Analogie tra religioni e filosofie

Come accennato nella sezione dedicata alla storia della filosofia antica (la sola autentica filosofia) la prospettiva neoplatonica può essere facilmente assimilata a numerose prospettive religiose su Dio. In queste prospettive, hindu, ebraiche, musulmane e cristiane, Dio è considerato al di là di ogni possibile comprensione razionale e denominazione, oggetto di conoscenza solo a partire da una trasformazione di noi stessi in Lui (o di riconoscimento che, in fondo, noi siamo Lui stesso, dimentichi di esserlo, perché niente esiste al di fuori di Lui). Si tratta di prospettive di tipo mistico (da mistero, che significa letteralmente “conoscenza silenziosa”), spesso giudicate eretiche o comunque eterodosse all’interno delle rispettive chiese o sette (all’interno delle quali si sottolinea spesso l’insuperabile differenza e separatezza tra Dio e uomo).

Inoltre, in generale, la filosofia, nel significato antico del termine, condivide con le religioni l’impegno che richiede al praticante, un impegno “spirituale” che coinvolge la vita intera.

Una specifica analogia riguarda il cristianesimo.

Diversi filosofi cristiani, a cominciare da Origene (III sec.), per continuare con Giovanni Scoto Eriugena (IX sec.), fino ai platonici della scuola di Chartres, nel Basso Medioevo (XIII sec.), hanno riconosciuto nelle tre ipostasi neoplatoniche (Uno, Intelligenza, Anima) le tre persone in cui consiste il Dio cristiano. L’Uno, come il Padre, non è generato, ma genera. L’Intelligenza o Lògos corrisponde quasi letteralmente al Figlio (detto Lògos o Verbo nel Vangelo di Giovanni), generato dal Padre e mezzo della “creazione” di tutte le cose visibili. L’Anima del mondo corrisponde allo Spirito Santo, perché procede (il verbo “procedere” è di origine neoplatonica) dalle prime due ipostasi e “dà la vita” ai corpi (cfr. i passi del Credo niceno-costantinopolitano, che si recita a messa, sullo Spirito Santo). Naturalmente nella prospettiva neoplatonica è completamente assente la nozione di incarnazione del Lògos: non si concepisce che un singolo uomo (Gesù) possa essere Dio in modo speciale o diverso rispetto agli altri.

  • Come spiegare queste analogie?

Si può pensare a influenze reciproche e contaminazioni (più credibili per quanto riguarda il rapporto tra neoplatonismo e le religioni – ebraismo, cristianesimo, islam – che ne condividono gli spazi culturali, ossia il Mediterraneo) oppure si può pensare che a qualsiasi latitudine, in qualsiasi epoca, chi pratica la “meditazione” tenda a pervenire agli stessi risultati (per la struttura stessa della realtà oppure per la struttura della nostra mente).

Resta che molti temi etici e teologici trattati dai Greci suonano “familiari” a chi tra noi è cattolico o anche solo cristiano (protestante, ortodosso) o semplicemente religioso (aderente magari all’Islam o all’ebraismo).

  • Quali?

Come abbiamo accennato, la Chiesa cattolica condanna, ad esempio, le pratiche abortive più sulla base della dottrina aristotelica della potenza e dell’atto che su fondamenti biblici.

In generale è comune alla cultura p.e. cattolica e alla filosofia antica il tema etico del “bene” (o “virtù”) da perseguire e del “male” (o “vizio”) da fuggire.

Osserviamo già una sottile differenza, tuttavia, tra approccio “filosofico” e “religioso”: i filosofi dissuadono dal praticare i vizi perché fonti di infelicità (o di malattie), dunque su basi “razionali”, mentre chi ha fede in Dio li fugge per non commettere “peccato” e, così, dispiacere a Dio, che ci comanda (attraverso la Bibbia, i Vangeli, il Corano ecc.) di non cedervi.

È pur vero che, se crediamo che Dio sia “logico” e non ci comandi alcunché di assurdo, le due motivazioni per fuggire i vizi finiscono per convergere. Se leggiamo il Vangelo, ad esempio, notiamo che Gesù parla in parabole (cioè mediante esempi), come Socrate (in Platone) a volte ricorreva a “miti”, per persuadere i propri interlocutori della ragionevolezza di quello che propone. E’ vero che comanda come autorità, ma anche un’autorità, se vuol essere obbedita, deve prima venire riconosciuta come tale. E lo è tanto di più, quanto più appare ragionevole e convincente.

di Giorgio Giacometti