La prospettiva (neo)platonica come ricapitolazione della filosofia antica


PlotinoPlotino (III sec.  d. C.) offre una prospettiva che ci permette di ricapitolare i risultati a cui è giunta la filosofia antica.

Il Principio di tutte le cose (l’arché od origine di cui erano alla ricerca, secondo Aristotele, i primi filosofi, a cominciare da Talete, ma che è stata inseguita anche dai maggiori pensatori, come Platone, che la individuava nell’idea di Bene, o come Aristotele, che la identificava a Dio, come pensiero di pensiero e causa prima del mondo, o come gli stoici, che, sulle orme di Eraclito di Efeso, la riconoscevano nel Lògos), a ben meditare, si presenta a Plotino come ineffabile, cioè inesprimibile, e anzi impensabile.

Si può evocare al riguarda l’antinomia della “causa dell’essere” (quale il Principio dovrebbe essere): se essa fosse, sarebbe contraddittoriamente causa di se stessa (dovrebbe “esistere” prima di “esistere” per poter “esistere”); se non fosse, non avrebbe la forza di causare alcunché (difficilmente qualcosa che non “esiste” può compiere qualsivoglia azione). Dunque il Principio, sfidando il principio di non contraddizione, è un impensabile e, perciò, ineffabile.

Plotino lo denomina, tuttavia, Uno (mutuando il nome dal Parmenide di Platone, che mostra come l’Uno, antinomicamente, sia tutto e niente), ma talora anche Bene (nella Repubblica di Platone l’idea del Bene, espressamente dichiarata al di là dell’essere  [epèkeina tês  ousìas] e della conoscenza, è rappresentata simbolicamente dal Sole fuori della mitica caverna, che, veduto, acceca, pur restando ragione di vita per tutte le cose e fonte della loro conoscenza). In generale, Plotino ha cura tuttavia di avvertire di non poter parlare del Principio che per immagini.

Come scaturisce dal Principio il mondo, molteplice e in divenire, di cui facciamo esperienza? Anche qui, secondo Plotino, non possiamo che parlare per immagini; in particolare la seguente: l’Uno produce il mondo, inizialmente come “mondo delle idee”, per generazione (ma Plotino parla anche di illuminazione o irradazione [èklampsis], emanazione o processione ecc., servendosi, cioè, di diverse metafore, tutte, evidentemente, allusive e inadeguate ad esprimere l’inesprimibile scaturigine del tutto dall’Uno).

Ciò a cui Plotino allude è una trasformazione del Principio nel mondo, che avviene, tuttavia, senza impoverire il Principio, in modo tale che il mondo, prima quello delle “idee”, quindi anche il nostro mondo sensibile, non sia altro che il Principio stesso guardato, per così dire, in un’altra prospettiva (o, in termini moderni, secondo un altro sistema di riferimento).  Si parla, al riguardo, di “acosmismo”, nel senso che il mondo (cosmo) che ci appare sarebbe solo un’illusione (ottica), perché non esisterebbe, in fondo, altro che il Principio.

Il “mondo delle idee” è, dunque, il “Figlio” del Principio, letteralmente “della stessa sostanza” (o, meglio, essenza) del Padre, solo divenuto molteplice (per le ragioni per le quali, come Platone ha dimostrato contro Parmenide, l’essere è necessariamente molteplice, pur essendo, come diceva Parmenide, eterno e immobile).

Perché l’Uno non genera un altro Uno? La risposta di Plotino è semplice: l’Uno, che è perfetto, come ogni vivente giunto a piena maturità, genera spontaneamente (dunque non per “libera scelta” o per “volontà”) quanto di meglio può generare, ma non può generare un altro Uno; l’Uno è solo Uno, dunque genererebbe se stesso, cioè non genererebbe affatto. Dunque Egli genera quanto di più perfetto può generare, eccetto se stesso, e questo è il “mondo delle idee”, in ciascuna delle quali si rispecchia l’Uno. Poiché l’Uno è il Bene, il mondo delle idee è il miglior mondo possibile, perché è generato dal Bene. Plotino lo chiama Intelligenza, perché, come Dio secondo Aristotele, è “pensiero di pensiero”: non è solo intelligibile (idea), ma è anche intelligente (pensiero), perché non si ha mai “essere” senza “intendere” (o “pensare”) come aveva già dichiarato Parmenide.

Il “Figlio” o “mondo delle idee” o “cosmo intelligibile” o “intelligenza” genera spontaneamente, a sua volta, quanto di più perfetto possa generare, ossia qualcosa di massimamente simile a Lui, ma inferiore di un grado. Si tratta dell’anima del mondo (sensibile), che è identica all’intelligenza, salvo che per una proprietà: è principio di movimento. Siamo al livello in cui l’essere non è solo molteplice, ma distinto in essere “in potenza” ed essere “in atto”. Il movimento implica spazio, tempo e materia. Nasce con l’anima del mondo il nostro mondo sensibile. L’anima si divide in altrettante anime, quanti sono i corpi dei viventi che devono nascere, crescere e morire.

emanazioni

Nel mondo sensibile, scaturito così, attraverso l’Intelligenza, dall’Uno vigono le leggi della Fisica (e della Metafisica) di Aristotele (per esempio le categorie, la distinzione tra atto e potenza, i quattro tipi di movimento e i quattro tipi di cause, il principio di non contraddizione ecc.), mentre al mondo intelligibile si applica la dialettica di Platone (che mette in luce i limiti del principio di non contraddizione: ogni “idea” è e non è ogni altra).

Nel mondo sensibile i viventi ricercano la felicità come insegnano, diversamente, Aristotele, gli stoici ed Epicuro (questi ultimi ignorando, tuttavia, del tutto l’esistenza di qualcosa di immateriale). Il destino vero dell’anima, tuttavia, come suggerito da Pitagora e Platone, è la separazione dal corpo che la rende pura intelligenza, quindi il ritorno all’Uno (cioè al Principio), al di là dell’essere e dell’intelligenza, come Platone dipinge l’idea del Bene, ossia ciò che siamo, ma che abbiamo dimenticato di essere.

Per raggiungere questo fine, che è oltre l’intelligenza, come suggeriscono Platone e Plotino, e ribadiranno, nel Rinascimento, Marsilio Ficino e Giordano Bruno, l’anima è guidata dall’amore.

di Giorgio Giacometti