L’immortalità dell’anima


animaPossiamo argomentare (o dimostrare?) che la nostra anima è immortale in diversi modi.

L’ipotesi da cui muove Platone è che noi proveniamo dal mondo perfetto che incontriamo se “usciamo dalla caverna” (simbolo anche del nostro corpo fisico). A tale mondo potremmo fare ritorno, in quanto la nostra anima (ciò che noi realmente siamo) sarebbe immortale, avendo la stessa natura delle idee che riesce a cogliere.

Lo dimostrerebbe, innanzitutto, la stessa possibilità della maieutica, in quanto si suppone fondata sulla reminiscenza.

Come potremmo sapere che certe verità (p.e. quelle matematiche) sono eterne, se la nostra esperienza sensoriale fosse limitata nello spazio e nel tempo (il tempo di una vita mortale)? Nel dialogo Menone Socrate fa dimostrare a uno schiavo dello stesso Menone un teorema (quello della duplicazione del quadrato).
Sollecitato da opportune domande lo schiavo ricava da se stesso l’evidenza del valore di tale somma, semplicemente svolgendo passo dopo passo il teorema.
Che cosa ne ha ricavato lo schiavo?
Non già una semplice opinione “soggettiva”, magari suffragata dall’autorità di un libro, ma, al contrario, una verità “assoluta”, matematica.
Ma come fa uno schiavo ignorante, incapace di leggere e scrivere, a ricavare la conclusione di un teorema semplicemente rispondendo a domande? E come fa a sapere che tale conclusione è valida per tutte le figure geometriche dello stesso tipo, ossia è necessaria ed eterna?
farfallaL’ipotesi platonica è che conoscenza sia in ultima analisi reminiscenza, ossia ricordo. La cosa si può anche esprimere dicendo che conoscere è sempre riconoscere qualcosa che, da sempre, anche se “inconsciamente”, già si sapeva (per esempio le proprietà eterne delle figure geometriche).
Questa dottrina suggerisce che qualcosa di noi è eterno. E poiché Platone ha dimostrato che noi siamo la nostra anima, forse è proprio la nostra anima a provenire dal mondo eterno delle idee e ad essersi incarnata nei nostri corpi…. Ecco, forse, perché conosciamo con assoluta certezza cose di cui non possiamo avere esperienza sensoriale (come le proprietà dei triangoli o il significato della parola “punto”).

Platone ci fornisce, tuttavia,  nel Fedone, una “prova regina” dell’immortalità dell’anima.

In questa prova in sostanza si fa il seguente ragionamento. Collochiamo in una tabella immaginaria un certo numero di sostanze o “essenze”, assegnando a ciascuna una determinata “proprietà” (ossia una qualità tale che, se viene eliminata, l’essenza ne risulta distrutta).

essenze: proprietà
neve: fredda
fuoco: caldo
tre: dispari
anima: viva

L’argomentazione platonica è sostanzialmente questa. Ciascuna delle essenze indicate non può patire la proprietà contraria a quella indicata (per esempio la neve diventare calda, il fuoco freddo, il tre pari), perché, se costretta in qualche modo a perdere la sua proprietà, sarebbe distrutta. Nel caso dell’anima, che è la vita del corpo, dunque per definizione qualcosa di “vivo”, si potrebbe pensare che possa appunto venire distrutta, come le altre essenze (che non sono eterne). Ma, mentre le altre essenze possono venire distrutte, “pur di” non patire la proprietà contraria alla loro, l’anima, se venisse distrutta, patirebbe esattamente quella “morte” che non può, per definizione, patire, perché è appunto la proprietà contraria alla sua! Dunque l’anima non può, da viva che è, diventare morta, così come il fuoco non può diventare freddo. L’anima è quindi “immortale”.
A ben vedere, si tratta di un’applicazione della dottrina di Parmenide, analoga a quella che ne fa Epicuro, quando dice: “Quando ci sono io, non c’è la morte; quando c’è la morte, non ci sono io” (ciò che è è e non può non essere, dunque non può mai cessare di essere). Epicuro, però, non trae tutte le conseguenze dalla sua dottrina, mentre Platone lo fa, deducendone che l’anima, in quanto per definizione “è” e “vive”, non può morire, restando anima.

di Giorgio Giacometti