Il mito della caverna

l celebre mito della caverna ricapitola quanto finora abbiamo compreso sulla filosofia, in generale, e introduce all’ultima tappa del viaggio che dobbiamo compiere: la tappa conclusiva, quella che dovrebbe finalmente condurci, forti di nuovi strumenti di conoscenza (matematica e dialettica), di cui comprendiamo tuttavia anche l’insufficienza (cfr. la critica scettica alla logica di Aristotele e i limiti della dimostrazione per assurdo), alla scienza del bene (o sapienza).

Che significa questo mito? Innanzitutto precisiamo che Socrate introduce questo mito, nel dialogo Repubblica, scritto da Platone, per illustrare la “natura dell’educazione“. Non si tratta, quindi, solo di “istruire”, cioè di “far conoscere” questa o quella cosa, ma di “educare”, ossia di “far crescere” alla luce della “conoscenza (o scienza) del bene“, ossia di quella che Socrate considerava la scienza suprema, senza la quale le altre scienze sarebbero inutili o perfino dannose. La ricerca della sapienza o saggezza (in cui consiste la filo-sofia) si dimostra, dunque, ancora una volta inestricabilmente una ricerca teorica (o teoretica), cioè della verità, ed etica, cioè del bene (nonché, come accenneremo subito, anche estetica, cioè del bello).

caverna_stilizzataAppare chiaro che noi siamo i prigionieri incatenati, ossia coloro che credono di sapere ma non sanno e scambiano le ombre delle cose (opinioni) per la verità (come facevano p.e. i sofisti). Chi si libera dalle catene ed esce dalla caverna è il filosofo. Le cose che egli vede sono le cose che veramente “sono”, ossia, in Platone, le cosiddette “idee” (il bello, il giusto, il vero ecc.). Le immagini delle cose riflesse nelle acque sono, probabilmente, le singole forme matematiche (perfette come le idee da cui derivano, ma molteplici, come i singoli triangoli di varie dimensioni e proporzioni sono “derivati” dall’idea universale di triangolo). Il Sole rappresenta certamente lo scopo di tutta la ricerca filosofica che, come sappiamo, in ultima analisi è il bene, la cui “scienza” è tanto fondamentale e necessaria, quanto “oscura”. Infatti il Sole acceca chi lo guarda, togliendogli quasi le parole per descriverlo. Come il Sole dà la vita alle cose (viventi) e le rende visibili agli occhi del corpo, così l’idea del bene è la causa delle altre idee e le rende conoscibili.

Questo “mistero” si può probabilmente intendere così: tutte le idee condividono la stessa “perfezione”, sono quello che devono essere e sono tutte in ordine le une rispetto alle altre, come le parti di un unico edificio (il “mondo delle idee”), modello del mondo sensibile. L’idea del bene, che non è altro che l’idea della perfezione e dell’ordine proprio di tutte le idee, è quindi, per così dire, l’idea delle idee, ciò che fa sì che ogni idea sia appunto un’idea e non qualcosa di casuale, di accidentale. Analogamente abbiamo visto che tutte le scienze non sono nulla, senza la scienza del bene, che, quindi, “fa essere” scienze anche le altre scienze.

Si può ricordare, al riguardo, un episodio curioso, citato da Aristotele. Un giorno alcuni studenti andarono a una lezione che Platone teneva nella sua Accademia dedicata al Bene, pensando di ricevere insegnamenti di tipo etico su quello che dovevano fare (della serie: i “10 comandamenti” o qualcosa di simile) per essere felici. Ma gli studenti uscirono delusi perché Platone aveva parlato solo dell’Uno, di numeri e figure geometriche. Come interpretare questo episodio? Non sappiamo. Probabilmente Platone, da vero “greco”, pensa che per “essere” felice, perfetta, compiuta ogni cosa (e, quindi, anche ogni “anima” o persona) debba essere in armonia con ogni altra, come le note sul pentagramma o le colonne di un tempio dorico (come il Partenone). Il bene si manifesta attraverso il bello e il bello (di cui ci si innamora, come vedremo quando tratteremo l’amore platonico) è reso possibile da rapporti “aurei” tra le cose e le anime (tra amici, tra chi si ama ecc.). secondo la dottrina di Pitagora.

Il ritorno del “filosofo” nella caverna simboleggia le difficoltà che chi “ha visto” ha quando cerca di raccontarlo ai “prigionieri”. Il filosofo appare goffo (ricordiamo l’aneddoto di Talete caduto nel pozzo) e, quando cerca di liberare i prigionieri dicendo loro la verità (a cominciare dal fatto che essi si stanno ingannando), non solo non viene creduto, ma viene vissuto come un disturbatore. Alla fine il filosofo viene ucciso (come è accaduto a Socrate), un po’ come il “grillo parlante” della storia di Pinocchio. Le persone sembrano preferire a volte l’illusione e l’inganno alla verità, perfino quando sospettano che l’inganno sia tale; anzi, più sospettano di ingannarsi, meno voglia hanno di ascoltare la fastidiosa “voce della verità” (anche quella del loro “cuore” o della loro “coscienza”, paragonabile al famoso “demone” di Socrate).

di Giorgio Giacometti