La “vera” dottrina di Eraclito di Efeso

Nel dialogo Teeteto, come abbiamo visto, Platone riconduce le dottrine di Protagora a quelle di altri filosofi precedenti e, specialmente, a Eraclìto, il saggio pre-socratico naturalista vissuto a Efeso, in Asia Minore, tra il VI sec. e il V sec.

A Eraclito, infatti, si attribuisce la dottrina (insegnata soprattutto dai suoi discepoli, come Cràtilo) secondo la quale “tutto scorre” (in greco: pànta rhêi), in base alla quale, dunque, come per Protagora, non si potrebbe dire una volta per tutte che cosa sono le diverse cose, poiché il loro “essere” (vere o false, buone o cattive ecc.) cambierebbe a seconda non solo di chi le contempla, ma anche del momento in cui le si contempla.

Tuttavia, Eraclito tratta bensì del “divenire”, ma non come qualcosa di completamente “indeterminato”, caotico, privo di qualsiasi “oggettività”, ma come il movimento (spesso periodico o circolare) tra due contrari o estremi (vita e morte, luce e tenebre ecc.). Lo stesso “scorrere” di un fiume presuppone, se ci pensiamo, i contrari “alto” e “basso” tra i quali le acque del fiume fluiscono.

Sembra, quindi, che quello che Eraclito vuole soprattutto mettere in luce è che in natura tutto si svolge sulla base di contrari, che sono tali che l’uno non sarebbe se anche l’altro non fosse (bene e male, sazietà e fame ecc.). L’unità dell’universo è resa possibile soltanto dal conflitto, nel suo stesso seno, di tali contrari. Dei contrari, inoltre, si direbbe che uno rappresenti sempre il polo, per così dire, positivo (bene, luce, sazietà, veglia, salute ecc.) e l’altro il polo negativo (male, buio, fame, sonno, malattia ecc.). Il positivo, dunque, da un lato combatte il negativo, per affermarsi, ma, dall’altro lato, deve presupporlo (implicarlo) anche solo per “essere” qualcosa.

Eraclito sembra dunque suggerirci che, sebbene, come anche per Protagora, tutto sembri o appaia diverso nei diversi momenti e per diversi spettatori (esempio della strada che sale e che scende), si possa affermare con certezza (sapere, avere scienza) che tutto fluisce sempre, necessariamente da contrari.

Le opinioni possono essere mutevoli, come le “cose” che divengono sempre diverse, Ma la “legge” (il Lògos) di questo eterno divenire, scandito dal movimento ritmico tra i contrari, non muta, come non mutano in se stessi gli opposti, come estremi del movimento.

In generale, per misurare qualcosa che si muove, occorre fare riferimento a qualcosa di fermo. Ad esempio, se le unità di misura cambiassero di continuo, non si potrebbe neppure essere certi che, se qualcosa è cresciuto, poniamo, di un “metro”, esso sia veramente aumentato. Si può riconoscere ciò che diviene solo presupponendo che qualcosa resti stabilmente fermo. Analogamente, una pietanza da calda può diventare fredda, ma, perché io possa riconoscere che è avvenuto questo processo, deve sussistere una “scala” termometrica in cui sia “fissato” un insieme “immobile” di valori ai quali io possa, di volta in volta, associare la temperatura raggiunta da quella determinata pietanza.

La filosofia di Eraclito propone che questo qualcosa di fermo (di cui si può avere scienza) siano i contrari (e la legge del loro alternarsi).

In generale non sapremmo neppure che nome dare a ciò che non ammette un contrario (o, comunque, qualcosa di diverso da sé). Se ci pensiamo, le cose che nominiamo, quando le scegliamo (ad esempio, il fatto di “andare al lavoro”), sono sempre tali da ammettere anche il diverso da sé (lo “stare a casa”); altrimenti sarebbero probabilmente senza nome.

di Giorgio Giacometti