è necessario? Da che punto di vista può sostenere una cosa simile?

Letteralmente Aristotele argomenta che anche per decidere di non fare filosofia bisogna farla.

Se ci pensiamo bene, anche chi non pensa di decidere qualcosa del genere, ma si limita a fare “meccanicamente” quello che gli sembra meglio (obbedire agli ordini dei superiori in guerra, come fa un soldato, seguire le indicazioni dei propri genitori, come fa un minore, rispettare un contratto di lavoro per dare da mangiare alla propria famiglia, come fa un operaio ecc.), in quanto è un essere umano piuttosto che una macchina, deve sempre di nuovo “decidere” che questo è meglio per lui, dopo essersi, almeno implicitamente, chiesto che cosa sia meglio per lui. Ora nessuna “scienza” è (stata) in grado di dargli la risposta che chiede. La sua domanda, implicita, (circa il “bene”) è filosofica come la risposta, magari provvisoria, che si dà (implicita nella scelta che effettua).

N.B. La scommessa delle moderne pratiche filosofiche, come la consulenza filosofica, scaturisce, prima che da qualsivoglia preteso altro bisogno di aiuto, di orientamento, di consiglio ecc. di chi si rivolge a un filosofo per filosofare con lui, proprio da questa necessità universalmente umana di filosofare, sulla quale mette l’accento Aristotele.

  • Dunque tutti noi “filosofiamo” anche se non vogliamo farlo?

Sì.

  • Ma a volte agiamo per abitudine…

Anche in questo caso, quando, cioè, “naturalmente”, senza pensieri, agiamo per abitudine (sia che si tratti di un vizio contratto, come quello di fumare, sia che si tratti una virtù – ossia un’inclinazione ad agire bene, spontaneamente, senza più sforzo, inclinazione che può essere solo il risultato di un lungo esercizio –), prima dobbiamo avere voluto, dunque deciso, pensato di cedere a quel vizio o esercitarci in quella virtù.

Quello che Aristotele asserisce, nel Protrettico, cioè che la filosofia è necessaria, può essere inteso poi, estensivamente così: quando dobbiamo prendere una decisione, dal momento che non siamo “macchine”, non possiamo prescindere da quello che pensiamo della realtà, dal valore che attribuiamo alle cose, insomma da una nostra “filosofia”, magari implicita, “inconscia”, come nel caso in cui agiamo per istinto o mossi da emozioni, passioni ecc.

In generale, ogni azione e ogni emozione presuppongono uno o più “giudizi impliciti” sulla realtà. Per esempio, quando ci si arrabbia si ritiene (anche se non ce ne si accorge) che qualcuno abbia commesso un torto contro di noi, quindi si presuppone una certa idea di che cosa sia giusto, della nostra dignità ecc., insomma una “filosofia”.

  • Ma spesso si agisce per istinto contro quello che la ragione dice!

Certo, ma anche l’istinto (per esempio quello che potrebbe indurre un uomo a tradire la propria moglie) potrebbe venire interpretato come il risultato di un “giudizio” (ad esempio: “è bene fare quello che piace e non quello che la società si attende da noi”). Nulla vieta che questo giudizio, dato da una “parte” della nostra anima (Platone la chiama “anima desiderante”), contraddica quello dato da un’altra “parte” dell’anima, quella che segue la ragione o, semplicemente, la legge.

  • Ma non si fa esperienza di alcun “giudizio”, ma solo di desideri ed emozioni!

Vero. La “filosofia implicita” in questi desideri potrebbe essere quella ricostruita a posteriori dopo che le azioni sono state compiute o le emozioni provate.

  • E che nome assume la filosofia in quanto ricerca di ciò che è meglio per noi?

Poiché si tratta dell’agire si chiama filosofia morale (alla latina, da mos: costume, nel senso di modo di agire) o semplicemente etica (da éthos: costume e anche carattere).

di Giorgio Giacometti