Come concludere?

  • Quando finisce la storia della filosofia?

Dipende da quello che intendiamo per “filosofia”.

  • E tu che cosa intendi per “filosofia”?

Io intendo la ricerca (l’amore) della saggezza in senso classico, una pratica orale, fondata sul dialogo, esercitata da “filò-sofi” che si mettono radicalmente in gioco praticandola, per i quali ne va della loro stessa vita (come nel caso esemplare di Socrate). Se la intendi anche tu così, puoi considerarla conclusa nel 529 d. C., con la chiusura, ad opera dell’imperatore Giustiniano, della Scuola d’Atene.

  • Perché proprio quella data? Non vi è stata più filosofia dopo d’allora?

Non in senso pieno e classico.  Con la fine del mondo antico, il legame tra teoria e vita si è trasferito in un ambito francamente religioso (ecco perché tendiamo ad associare l’antico modo di fare filosofia alla religione).

I “saggi” ellenistici si sono progressivamente trasformati nei “santi” cristiani (e le rispettive vite raccolte da discepoli e dossografi in altrettante “agiografie”). Una figura chiave di tale passaggio (cfr. Christine Mohrmann, Introduzione alla Vita di Antonio, tr. it. Lorenzo Valla, Milano 2007), sembra rintracciabile, nel III secolo d. C., in Sant’Antonio del Deserto (o Sant’Antonio Abate), il celebre fondatore del monachesimo cristiano. La Vita di Antonio di Atanasio di Alessandria, in particolare, sembra riprendere talora quasi letteralmente la Vita di Pitagora di Porfirio (cfr. Ysabel de Andia, Antónios hos hypò lógou kybernómenos, in Angela M. Mazzanti (a cura di), Il Logos di Dio e il logos dell’uomo. Concezioni antropologiche del mondo antico e riflessi contemporanei, Vita e pensiero, Milano 2014, pp. 208-9).

  • Come mai questa progressiva scissione tra pensiero e vita?

Il discorso sarebbe lungo. Un ruolo particolare potrebbe averlo giocato, in questa scissione tra teoria e prassi, la persistenza, in campo morale, della medioevale funzione ancillare che la filosofia assolveva nei confronti della teologia cristiana.

  • Vale a dire?

Come sai, nel medioevo, la filosofia, detta scolastica, veniva considerata ancilla theologiae (ancella della teologia). Essa non doveva occuparsi, per citare un autore successivo, Galileo, di «come si vadi in cielo», ma soltanto di «come vadi il cielo» (cfr. Galielo Galilei, Lettere, Einaudi, Torino 1978, p. 135): cioè di teoria (astronomia, fisica ecc.), non di etica. Un passaggio fondamentale in tal senso fu rappresentato, nel XIV sec., dalla distinzione operata da Giovanni Duns Scoto tra la filosofia come scienza teoretica (“metafisica”) e la teologia (ad essa sovraordinata) come scienza pratica. La morale la si ricavava direttamente dai precetti religiosi, teologicamente filtrati.

  •  Ma la filosofia non si è finalmente emancipata dalla teologia in età moderna, con Cartesio e poi Kant?

Questo è vero soprattutto nel campo della scienza della natura, nonostante vari travagli. E ciò ha permesso, in modo relativamente precoce (dal Seicento in poi), l’elaborazione non solo di un’autonoma scienza della natura, ma anche di un’attività sperimentale, manipolativa e, successivamente, tecnologica, coerente con la teoria di riferimento. In campo etico, invece, le cose sembrano essere andate piuttosto diversamente.

  • Ovvero?

Se eccettuiamo certi “esperimenti etici” rinascimentali e altri casi eccezionali o individuali (De Sade e i libertini del Seicento, Schopenhauer, Nietzsche, tra altri), occorre attendere almeno il Novecento per registrare, nel mondo laico, sul piano culturale e “di massa”, la ripresa di una certa consapevolezza della necessità “filosofica” di coerenza tra pensiero e azione.

  • A che cosa ti riferisci?

Alludo all’esperienza dell’esistenzialismo del Novecento e alle forme “militanti” di certo marxismo. In entrambi i casi si è assistito a concreti e diffusi esperimenti di “prassi” intesi a rendere (più o meno) coerente testimonianza della teoria, accompagnati dalla coscienza (“intellettuale” o “di classe” che fosse) del valore simbolico (in senso forte) di questa stessa testimonianza come “inveramento” della teoria.

  • Mi sembra, però, che la storia successiva abbia deluso le speranze che questi movimenti avevano inizialmente suscitato.

Direi di sì. Sono apparsi, più che come il frutto di un approccio autenticamente filosofico alla vita, come il risultato, rispettivamente, di una moda culturale e di un’ideologia.

  • E oggi come siamo messi?

Non bene, direi. Ai nostri giorni è soprattutto la Tecnica a sfruttare le nostre paure per esercitare la sua sottile, occulta (e non meno occhiuta) violenza, ultima metamorfosi delle forme di espropriazione della nostra vita.

  • La modernità ha dunque cancellato, secondo te, ogni traccia della filosofia in senso antico, ossia pratico e non solo teorico?

Almeno non ne ha cancellato il ricordo. In alcun momenti alti, la “filosofia” più recente si è “ricordata” di dover attingere a esperienze “altre”; anche se poi, per così dire, ne ha “fatto” letteralmente ben poco, se non istituire nuovi “dipartimenti universitari”. Soprattutto, non è riuscita a ricreare una “tradizione”.

  • A quali esperienze ti riferisci?

Durante il romanticismo, ad esempio, si è potuto immaginare che organo della filosofia fosse, oltre che la parola, dettata dalla ragione, l’arte (cfr. Friedrich W. J. Schelling, Sistema dell’idealismo trascendentale (1800), Sez. 6, § 3, tr. it. Laterza, Bari 1990, p. 301. «L’arte [è] l’unico vero ed eterno organo e documento insieme della filosofia».) o, più in generale, il sentimento rettamente inteso (Gefühl).

  • E oggi? Vi sono tracce della filosofia per come essa veniva intesa nel mondo antico?

La sfida delle pratiche filosofiche contemporanee consiste proprio in questo, nella mia prospettiva: nel resuscitare la filosofia come filosofia, in senso pieno e classico.

di Giorgio Giacometti