Perché è così importante la “virtù”?

areteLa virtù è ciò che di meglio siamo e facciamo.

“Virtù” deriva da “vir”, “uomo”. In questo senso la virtù, riferita a ciascuno di noi in quanto uomo, è ciò che fa di un uomo un uomo (come nell’esortazione: “Sii uomo!”). Il termine greco per “virtù”, cioè “areté”, ha la stessa radice di “àriston” (“ciò che è meglio”), “àristos” (“il migliore”): la virtù è il nostro meglio, ciò in cui possiamo eccellere, il nostro miglior modo di essere, prima ancora che di agire. Nella prospettiva di Aristotele si tratta di una “disposizione costante” o “abito” , che va costantemente esercitata, non di una singola azione.

L’esercizio si rivela, dunque, un elemento fondamentale dell’etica antica. È vero che, come insegna Socrate, basta “sapere” o anche solo” credere” che qualcosa sia “bene” per perseguirlo, ma è anche vero che questo stesso “sapere” non è qualcosa di astratto, di formale, di verbale, ma, per essere autentico, dunque efficace, deve trattarsi di un sapere vissuto, frutto dell’esperienza che consegue all’esercizio.

Riferita non all’uomo in generale, ma a ciascuno di noi, virtù è ciò in cui ciascuno può eccellere, ciò per cui è nato, ciò che lo realizza, nel senso che rende “reale” (o effettiva, attuale) la sua natura (ciò che siamo da quando siamo appunto nati, da distinguere da ciò che possiamo diventare sulla base dell’esperienza successiva). Si tratta di una “disposizione costante” ad essere e agire in un determinato modo. Infatti, si tratta di ciò che si è essenzialmente, ossia ciò che necessariamente siamo, non ciò che siamo accidentalmente, ossia ciò che possiamo essere o non essere, che siamo magari oggi, ma non domani.
In un orizzonte diverso, religioso, si parlerebbe di ciò a cui siamo chiamati (da Dio), cioè della nostra vocazione. Ad esempio, un bravo medico è forse nato per essere tale (in questa prospettiva la sua successiva “educazione” non ha fatto altro che portare fuori – e-dùcere – quello che già egli era in potenza). Se fa il medico, realizza la sua natura, diviene quello che è (senza sapere ancora di esserlo). Se, invece, per una serie di circostanze accidentali, casuali, ad esempio perché cede alla tentazione di procurarsi piaceri a buon mercato (ad esempio, se il “potenziale” medico si dedica non alla medicina, ma all’arte di “far soldi”, detta in greco “crematistica”), costui non farà il medico, magari potrà essere felice (chi lo sa, secondo la visione antica ci sarebbe da dubitarne…), ma non sarebbe “realizzato”. L’accaduto sarebbe un vero “peccato”, una sorta di “spreco” (di risorse, di energie, soprattutto di… competenze, altro termine con cui si potrebbe tradurre “virtù”).
Questo esempio suggerisce che la propria virtù o la propria natura (ciò per cui siamo nati) si realizza solo se riusciamo a trovare, per così dire, il “nostro posto” nell’ordine del cosmo/mondo (e della società, della “città” ideale che abitiamo con tutti gli altri esseri umani). Questo nostro “dovere”, se lo compiamo, più del piacere del momento, può renderci anche felici. Tale è fondamentalmente la scommessa degli stoici, i filosofi antichi che più di tutti (eccetto forse il solo Socrate) hanno identificato virtù e felicità.

Il concetto di virtù degli stoici, in particolare, riprende quello classico, socratico, platonico e aristotelico (giustizia, coraggio, temperanza, saggezza ecc.), con la differenza che il bene che questa virtù promuove non è tanto o solo quello della città (polis), quanto soprattutto quello del cosmo stesso (cosmopolitismo). Lo specifico dovere (l’officium, il compito, la funzione, ciò che spetta o conviene a ciascuno, kathékon) sarà diverso a seconda che uno sia uno schiavo (come il filosofo Epitteto) o un imperatore (come il filosofo Marco Aurelio), ma la virtù è la stessa e coincide con la conoscenza del proprio dovere (come per Socrate).

di Giorgio Giacometti