Il problema delle premesse

Ci possiamo interrogare, a questo punto, sui criteri di verità, ossia sulla via (o il metodo) che possiamo seguire per sapere se una certa “teoria” (insieme di ragionamenti) sia vera oppure no. Come sappiamo, Aristotele ha introdotto il sillogismo come potente strumento scientifico in grado di farci conoscere la verità riguardo all’essere delle cose. Supposta, infatti, una corrispondenza tra pensiero (lògos) e realtà (essere), contraddistinti dalle medesime “categorie” e forme, basterebbe dedurre da uno o più principi primi, a mo’ di premesse generali (assiomi), appoggiandosi a una serie di opportune definizioni, una serie di conclusioni, per mezzo di sillogismi per avere quella scienza suprema dell’essere che Aristotele chiamava sapienza (sophìa, dunque oggetto della ricerca della filo-sofia) o filosofia prima. Potremmo sapere, cioè, data una certa essenza (quella della quercia, ad esempio), quali ne sono le proprietà e quali accidenti possano caratterizzarla e quali no ecc. E questo lo potremmo sapere non solo in ambito fisico o biologico, ma anche in ambito etico, politico, geometrico ecc. (gli Elementi di Euclide, ad esempio, costituiscono una coerente applicazione del metodo aristotelico all’ambito della geometria: dati certi assiomi e certe definizioni se ne ricavano per deduzione i teoremi che costituiscono il sapere geometrico).

Ma è davvero possibile tutto questo?

Prendiamo il classico sillogismo di Ia figura:

gli uomini sono animali
gli animali sono mortali
gli uomini sono mortali

La prima premessa potrebbe essere data per scontata, in quanto si deduce immediatamente dalla definizione di uomo come “animale razionale”. Ma la seconda premessa (“gli animali sono mortali”) da dove la ricaviamo? La verità della conclusione, infatti, dipende da quella di entrambe le premesse.

Potremmo derivarla da un altro sillogismo, ad esempio il seguente:

gli animali sono viventi
i viventi sono mortali
gli animali sono mortali

Ma si riproporrebbe lo stesso problema per la seconda premessa (“i viventi sono mortali”) di questo ulteriore sillogismo. E così via all’infinito. A meno che non vi sia una via, non deduttiva, per verificare le premesse di un sillogismo.

Che gli animali (o i viventi) siano mortali, ad esempio, potrei saperlo non per deduzione, ma per induzione, a partire dall’esperienza (dal particolare all’universale). Osservando che uno, due, tre, quattro… numerosi animali (o viventi) muoiono, potrei essere tentato di concludere che tutti gli animali (o viventi) sono mortali.

Ma questo metodo implica un circolo vizioso (dedurrei che gli uomini sono mortali dalla premessa che gli animali sono mortali, ma quest’ultima la ricaverei per induzione dal fatto che “alcuni” animali, di cui ho esperienza, come gli uomini!, sono mortali…).

Inoltre esso non è infallibile. Se osservo un gran numero di cigni bianchi non posso escludere che un giorno nasca un cigno nero. Un tacchino (esempio di Bertrand Russell), che si vedesse nutrito ogni giorno a una determinata ora, sbaglierebbe a inferirne per induzione che questa sia una legge generale, perché un brutto giorno, a un’ora diversa dal solito, l’allevatore, invece che nutrirlo, potrebbe sgozzarlo!

Inoltre l’esperienza si basa sui sensi e i sensi ingannano, come nell’esempio (classico) del bastone – che sembra – spezzato dell’acqua o in quello (moderno) dell’immobilità della Terra – che sembra – al centro dell’universo. Esclusa l’induzione e l’esperienza, che cosa rimane? Come potrei accertare immediatamente (cioè senza passare per la mediazione di un ragionamento) la verità di una premessa? Secondo gli scettici antichi non c’è alcun modo di farlo.

di Giorgio Giacometti