Il filosofo consulente deve avere competenze psicoterapeutiche?

  • Se la consulenza filosofica non si può ridurre a un procedimento logico-argomentativo, ma è piuttosto assimilabile a una pratica spirituale nella quale gioca un ruolo rilevante la sfera emotiva, il consulente filosofico non dovrebbe avere anche competenze psicologiche e psicoterapeutiche?

Non necessariamente. Vorrei, anzi, cercare di chiarire, nel modo più concreto possibile, la legittima diffidenza della consulenza filosofica fin dalle sue origini (evidente in Achenbach e Pollastri, ma presente anche in altri autori) nei confronti del “paradigma (psico)terapeutico”.

Facciamo finta, ad esempio, che tu sia un mio consultante, d’accordo?

  • Va bene.

Supponiamo che, prima di rispondere con franchezza ai tuoi quesiti sulla consulenza filosofica, io abbia messo in atto una serie di “attenzioni” al setting , ai nostri diversi ruoli, a un’eventuale differenza religiosa o culturale e così via. In queste attenzioni potrei essere sostenuto da quello che “so” (o, per meglio dire, non trattandosi di scienza esatta, di ciò che “credo di sapere”) da una serie di studi di psicologia. Potrei, ad esempio, temere di suscitare in te qualche “fantasma” o, davanti alla tua “difesa” delle ragioni della psicologia versus la consulenza filosofica, sapendo magari che ne hai avuto esperienza diretta, conoscendo la scuola di psicologia che hai “frequentato” e pensando, infine, che tu abbia sviluppato qualche forma di dipendenza dal tuo psicoterapeuta, potrei valutare più efficace , invece di discutere frontalmente la tua prospettiva, assumerla, “riformularla” (tecnica rogersiana) per verificare se ti riconoscessi in questa mia “interpretazione” di quello che sostieni (senza introdurre mie osservazioni, meno che mai di tipo critico) e via discorrendo.

Ora, tutto questo sembrerebbe molto delicato e molto accorto da parte mia, ma tu ne saresti davvero soddisfatto? Non vi sarebbe in queste mie attenzioni, nutrite di “sapere” o di “esperienza” psicoterapeutica, per quanto fossero divenute in me una “seconda natura”, qualcosa, invece, di artificioso? Non assumerei comunque, in qualche modo, una “presa in carico”, a cui non mi hai affatto autorizzato (come immagino tu non autorizzi i tuoi amici e le tue amiche, con le quali pretendi di dialogare da pari a pari)? Non mi investirei di un ruolo in qualche modo sovraordinato? In ultima analisi, quanto più ti “leggessi” con occhiali psicologici (per quanto delicati, senza assumere acriticamente nozioni “pesanti” come inconscio o simili) non ti renderei tanto più “oggetto” e non soggetto del nostro dialogo (cfr. Platone 2.0,, § 4.2.2., p. 346)?

  • Ma io stesso a volte mi dico: “Forse qui sto mentendo a me stesso oppure qui cado nel solito meccanismo  ossessivo ecc.”…

Può darsi, ma la questione filosofica è il fondamento di questo tipo di considerazioni, il loro valore di verità, insomma quello che comporta, non tanto se tu sia o meno vittima di questo o quel meccanismo psicologico, ma che cosa significhi il fatto che ti sembri rilevante leggerti con questo tipo di occhiali (piuttosto, p.e., che con occhiali comportamentistici o magari francamente biologistici).

Io stesso potrei magari dirti a un certo punto: “Qui secondo me, nella tua argomentazione a favore di un’iniezione di competenze psicoterapeutiche in consulenza filosofica, opera la fascinazione che hai subito per una certa scuola di psicoterapia per averla frequentata… Potrei sbagliarmi, ma tu che ne pensi? È solo un’ipotesi. Vuoi provare a fare di te stesso un oggetto di analisi psicologica e, adottando l’approccio stesso della scuola di psicologia a cui aderisci, dirmi che cosa vedi e poi discuterne? Non ho un’opinione sul valore di questa o quella teoria psicologica, ma mi interessa la tua teoria sulla psicologia e quello che ne ricavi nella tua autointerpretazione….”.

Insomma possiamo introdurre in consulenza filosofica tutta la psicologia che vogliamo (come anche tutta la fisica, la matematica, la biologia ecc.), ma non tanto come metodo per condurre il dialogo, bensì come ipotesi di lavoro su cui riflettere filosoficamente.

  • Mi sembra ingiusto considerare approcci psicoterapeutici come la psicoanalisi lacaniana o la psicologia del profondo junghiana come attività che facciano di coloro sui quali si esercitano “oggetti” quasi di una manipolazione. Sinceramente, avendo avuto esperienza di tali pratiche, non mi sono mai sentito “reificato” dal mio ruolo di “paziente”.

Non ne dubito. Del resto, nel mio articolo sulla psicoanalisi lacaniana scritto in Sofia e psiche, forte anche di un’esperienza personale, oltre che dello studio di Lacan (che ha conosciuto e apprezzato come “filosofo”, per l’importanza che questo maitre à penser ha avuto per autori come Foucault, Derrida, Badiou ecc.), ho cercato di mettere in luce tutte le consonanze teoriche tra psicoanalisi lacaniana e consulenza filosofica…

  • E allora? Lo vedi che ci sono almeno alcuni stili psicoterapeutici che non hanno niente da invidiare alla consulenza filosofica e che sono lontanissimi dal renderci “oggetti” passivi di ricerca e manipolazione?

Senz’altro vi sono psicoterapie e psicoterapie. Proprio Jung e Lacan, ma anche Binswanger e Rogers (e seguaci), costituiscono esempi di un approccio all’altro che si avvicina a quello filosofico (come documentato nel già evocato volume collettaneo  Sofia e psiche).

Tuttavia, quando, qui come altrove, ho sostenuto che un approccio psicologico ci rende almeno in parte “oggetti” e non “soggetti” di ricerca, mi riferivo a un effetto più sottile e, si potrebbe quasi dire, più subdolo di quello generato da quegli stili psicoterapeutici (comportamentistici, cognitivistici ecc.) nei quali si fa largo e franco impiego di tecniche preconfezionate nella conduzione del dialogo (se si può ancora chiamare “dialogo”!); a partire dal presupposto che noi saremmo quasi solo “casi” particolari di determinate categorie nosografiche o sintomatologiche (come quelle minutamente descritte nel famigerato “ennesimo” DSM, Manuale Diagnostico Statistico).

  • Che genere di effetto?

Pensiamo a un onesto analista lacaniano. Questi non solo può, ma deve (per questo io lo pago), mettere in gioco le sue competenze tecniche, nel caso specifico: deve riconoscere nel mio discorso quanto vi è di immaginario, condurmi alla verità del mio desiderio, giocare la partita analitica dal posto del morto ecc. (insomma deve seguire le indicazioni della sua scuola). Altrimenti sarebbe un consulente filosofico!

Quello che voglio dire è che lo psicoterapeuta è tenuto a rivolgermi uno sguardo già in qualche modo condizionato da una precomprensione piuttosto forte, anche se inappariscente o nascosta, che gli consente di “reggere il gioco”. Sotto questo preciso profilo, non sotto altri, egli fa di me un oggetto del suo lavoro, ossia qualcuno che viene pre-giudicato come abitato (se lo psicoterapeuta è lacaniano) dai tre registri del simbolico, reale e immaginario ecc. (o da archetipi ecc.).

Precisazione: in tutto questo non c’è assolutamente niente di male! Se vado dal consulente finanziario non voglio dialogare con lui filosoficamente, ma che metta in gioco le sue competenze per aiutarmi a fare scelte finanziarie. Se per qualsiasi motivo sento l’esigenza di uno psicoterapeuta e, in particolare, di uno psicoterapeuta lacaniano (perché mi sono convinto che faccia al caso mio), mi aspetto che faccia il suo lavoro e non quello del filosofo.

  • Già ma non credi che anche tu, filosofo, quando dialoghi con qualcuno, metti in gioco la tua precomprensione? Non sei un specchio, anche tu hai pregiudizi sia su quello che sia meglio dire, sia su quello che il consultante farebbe meglio a fare, sia su chi egli sia ecc.

Giusto, ma sono disposto a correggerli nel corso del dialogo. Non sono tenuto a mantenerli, mentre un analista che non credesse più, ad esempio, nell’inconscio dovrebbe, per coerenza, lasciare la sua “scuola”.

Questo tratto costantemente auto-critico della consulenza filosofica spiega anche il senso nel quale Achenbach sostiene che nella relazione di consulenza filosofica viene meno il “dislivello terapeutico” (cfr. La consulenza filosofica, p. 23).

  • A me sembra davvero ipocrita sostenere che consulente filosofico e consultante operano su un piano di parità…  Consulente filosofico e consultante non sono certo due “amici” che dialogano, senza che nessuno dei due ne sappia più dell’altro di alcunché; il consulente filosofico avrebbe solo fatto qualche studio filosofico in più, ma niente di più….  Se così fosse, perché il consulente filosofico viene pagato? In che senso quella della consulenza filosofica sarebbe una professione?

Alcuni rispondono: quello che viene pagato è il tempo che il consulente filosofico dedica al suo “ospite”, non una sua presunta competenza…

  • E tu sei d’accordo?

No,  secondo me la disparità non tocca  solo di tempo. Il consulente filosofico mette in gioco la sua formazione (se non anche la sua vita) filosofica e si mette a disposizione dell’altro (il dialogo verte su una questione posta dal consultante che lo richiede) e ne viene pagato perché lo “aiuta” in qualche modo. Sotto questo profilo non c’è parità.

  • Lo vedi? Al più si potrà parlare di semplice “pari dignità” tra i due interlocutori…

Ma questa vale anche nella relazione psicoterapeutica; addirittura – aggiungo – tra un comportamentista e la sua “cavia” (ovviamente questo è un ritratto caricaturale del comportamentista!) nella misura, almeno, in cui la seconda ha firmato liberamente un contratto che autorizza il primo a sperimentare su di lei.

In che senso, se le cose stessero così, allora Achenbach scrive che nella consulenza filosofica  verrebbe meno il “dislivello terapeutico”? È solo mosso dai suoi pregiudizi (che probabilmente non gli mancano!) contro le psicoterapie?

Secondo me  l’idea è che il consulente filosofico fa un lavoro per il beneficio dell’altro e ne viene pagato, ma questo “lavoro” non dipende da un tecnica o da un metodo di cui il consulente filosofico disponga, bensì dalla sua “vocazione” filosofica, quasi – si potrebbe dire – dalla sua “saggezza”. Insomma il consulente filosofico attinge, attraverso i metodi più vari (che può senz’altro conoscere e padroneggiare, ma che egli deve sempre anche sottoporre a critica), alla sua umanità, al suo essere “homo sapiens” cercando di essere “in atto” ciò che anche l’altro è in potenza (mi viene ora questo lessico aristotelico).

Tornando al confronto con lo psicoterapeuta: se al “lacaniano” è richiesto di padroneggiare p.e. i “registri” del reale, del simbolico e dell’immaginario, al filosofo consulente è richiesto di essere filosofo in primo luogo nella sua stessa vita, di non accettare nulla che non abbia personalmente esaminato e vissuto e, infine, di essere disposto a impegnarsi per aiutare l’altro a fare la stessa cosa.
Da questo punto di vista ciò che è fondamentalmente in gioco è l’umanità di entrambi gli interlocutori e la (potenziale) “filosoficità” di entrambi (in quanto fondata sull’umanità). Ecco in che senso, a me sembra, si può legittimamente parlare di una parità di fondo.

Certo, nessuno nega che uno psicoanalista, quando svolge la sua attività, metta in gioco la sua umanità. Tuttavia (anche a prescindere dalla questione se tale messa in gioco sia richiesta dalla pratica o sia “accidentale”) egli mette in gioco anche una competenza tecnica che è tenuto a non mettere in discussione (e, sotto questo profilo, fa del suo “cliente” un “oggetto”), laddove il filosofo, se gli viene in mente qualche “strategia” dialogica, è viceversa tenuto a metterla in discussione (a chiedersi il senso della sua adozione), magari parlandone proprio con il suo ospite (e così elevandolo, per così dire, alla sua stessa “altezza” o, meglio, “bassezza”: rendendolo cioè partecipe del suo non sapere).

La mia ipotesi, insomma, è che, mentre accetto da uno psicoterapeuta il fatto che egli adoperi “tecniche” (per quanto raffinate e impastate di umanità) nel rapportarsi a me, anzi lo pretendo, al filosofo chiedo solo che dialoghi con me senza paracadute, senza appigli, senza “competenze” di tipo tecnico, ma a partire dalla sua umanità, sinceramente, francamente.

Per essere ancora più chiaro: se tu venissi da me in consulenza filosofica, ti parlerebbe Giorgio Giacometti e ti parlerebbe in modo un po’ più attento e consapevole di quello che potrebbe fare al bar, ma non sostanzialmente diverso. Tu “pagheresti” il fatto che Giorgio Giacometti ti dedica del tempo e ti offre la sua esperienza di una “vita esaminata”. Chi ti parlerebbe sarei io. E non  direi cose diverse da quelle che direi davanti a un birra. Perché devi pagare Giorgio Giacometti? Per la sua faccia? No, perché ha studiato filosofia, ha fatto un corso biennale di consulenza filosofica, per la sua esperienza e anche, perché no?, magari perché personalmente ti convince più di un suo collega. In nessun caso, comunque, ti aspetteresti o vorresti che io adottassi qualche tipo di strategia per condurre il colloquio, anzi neppure per monitorarlo, se è a me che ti sei rivolto affinché intessa con te un autentico e libero dialogo.

  • Eppure, di fronte, ad esempio, ad un comportamento alimentare disturbato – che esige una guarigione più che una comprensione filosofica delle sue ragioni – qual è il senso di un’indagine filosofica?

Potrei risponderti con un paradosso: il senso di un’indagine filosofica sarebbe quello di chiedersi se un comportamento alimentare disturbato richieda o meno guarigione!

Mi spiego:  sembri dare per scontato che questo comportamento esiga guarigione. Perché? Se attraverso quel comportamento – lo scrivo per paradosso – io volessi esprimere il mio rifiuto per un’esistenza che non ha più senso per me, bisognerebbe chiedersi se valga o meno la pena continuare a vivere. E bisognerebbe chiederselo seriamente, senza dare niente per scontato. Non credo che ci sia peggior nemico (nel senso di persona il cui agire potrebbe sortire ad effetti controproducenti) dell’aspirante suicida di quello che, animato da buone intenzioni, tradisce nei suoi gesti che il suo obiettivo non è comprendere l’altro (ciò di cui l’altro ha probabilmente disperato bisogno), ma fare qualsiasi cosa perché l’altro non si ammazzi.

Senza arrivare a tali estremi in Platone 2.0  (cfr. § 4.1.6, p. 325 e ss. [“Elisa”] e § 7.4.1. p. 663 e ss. [“Sonia”]) documento due casi di studentesse che non si sarebbero probabilmente mai rivolte a uno psicoterapeuta se la consulenza filosofica che ho offerto loro non le avesse portate a ritenere che ricorrere a questo tipo di aiuto era per loro necessario.

Una della due studentesse aveva crisi d’ansia. Ovviamente non gliele potevo guarire, questo è chiaro e le fu detto immediatamente. Perché allora venire da me? Per decidere il da farsi. Quella ragazza, alla fine dei nostri dialoghi, ha valutato opportuno, tutto considerato, andare da uno psicologo. La consulenza filosofica non l’ha aiutata a guarire, ma a decidere di farlo.

Una persona, ad esempio, potrebbe non avere abbastanza denaro per venire a capo di certi problemi “psicologici” e potrebbe valutare (calcolare) di conviverci, considerandolo per il momento il “male minore”.

Insomma, la consulenza filosofica può aiutare non a guarire, ma a 1) chiedersi se si voglia o meno guarire (che non è affatto una domanda oziosa e va presa sul serio), 2) in caso positivo, a chi sarebbe più sensato rivolgersi.

  • In certi casi “estremi”, come quello, ad esempio, di chi soffre di anoressia, guarire è un obbligo perché l’alternativa è la morte.

Io penso in tutta sincerità che non vi sia nessun obbligo di vivere. Può essere sensato farlo nel 99% dei casi (ma non in quello di Socrate e Giordano Bruno per esempio). Nella maggior parte dei casi di suicidio tale gesto non ha niente di stoico o di “razionale”, certo, ma è solo un modo (oggettivamente sbagliato perché, se il suicidio riesce, la richiesta cade nel vuoto) di chiedere aiuto. Se è così, il consulente filosofico aiuta la persona a riconoscere il suo errore in tempo utile. Tuttavia, non si può mai dire a priori che cosa è giusto o no fare, perché si abdicherebbe in quell’istante alla filosofia.

Certo, si può credere che qualcosa sia più giusta di un’altra (p.e che un’anoressica viva e non muoia). Ma questo non basta a orientare una consulenza filosofica in una determinata direzione (se lo facesse, essa, semplicemente, cesserebbe di essere tale). Basta, però, a interromperla e a chiedere immediatamente l’aiuto di una persona competente (p.e. a trattare l’anoressia).

N.B. Mi spiego meglio: ovviamente è giusto che un’anoressica viva, lo pensiamo tutti. Il problema è che forse una certa parte dell’anima dell’anoressica pensa il contrario. Il filosofo non può forzare questa parte, ma deve rispettarla, finché fa il filosofo. Dubito che un’anoressica potrebbe riuscire a convincermi che, forse, la cosa migliore che io stesso possa fare è di ridurre drasticamente le mie porzioni di cibo. Ma in linea di principio, se faccio filosofia con lei, dovrei concederle questa chance.

Dunque, proprio perché la consulenza non può guarire, ma deve solo aiutare l’altro a decidere della sua vita senza “pilotare” in nessun modo le sue decisioni, essa non può predeterminare il percorso dell’altro. Piuttosto aiuterà l’altro a valutare se vuole guarire e, in questo caso, a quale professionista rivolgersi.

Il presupposto di tutto questo è che nella consulenza filosofica non avviene una “presa in carico”. Chi si rivolge al consulente filosofico sa “per contratto” che resta totalmente responsabile delle sue scelte, come se si rivolgesse a un consulente finanziario o matrimoniale.

  • Ma la “presa in carico” non potrebbe essere implicita, dato il tipo di relazione?

Se così fosse, lo sarebbe anche nel caso dei cartomanti e dei maghi, quando da tempo il reato di “plagio” è stato abolito. Si presume che siamo adulti e maggiorenni e capaci di intendere e di volere anche quando ci affidiamo a qualcuno (ad esempio quando versiamo l’8 x 1000 a una strana istituzione che ci fa credere in cose del tutto indimostrabili). Quello che rimane è il reato di “circonvenzione di incapace”, ma sarebbe grave che una persona adulta che si rivolgesse a un filosofo consulente e ne fosse deluso (o se ne sentisse ingannato), dovesse a priori essere considerato “incapace”.

  • Sì, ma il filosofo non attrezzato psicologicamente potrebbe non accorgersi che la scelta suicida di qualcuno, “indotta” dalla consulenza filosofica stessa, non deriva da una vera riflessione razionale, ma da qualche “ingorgo” psicopatologico.

Non siamo così ingenui, anche se non abbiamo una specifica formazione psicopatologica.

Il criterio che a me pare sufficiente è il seguente (cfr. Platone 2.0, §§ 7.4.2-3, pp. 666-71): se il dialogo “decolla”, assume una forma filosofica, il filosofo che lo conduce non deve avere nessuna preoccupazione ulteriore. Ci sono casi, invece, (me ne sono capitati diversi) in cui la persona “se la racconta”, non segue il suo stesso ragionamento, rimane bloccata nel suo vissuto di dolore o di disperazione, sembra ragionare, ma poi, la seduta successiva, ritorna al punto di partenza ecc.

In questi casi la consulenza filosofica cessa non perché, se proseguisse, il consulente filosofico rischierebbe (come effettivamente potrebbe accadere) di nuocere al proprio ospite (che potrebbe illudersi di aver compreso qualcosa che, in realtà, è il frutto ingannevole del gioco delle sue pulsioni magari suicide); la consulenza filosofica cessa perché, semplicemente, non prosegue: cosicché essa non può nuocere a nessuno.

L’ippocratico noli nocére (“non nuocere”), insomma, non è tanto un’avvertenza che il consulente filosofico dovrebbe tenere sempre a mente come un monito per evitare di nuocere, quanto una conseguenza naturale dell’interruzione di un lavoro filosofico che, evidentemente,  non è “ingranato”.

  • Eppure a me continua a sembrare problematico accostarsi, anche solo preliminarmente, alla sfera emotiva e pulsionale soltanto con strumenti logico-filosofici ai quali essa sembra francamente refrattaria. Non si si dovrebbe suggerire, con Ruschmann e altri,  al consulente filosofico di padroneggiare almeno alcune tecniche psicologiche o, se non altro, di acquisire un po’ di esperienza sui tipici meccanismi che operano nelle relazioni umane?

Sono d’accordo che gli strumenti logici non siano a volte sufficienti, perché la filosofia non si risolve in un’attività esclusivamente logico-argomentativa, come illustrato in altra pagina. Ma è proprio necessario ricorrere a strumenti psicologici? Se così fosse, si dovrebbe suggerire la stessa cosa ai genitori, agli insegnanti, ai manager aziendali, insomma a tutti coloro che hanno a che fare con persone. Forse tu pensi proprio questo? Un genitore non può essere un buon genitore se non studia un po’ di psicologia? E così un docente? Ma questo sarebbe soggiacere esattamente al paradigma terapeutico!

Soprattutto: si tratterebbe di incorporare acriticamente una certa idea del soggetto che abbiamo di volta in volta di fronte (come abitato da questa o quella struttura psichica) e di comportarci di conseguenza.

  • Ma per “psicologia” non si potrebbe intendere, semplicemente, non già l’adesione a una determinata scuola di pensiero psicologico (dai dubbi fondamenti scientifici), bensì, in senso più debole, una certa attenzione, maturata con l’esperienza, alla sfera emotiva dei nostri interlocutori?

Ma questa sensibilità non è quello che ci dovrebbe contraddistinguere come esseri umani, secondo la celebre sentenza di Terenzio Afro (cfr. Heautontimorùmenos, v. 77): homo sum, humani nihil a me alienum puto, insomma l’idea che è a fondamento del sapere umanistico in quanto tale (all’interno del quale brilla la filosofia stessa)?

Soggiacere al paradigma terapeutico è viceversa credere che al minimo disagio esistenziale si abbia bisogno dello psicologo come di un equivalente di un farmaco psicotropo (come se parlarne a un amico o, semplicemente, aspettare che il tempo faccia il suo corso fosse inadeguato).

Eppure i nostri nonni, quando perdevano il consorte, vestivano il lutto e lo pativano, senza ricorrere a nessun aiuto. Soffrire faceva parte del gioco della vita….

  • Ma qualcuno potrebbe avere accresciuto quella che tu chiami sensibilità andando a scuola di psicoterapia…

Certo, è possibile, nella misura in cui, come sostengo nella prefazione di Sofia e psiche, la psicologia soprattutto umanistica ha assolto una funzione di supplenza nei confronti della filosofia come pratica di vita. Ma lo stesso si potrebbe dire di certe pratiche spirituali.

Il punto decisivo, a mio parere, è, tuttavia, un altro. Tutto va bene, da Lacan a Jung, da Krishnamurti a Gurdjeev, da Rudolf Steiner alla filosofia analitica, ma, come ripete Achenbach, a condizione che si accolga da questa o da quella fonte solo quello che tu abbia potuto esaminare e verificare con la tua vita stessa. Bisogna che sia l’umano in noi a parlare se vogliamo filosofare. Il rischio altrimenti è quello di ridurre l’umano allo junghiano o al lacaniano, mentre si tratta piuttosto di ricondurre le intuizioni di Jung o di Lacan a ciò che possiamo sperimentare e vagliare in prima persona come esseri umani.

 

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di Giorgio Giacometti