Il relativismo sofistico

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Come proseguire la ricerca del bene?

Abbiamo visto, come la “scienza del bene” (o etica) sia considerata da Socrate (e quindi da Platone) la scienza più importante, quel sapere che, coincidendo con la saggezza, costituisce il fine della ricerca filo-sofica. Ma Socrate non ha potuto dirci (né dimostrarci) quello che egli stesso non sapeva, ossia in che cosa consistesse il bene. Tutt’al più lo ha testimoniato con il suo sacrificio. Da lui possiamo forse imparare che è bene cercare il bene quando non lo si conosce. Ma evidentemente non ci si può accontentare di questo, pena la caduta in una specie di circolo vizioso (o, meglio, di cortocircuito logico).

Ci imbattiamo, poi, in un ostacolo.

Le controversie etiche (e politiche) sembrano particolarmente difficili da dirimere. Come abbiamo visto, se la maggior parte dei filosofi greci sembra concordare con Aristotele  che il bene supremo sia la felicità (ma già non più i filosofi moderni, cfr. Kant), essi si dividono quando si tratta di stabilire in che cosa la felicità consista: nel piacere (Epicuro), nel dovere (stoici),  nell’esercizio dell’intelligenza (Aristotele)… Perfino gli dei sembrano litigare riguardo al bene (cfr. Platone, Eutifrone), mentre chiunque potrebbe facilmente concordare con chiunque altro sulla soluzione di problemi scientificamente risolubili (come il valore della temperatura di un certo liquido, l’altitudine di una montagna, l’accelerazione di caduta di un grave ecc.).

Nel campo dell’etica sembra, dunque, di dover registrare una forma di relativismo, mentre nel caso di altre scienze (anche riferite all’uomo) le cose sembrano andare diversamente.
Nel caso della medicina, ad esempio, per sapere ciò che è bene per il corpo (ossia ciò che gli procura salute), è sufficiente conoscere il corpo. Nel caso dell’etica, che cosa occorre conoscere per sapere ciò che è bene per noi, in generale (non singolarmente presi, ma come esseri umani)?

Nasce da questo interrogativo l’esigenza che la filo-sofia, in quanto ricerca della saggezza come scienza del bene, si preoccupi non solo del proprio oggetto, il bene, ma anche dei mezzi di conoscenza per pervenirvi.

Se si trattasse di conoscere qualcosa di “materiale”, per esempio il nostro corpo, si potrebbe esercitare la nostra conoscenza su qualche “oggetto”, ossia conoscere attraverso l’esperienza dei sensi (la medicina è in grado di sapere che cosa è bene per noi, in quanto corpi, ossia in che cosa consista la nostra salute, attraverso una conoscenza di questa natura). Ma qui si tratta di sapere ciò che è bene per la nostra anima, l’anima di ciascuno di noi, che è invisibile e, secondo alcuni (ma, come sappiamo, non tutti), immateriale.

Solo ciascuno di noi può “vedere”, per così dire, nella propria anima e, così ricercando, scoprire ciò che è bene per sé? Per i credenti non è del tutto vero che in campo etico ognuno sia il miglior giudice. I cattolici, ad esempio, credono che la Bibbia e, in particolare, il Vangelo siano la migliore fonte per discriminare il bene dal male. Essi ritengono, inoltre, che la Chiesa e, specialmente, il Papa forniscano l’interpretazione più attendibile di quella che considerano parola di Dio, dunque innegabilmente vera, anche in campo etico. Analogamente, i buddhisti ritengono che chi, per avere meditato più degli altri, ha raggiunto un grado più elevato di illuminazione, possa fungere da “maestro” di “virtù”.

Se, invece, ciascuno deve cercare in se stesso che cosa sia bene per se stesso e questo bene, per di più, varia nel tempo, come potremmo mai pervenire a una scienza del bene? Si potrebbe credere (ma, come vedremo approfondendo la maieutica socratica, non è necessariamente così) che al massimo potremmo formulare una semplice opinione sul bene (che riguarderebbe ciò che semplicemente, di volta in volta, ci appare bene).

Se portassimo alle estreme conseguenze questo ragionamento, sarebbe, ad esempio, assurdo o impossibile “pentirsi” dei propri errori, perché, quando li abbiamo commessi, quello che pensavamo che fosse bene era effettivamente bene per noi. Se, in seguito, abbiamo cambiato opinione, non potremmo comunque accusare noi stessi di avere sbagliato… Ma è proprio così? Questo è, comunque, ciò che pensavano i sofisti, contemporanei di Socrate, le cui opinioni erano contraddistinte, appunto, da un caratteristico e rivoluzionario (per l’epoca) relativismo.

Secondo l’anonimo autore dei Discorsi doppi, ad esempio,  il bene e il male non sono la stessa cosa ma ciascuno dei due può essere anche l’altro a seconda del punto di vista di chi li considera. In altre parole entrambi sono “soggettivi”: quello che per un individuo può essere considerato bene per un altro individuo può costituire il male. Come l’anonimo afferma in uno dei suoi tanti esempi, per il costruttore di navi è un bene che esse vengano distrutte perché così colui che precedentemente le ha acquistate ne deve richiedere altre; per quest’ultimo, invece, la distruzione è un male perché dovrà spendere per comperarne nuovamente.
L’anonimo sofista afferma anche che la stessa cosa può essere ora buona ora cattiva per lo stesso individuo in momenti diversi.
Ciò, però, non implica che bene e male si confondano tra loro. Altrimenti dovremmo essere grati a coloro che ci fanno del male o rimproverare chi ci fa del bene.

ProtagoraA Protagora di Abdera sono attribuite tesi analoghe a quelle dell’aninimo sofista. Le tesi dei due autori concordano, in particolare, sul fatto che vi possano essere diverse opinioni riguardo al bene. Tuttavia Protagora

  1. estende il relativismo a tutti gli esseri viventi,
  2. sostiene che, se non è possibile stabilire quale tra due opinioni sia la più vera, almeno è possibile cercare di capire quale è più utile;
  3.  il relativismo sofistico è esteso dal bene ad ogni altra cosa

Il relativismo sofistico, in quanto si riferisce soltanto al bene e al male, è una forma di relativismo etico (essendo l’etica la scienza del bene). Ma nella misura in cui esso si estende all’essere stesso (alla “realtà” di tutte le cose), si tratta di relativismo ontologico (essendo l’ontologia la scienza dell’essere, da lògos, “discorso”, “scienza”, e òn, òntos, “ciò che è”). Anzi, in Protagora il relativismo sembra più ontologico che etico. Protagora, infatti, pensa che certi modi di essere siano “migliori” o “più utili” di altri, ma “più veri per nulla”.

In generale, i sofisti condividono con i primi filosofi greci e, in particolare, con Socrate la scoperta del valore della ragione e della parola (chiamate entrambe lògos in greco antico) – rispetto ad esempio al mito e alla religione, coltivati presso altri popoli come gli Ebrei o gli Egizi – per la vita umana. Ma mentre i filosofi si servono del lògos, per lo più, per cercare attraverso di esso di scoprire ciò che è meglio fare ed essere, dunque per indagare gli scopi della vita, i sofisti, credendo che ciascuno sia il miglior giudice del proprio bene e che, dunque, del fine della vita non valga la pena occuparsi, perché esso è restituito dall’opinione che ciascuno ne ha, ritengono che l’uso più fruttuoso della ragione  sia quello diretto a trovare i mezzi più efficaci per conseguire i propri scopi, quali che essi siano.

l lògos, in mano ai sofisti, rivela così il suo straordinario potere in due campi: quello politico e quello giudiziario, in cui si tratta di convincere qualcuno di qualcosa. Poiché una verità assoluta non esiste, per i sofisti, non si tratta neppure di “ingannare”, ma semplicemente di persuadere, in un “gioco” in cui non ne va mai della verità, ma solo degli interessi (dell’utile) dei partecipanti al gioco stesso (si svolga questo in un tribunale o in una piazza). Come si comprende, i sofisti anticipano non solo i moderni avvocati e politici, ma anche gli esperti di comunicazione, sia che si dedichino al mercato (marketing) e alla pubblicità, sia che si occupino di propaganda politica.

di Giorgio Giacometti