La confutazione socratico-platonica del relativismo

  • Se i sofisti avessero ragione, ciò che appare a ciascuno (non solo in campo etico, ma in tutti i campi) sarebbe anche così come appare?

Esattamente. Non si potrebbe trascendere (superare) il recinto dell’apparire. Se così fosse, non sarebbe possibile, ad esempio, pentirsi di qualcosa, né, in generale, ricercare la verità dietro il velo dell’apparenza.

In generale distinguiamo tra due fondamentali ambiti: quello dell’essere e quello dell’apparire, a cui possiamo rispettivamente associare altri “ingredienti”:

essere                                                           apparire

(oggettivo)                                   (soggettivo)

verità                                                            illusione

scienza                                                         opinione

(sapere)                                                        (credere)

(conoscere)                                  (“pensare”)

(intendere, comprendere)                         (immaginare)

La ricerca (ad esempio scientifica) ha senso solo se i due ambiti non coincidono. Se pensare qualcosa equivalesse a conoscerla, cioè le cose fossero così come appaiono, come pensano i sofisti (e, in generale, i relativisti di ogni tempo), la ricerca sarebbe vana. In campo scientifico, ad esempio, possiamo avere le più varie opinioni sul valore dell’accelerazione di gravità, ma opportuni esperimenti possono – almeno così si ritiene – dimostrare (in modo più o meno oggettivo) quali sono vere e quali false.

  • Come stanno dunque le cose?

Innanzitutto consideriamo quanto segue. Chi ha una qualsiasi opinione, non pensa che la sua sia soltanto un’opinione, ma che corrisponda a qualcosa di vero. Altrimenti egli non avrebbe quella determinata opinione.

Ad esempio, se io credo che Gesù sia risorto, non credo che anche chi non la pensa come me possa avere ragione dal suo punto di vista (nell’esempio, che Gesù non sia risorto), altrimenti, se davvero accettassi che le opinioni degli altri fossero equivalenti alla mia, di fatto non avrei quella determinata opinione, ma quest’altra: Gesù potrebbe essere risorto, ma anche non essere risorto.

Sotto questo profilo è implicita nella stessa nozione di “opinione”, “credenza” , la distinzione tra la “semplice credenza” e la “verità” (che, ovviamente, io attribuisco alla “mia” credenza, ma non a quelle degli altri).

Possiamo ora più determinatamente approfondire come il filosofo “tipo”, Socrate, nella ricostruzione di Platone, confuta il relativismo, a partire dalle contraddizioni nelle quali incorrono gli stessi sostenitori del relativismo; come il sofista Protagora, che diceva: “L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non  sono”; nel senso che le cose sono questo o quello in funzione della percezione di chi le osserva: ossia sono come appaiono.

Socrate, nella ricostruzione di Platone (IV sec. a. C.), esposta nel dialogo Teeteto, riconduce la dottrina relativistica di Protagora a diverse dottrine pre-socratiche (a Omero, Empedocle ecc.), ma soprattutto alla dottrina di Eraclito, secondo il quale “tutto scorre”. Infatti, il fatto che le cose siano diverse a seconda di chi le percepisce, se costui è sano oppure malato ecc., come sostiene il relativismo sofistico, sembra suggerire che, in generale, nulla stia fermo, ma tutto sia in movimento e ciascuna cosa possa essere sempre diversa da com’è.

Se la teoria secondo cui tutto scorre è confutata da Platone soprattutto per mezzo della sua celebre teoria delle idee – che, se si eccettua Parmenide (VI sec. a. C.), rappresenta il primo serio tentativo di distinguere, almeno in linea di principio, scienza e opinione -, nel Teeteto assistiamo, invece, a una quadruplice confutazione del relativismo:

  1. Protagora cade, innanzitutto, in una contraddizione teorica perché, sostenendo che tutte le opinioni sono vere, deve ammettere la verità anche del punto di vista di chi nega lo stesso relativismo sofistico;
  2. il relativismo, non spiega poi perché alcune opinioni riguardanti eventi futuri sono verificate (sono costituite da ipotesi che “salvano i fenomeni”), mentre altre sono smentite, il che sembra suggerire che non tutte le opinioni siano uguali e che si possa distinguere, sotto questo profilo, chi ha scienza da chi non ce l’ha;
  3. non è possibile identificare conoscenza e sensazione, come il relativismo fa, perché noi sappiamo anche cose che semplicemente ricordiamo; può darsi, quindi, che, come un cubo, veduto, può apparire secondo diverse prospettive, ma noi sappiamo che è un cubo, in generale ciò che sappiamo, diversamente da ciò che percepiamo (e che, quindi, crediamo), sia la stessa cosa per tutti e non diversa per ciascuno;
  4. Protagora cade, infine, in una contraddizione pragmatica (o performativa) perché, pur sostenendo che tutte le opinioni sono vere, atteggiandosi a maestro (dunque come qualcuno che sapesse qualcosa che gli altri ignorano), si comporta come se avesse qualcosa da insegnare agli altri.

di Giorgio Giacometti