Presupposti (finalistici) dell’etica stoica

L’etica di Epitteto e degli stoici in generale si basa sul presupposto (fisica) del fatto che siamo parti di un tutto (il cosmo) razionale e provvidente.

L’osservazione mostra infatti che esiste un ordine con una precisa finalità (l’alternanza provvidenziale delle stagioni, la disposizione degli organi del corpo animale, il ciclo delle acque ecc.), difficilmente compatibile con i presupposti dell’atomismo epicureo. Ciascun essere ha dunque la propria funzione, come l’organo di un organismo più grande. Gli animali la trovano per mezzo dell’istinto. L’uomo la trova grazie alla ragione, che non è altro che una scintilla nel corpo umano della ragione del cosmo stesso (Dio o la Provvidenza). Si noti che gli stoici, nonostante questo riferimento, restano materialisti perché pensano che la ragione stessa sia materiale, come gli epicurei credono che l’anima sia corporea.

La ragione permette al saggio di conoscere il proprio dovere senza lasciarsi ingannare dai sensi e dai desideri. Vero è che a volte l’istinto, quale si esprime in emozioni e desideri, suggerisce anche all’essere umano la cosa migliore da fare. Ma poiché non è sempre così, secondo gli stoici la cosa migliore da fare è affidarsi alla sola ragione, facoltà esclusivamente umana (oltre che divina). In tal modo il saggio può conseguire lo scopo dell’uomo che non è se non l’esercizio della sua virtù (intesa come la capacità di fare il proprio dovere che, a sua volta, coincide con quello per cui siamo nati, con la nostra funzione nell’ordine cosmico). Si tratta di preoccuparsi solo di ciò che dipende da noi (Epitteto), disinteressandosi di ciò che non dipende da noi. Se non ci si illude riguardo a ciò che non dipende da noi, non se ne potrà mai essere delusi. Il solo male può provenire da noi stessi. Se lo evitiamo, saremo felici, anche tra i più atroci tormenti (come Zenone nel toro di Falaride).

di Giorgio Giacometti