Origine pitagorica della dottrina dell’immortalità dell’anima

Ipazia

La dottrina platonica dell’immortalità dell’anima risale verosimilmente ai pitagorici.

Pitagora e i suoi seguaci (VI-V secc. a. C.), più antichi di tutti gli altri filosofi che abbiamo incontrato (precedenti agli stessi Eraclito e Parmenide), salvo Talete, sono stati i primi a intuire che dietro i fenomeni apparentemente confusi e irregolari dell’universo deve esserci un ordine (che in greco si dice: “cosmo”) matematico perfetto, costituito da numeri e figure geometriche. Si tratta di un’intuizione chiave per lo sviluppo non solo della filosofia, ma anche della scienza, che sarà ripresa da Leonardo da Vinci e da Galileo Galilei e da cui avrà inizio la rivoluzione scientifica moderna.

Originariamente, però, quest’intuzione aveva un significato religioso.

Come in India alcuni ritengono di potersi liberare dalle catene del corpo e dell’illusione (maya, samsara) attraverso pratiche come lo yoga o la meditazione, come i Cristiani affidano ad esempio alla preghiera la loro speranza di redenzione dal mondo del peccato, così i primi filosofi greci sembrano avere assegnato all’esercizio della matematica e, più in generale, della conoscenza il potere di liberare l’anima (o la mente) dalle catene del corpo (ossia dalle illusioni del mondo quotidiano, fatto di preoccupazioni, angosce, desideri, paure che “mancano” l’appuntamento, per così dire, col “vero bene”).

Quest’esaltazione religiosa della conoscenza può, finalmente, farci comprendere meglio il senso dell’analoga esaltazione da parte di Aristotele (la famosa tesi per cui la conoscenza deve essere esercitare per amore della conoscenza stessa e non per altri scopi “servili”). La conoscenza, infatti, “libera”, ci fa ritornare ad essere, anche solo per un attimo, in compagnia con le cose eterne da cui siamo provenuti e che, in quanto anime, noi stessi siamo. Ci fa tornare ad essere, per un attimo, come gli dèi.

Le strade di Platone e Aristotele, qui, forse, si incontrano: la suprema scienza del bene (indicata come meta da Socrate) potrebbe coincidere con la conoscenza per amore della sola conoscenza: infatti, questa sola libera dall’inquietudine e “salva”. Potrebbe trattarsi del messaggio fondamentale di tutta la filosofia antica.

Non a caso sembra che coloro che per primi adoperarono il termine “philo-sophìa” fossero proprio i pitagorici, conferendo all’amore per la sapienza la caratteristica coloritura religiosa che si ritrova, ad esempio, nel platonismo di tutti i tempi.

di Giorgio Giacometti