“L’essenziale è invisibile agli occhi”

Percorso di pratica filosofica 
svolto presso
l’Università della Terza Età di Codroipo – Sezione di Bertiolo
a.a. 2018/19

Ciò segue è la sintesi (rielaborata dall’autore di questo sito, conduttore della pratica filosofica in questione) di quanto emerso durante il dialogo tra e con i membri di un gruppo, abbastanza stabile, di 12-15 dialoganti.

 

Incontro del 3 ottobre 2018

Che cosa ci si aspetta da un “corso” (in effetti un percorso o seminario) di “pratica filosofica” che prende spunto dalla celebre frase tratta dal Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery: “L’essenziale è invisibile agli occhi“?

Forse si indagherà su sentimenti o valori o anche significati, entità tipicamente “invisibili”, ma che per noi sono molto importanti, o si investigherà su quello che ci detta il “cuore” (come del resto sembra suggerire lo stesso Saint-Exupery nella frase immediatamente precedente a quella che dà il titolo al percorso: “Non si vede bene che con il cuore“).

Ma che cosa è davvero essenziale? Forse qualcosa di “sub-stanziale”, che è alla base di tutto.  Sì, ma in concreto? Poiché in una pratica filosofica si parte dalla propria esperienza personale che cosa è per noi “essenziale”? Dipende. Per qualcuno saranno gli affetti (che sono appunto invisibili), come si diceva, ma per altri (p.e. per una persona anaffettiva) potrebbe essere anche il proprio cellulare o la propria automobile…

Un momento! Se intendiamo (con Aristotele) per “essenziale” ciò che costituisce l’essenza delle cose, ossia qualcosa che, se lo togliamo, distruggiamo la cosa in questione (p.e. per un triangolo essenziale è avere tre lati e tre angoli, mentre non è essenziale essere grande o piccolo o azzurro o verde ecc.), allora il cellulare o l’automobile non saranno per noi così essenziali… Se ne può fare a meno!

Forse per essenziale possiamo intendere sufficiente? Quello che (ci) basta? Sì, necessario (per le ragioni appena ricordate) e forse anche sufficiente. Ma sufficiente per cosa? Per vivere o anche solo per sopravvivere! Dunque qualcosa di cui si ha bisogno? Qualcosa senza la quale non si potrebbe neppure sopravvivere?

Ma ci sono davvero cose invisibili di cui abbiamo bisogno? O queste cose invisibili (valori, sentimenti, significati) sono solo nostre “proiezioni”, fantasie, di cui potremmo benissimo fare a meno? Forse ciò di cui abbiamo bisogno sono solo cose ben visibili, concrete, come il cibo, l’acqua ecc.? O forse questa prospettiva “materialistica” è superficiale? Forse abbiamo davvero bisogno, talora un bisogno disperato, assoluto, di qualcosa che non si vede? Già ma di cosa?

La frase del Piccolo principe è ambigua. L’essenziale di cui si parla è una unica e sola cosa (come se “essenziale” fosse un sostantivo) o è qualsiasi cosa ci sembra tale e non è, tuttavia, visibile (come se “essenziale” fosse un aggettivo)? Insomma Saint-Exupery intendeva suggerire, genericamente, che “le cose davvero essenziali non si vedono” oppure voleva dire: “C’è una cosa davvero essenziale che non è, tuttavia, visibile”. La nostra indagine può ricercare anche se vi sia una sola cosa davvero essenziale per tutti o tante cose essenziali, magari diverse per ciascuno.

Questo problema si collega  direttamente alla questione del relativismo. Ci sono cose essenziali per me che non lo sono per te? Può essere che per una persona “normale” siano essenziali gli affetti e per una persona anaffettiva o per un giovane studente sia essenziale avere un cellulare di ultima generazione? Eppure si dànno esempi di studenti, “attaccati” al proprio cellulare che, costretti a separarsene da un educatore adulto (un preside, un professore, un sacerdote, un genitore), alla fine lo ringraziano. Questo significa allora che essi, implicitamente, si pentono di quello che credevano, cioè che il cellulare fosse per loro così essenziale? Dunque, almeno nel caso del rapporto tra adulti e minori, si dà il caso che qualcuno (l’adulto) sappia meglio di un altro (il minore) che cosa è bene o male per lui e, anche, che cosa può essergli davvero essenziale e che cosa no. Questo caso si può generalizzare? Può essere che uno sappia meglio di un altro che cosa è davvero essenziale per quest’altro? Insomma quello che a me sembra essenziale… per me lo è automaticamente per il solo fatto che io lo credo? Oppure potrei sbagliarmi? Allora bisogna distinguere tra ciò che appare essenziale (erroneamente) e ciò che lo è effettivamente.

A riprova di tale necessaria distinzione si può citare la norma che vieta, in Francia, agli studenti delle scuole pubbliche di avere in aula il cellulare. Una norma giuridica, approvata da un organo politico (p.e. un parlamento), di solito è il frutto di studi scientifici di esperti del settore a cui si applica (p.e., nel caso delle norme scolastiche, di esperti nel campo della pedagogia e della didattica). Dunque si presume che sia “dimostrato scientificamente” che il cellulare non solo non è essenziale, ma può essere perfino dannoso. Chi pensasse che per lui è vero il contrario sbaglierebbe.

Ma tra ciò che è essenziale e ciò che solo sembra essenziale c’è un salto? Ad esempio, se togliamo “brutalmente” a chi “dipende” dal proprio cellulare questo strumento di comunicazione, non è detto che costui comprenda subito che quell’oggetto non era per lui essenziale. Penserà di avere subito una violenza e che quel cellulare era essenziale…. a meno che, indagando con lui, magari con una consulenza filosofica, non lo si faccia riflettere su quello che veramente era essenziale in quello strumento. Forse quello di cui lui aveva bisogno non era il cellulare, ma di comunicare. Il cellulare era solo lo strumento che glielo permetteva. Così, “dolcemente”, si può transitare da ciò che solo appare essenziale a ciò che forse lo è veramente (comunicare). Ciò che sembra essenziale non lo era davvero, eppure “suggeriva” per così dire la verità, ne era indizio o metafora, da interpellare, piuttosto che da censurare.

Ma è proprio così? Esiste una netta distinzione tra ciò che è essenziale e ciò che solamente appare tale? O ciò che è essenziale dipende da circostanze storiche che cambiano nel tempo? O dai contesti? In passato per chi aderiva a certe prospettive politiche, ad esempio, era “essenziale” vestirsi in un certo modo e avere un certo look (capelli lunghi, eskimo ecc.). Non si poteva veramente “scegliere”… Si, però si poteva anche scegliere di non aderire a quella determinata prospettiva. Sotto questo profilo non era davvero “essenziale” vestirsi e agghindarsi in quel determinato modo.

Forse bisogna distinguere tra quello che è essenziale “assolutamente” (senza il quale non si può vivere o esistere) e quello che è essenziale “relativamente” a certi contesti (se si vuole fare bella figura in un certo contesto, vestirsi adeguatamente in un altro ecc.).

 

Incontro del 10 ottobre 2018

Spesso sono eventi inattesi, talora vere e proprie catastrofi, a costringerci a vedere le cose in modo diverso, a scoprire quello che è veramente essenziale e a riconoscere che quanto credevamo essenziale era, in effetti, superfluo. Sotto questo profilo si potrebbe quasi dire che “essenziale è ciò che era invisibile agli occhi prima che qualche evento ce lo facesse finalmente vedere“. Si tratta spesso di affetti, magari di persone che si sono perdute all’improvviso, in un evento tragico.

Ma “catastrofe”, etimologicamente, è qualunque cosa, anche piccola o grande, istantanea o prolungata nel tempo, che ci faccia volgere lo sguardo, mutare orientamento. Può trattarsi della nascita di un figlio, ma può anche essere l’esperienza maturata lungo la vita stessa. Come una specie di “imbuto”, la vita, se vi si riflette, ci costringe a restringere progressivamente il numero delle cose che giudichiamo veramente essenziali, ad esempio le amicizie che veramente contano.

Ma l’essenziale è sempre solo invisibile, o non se ne debbono vedere almeno i segni, le tracce, i simboli (un gesto, un’espressione)?  Pensiamo all’amore. Non basta proclamarlo, occorre dimostrarlo. Del resto, paradossalmente, quello che cerchiamo, quando cerchiamo l’essenziale, è il focus della nostra vita, quello che abbiamo imparato a considerare come ciò che veramente conta. Ma “focus” è termine che viene dall’ottica: si tratta di qualcosa che ci possiamo immaginare, certo, ma che, prima o poi, vorremmo anche vedere realizzato, compiuto.

A volte sono i problemi di salute, con il corredo di dolori e di paure che recano con sé, che ci ricordano che abbiamo un corpo e che dobbiamo morire. Il mondo può, allora, cambiare volto. Ci concentriamo su noi stessi più di quanto ci piacerebbe fare, venendo meno a certi doveri, che gli altri si aspettano che noi assolviamo. Cominciamo a considerare essenziali cose delle quali prima neppure ci accorgevamo, mentre altre che ci sembravano importanti ci appaiono ora superflue. Ma è davvero un errore? O è la scoperta che non siamo quello che credevamo e che i nostri desideri e le nostre esigenze sono diverse da quelle che pensavamo? Scontrarsi con il proprio limite a volte ci costringe ad aprire gli occhi su quello che veramente conta. Possiamo al principio venire delusi da noi stessi, ma poi ci rendiamo conto di dare alle cose significati diversi da quello che credevamo. Certo, non è sempre facile riconoscere che non siamo quello che credevamo di essere e che il significato della nostra vita, messa di fronte a una grave difficoltà, potrebbe essere diverso da quello che sospettavamo. Del resto, il corpo ha le sue esigenze ed è giusto soddisfarle. E anche l’anima ne ha, come quando, messi alle strette magari da un pericolo mortale, ci rimettiamo nelle mani del Padre.

Eppure a volte, quando la vita ci sorprende spiacevolmente con cose che non avremmo mai immaginato che accadessero, non è facile fare subito un bilancio e distinguere ciò che dobbiamo conservare da ciò che possiamo lasciare; ma restiamo confusi, non riusciamo a fare ordine nelle cose che ci circondano, così come nelle nostre idee.

O forse essenziale è “ciò che serve” per vivere; qualcosa, dunque, di tangibile? Già ma di che cosa si potrebbe trattare? E se si trattasse semplicemente dalla “capacità di accettare se stessi”? Altre cose, come gli affetti, i valori, potrebbero essere considerate magari importanti, ma non essenziali.

Oppure bisogna intendere “essenziale” in diversi significati.  Se essenziale è qualcosa senza la quale non possiamo “essere”, bisogna intendersi su questo “essere”. Significa “essere quello che siamo (diventati)”, frutto di molti eventi, incontri ecc. tutti “essenziali” in questo senso (se non si fossero verificati non saremmo quelli che siamo, saremmo diversi)? Oppure significa semplicemente “esistere”, “essere vivi”: in questo senso “essenziale” sarebbe la salute, la vita, mentre le altre cose sarebbero semplicemente “importanti”?

 

Incontro del 17 ottobre 2018

Esaminiamo ora la frase che precede, nel Piccolo principe, quella che dà il titolo al nostro percorso. Si tratta di “Non si vede bene che con il cuore”. Che cosa significa? E ne siamo davvero convinti?

Si potrebbe validamente sostenere (all’incirca come facevano gli antichi stoici) che il cuore non vede alcunché (al più “sente”) e, se vede, vede male, senz’altro peggio non solo degli occhi, ma anche della ragione. “Il sonno della ragione genera mostri”, come si dice. Quante volte, nel passato e anche oggi, persone senza scrupoli si sono servite delle paure irrazionali degli uomini per esercitare potere su di loro!

Dobbiamo, dunque, mettere a tacere il nostro sentire? Sottoporlo al dominio della ragione? O dobbiamo, piuttosto, cercare un equilibrio tra ragione ed emozioni? Forse si tratta di privilegiare il cuore o la ragione a seconda delle circostanze e dei temi. Ad esempio parrebbe più nobile  e confacente alla situazione “andare dove ci porta il cuore” quando si decide, per esempio, di sposarsi. Altrimenti si farebbe del matrimonio un mero contratto in cui ciascuna delle due parti calcola la convenienza dell’affare che sta per stipulare. E, tuttavia, affidarsi soltanto al cuore potrebbe essere un rischio, anche quando ci si sposa.

Ma siamo così certi che il cuore sia così fallibile? Recenti ricerche scientifiche hanno messo in luce come anche il cuore, non meno dell’intestino, abbia una sorta di “cervello”. In ogni caso spesso si avvertono col “cuore” le vibrazioni positive o negative delle persone che ci circondano, molto meglio che con qualsiasi altro strumento.

Già, ma anche in questi casi si direbbe utile o perfino necessaria la conferma della ragione. Del resto sembra più congruo parlare del “sentire”, piuttosto che di un “vedere”, del cuore; un sentire che va sempre di nuovo verificato ricorrendo agli occhi e alla ragione. Il cuore può essere semmai quella lucina che si accende e ci suggerisce qualcosa. Ma, se ci si affida solo a lui, si rischia di sbagliare, e anche di grosso, come documenta l’esperienza. Il rischio contrario, d’altra parte, è quello di razionalizzare troppo, ridurre tutto a calcolo. La ragione aiuta il cuore a verificare le sue… ragioni (per dirla con Pascal), ma probabilmente non lo può mai sostituire del tutto.

E se fosse la ragione, talvolta, a portarci su una cattiva strada? Se il cuore avesse davvero… ragione? Se esso non si limitasse a “sentire”, ma ci vedesse davvero bene? Quante volte ci vogliamo convincere, ad esempio, razionalmente, che il nostro rapporto di coppia regga, quando ormai non siamo più innamorati e il nostro cuore, tacendo, vorrebbe metterci in guardia, farci vedere le cose come stanno?

Ma, in casi come questi, dobbiamo davvero incriminare la ragione? Forse è naturale che un sentimento evolva:  se non c’è più la passione, potrebbero subentrare altri sentimenti come l’amore, l’affetto, la stima, la riconoscenza, o magari un senso del dovere…. o perfino semplicemente la paura della solitudine. In tutti questi casi, allora, il cuore non si oppone alla ragione, ma, per così dire, soltanto ad altre parti di se stesso, ad altre emozioni, con le quali la ragione non fa altro che mediare. Oppure dobbiamo distinguere tra il cuore vero e proprio, forse davvero infallibile, e altri “organi”, fallibili, metafora di altre passioni ed emozioni (come il fegato, la pancia ecc.).

E sul lavoro? Si può davvero lavorare bene mettendoci solo la testa, o ci vuole anche il cuore? In alcuni lavori, nei quali il pericolo è sempre in agguato, se non ci si muove anche con il cuore, si rischiano davvero gravi incidenti.

 

Incontro del 24 ottobre 2018

È stato assegnato un “compito per casa”: scrivere ogni giorno ciò in quel giorno è sembrato essenziale. Ma che cosa comporta il fatto di scrivere le proprie emozioni? Forse è un modo per mettere ordine al proprio vissuto, conferirgli un senso e una direzione. Si potrebbe comprendere, ad esempio, che dietro le diverse parole con le quali, giorno dopo giorno, si nomina l’essenziale si nasconde un’unica idea, per esempio la “serenità” o la “giustizia”.

Ma siamo poi così sicuri che, piuttosto, fissare per iscritto le nostre emozioni, ogni giorno diverse, non ci faccia meravigliare, come è proprio della filosofia, facendoci scoprire lati differenti, altrimenti oscuri di noi stessi? Sotto questo profilo non si deve avere paura di essere “impertinenti”, di uscire dall’argomento. Niente in filosofia è “fuori tema”, nessuna intuizione è, di per se stessa, giusta o sbagliata. Si tratta di interrogarla e di comprendere che cosa si intendeva esprimere, come mai quell’intuizione sia venuta in mente.

Del resto è così anche con le emozioni. Si possono gestire, non giudicare. In un secondo tempo si potrà cercare di comprendere il loro senso e la loro origine.

Ma quando scriviamo di noi stessi siamo sinceri? Fissando in alcune parole selezionate quello che abbiamo vissuto non rischiamo di dimenticarci poi tutto quello che non riusciamo a esprimere? Un po’ come quando si fotografano scorci di una città sconosciuta e, di ritorno dal viaggio, sviluppate le foto, si finisce per ricordare solo quello che abbiamo fotografato, dimenticando tutto il contorno.

Dipende, si dirà. Certo, se scrivo per costruirmi addosso una visione coerente e compatta, sottacendo certi miei lati, rischio di dimenticarli o, come si direbbe in psicoanalisi, di rimuoverli. Ma, se fisso soltanto un’emozione con una parola e sono io stesso o io stessa a rileggermi, allora, anche a distanza di mesi, posso ricordarmi anche tutto il contesto, molto di più che se non fissassi alcunché per iscritto.

Si può anche fare, come si faceva una volta alla fine del catechismo: scrivere tutto quello che abbiamo sbagliato od omesso o, comunque, desidereremmo lasciarci alle spalle, e poi dargli fuoco. O viceversa: scrivere le nostre emozioni positive, seminarle in vasi di fiori e poi, a distanza di tempo, rileggersi.

La scrittura, dunque, qualcosa di massimamente visibile apre anche sovente uno squarcio sull’invisibile della memoria. Forse ciò che davvero è essenziale, dunque, non è il visibile della scrittura, ma l’invisibile del ricordo… anche se resta vero che nulla può essere davvero essenziale se non trova modo di esprimersi, di manifestarsi.

Eppure ci sono sensazioni talmente speciali e intense che, quando non sono più presenti, neppure si riesce davvero ad evocarle. Tali potrebbero essere, ad esempio, le sensazioni olfattive. Sotto questo profilo forse non è un caso che l’olfatto sia uno dei sensi più arcaici nell’uomo e anche il primo a venire meno, ad esempio, nel caso che sopravvenga una demenza. Allora ci si potrebbe chiedere se non ci sia un essenziale ancora più essenziale di quello, invisibile, a cui attingiamo attraverso il ricordo (del resto la memoria potrebbe non essere sempre una cosa buona, a volte alcune cose è meglio dimenticarsele). Ci potrebbero essere esperienze vissute che non possiamo né vedere, né ricordare se non le riviviamo. Quelle olfattive (che peraltro presso molte culture come quella hindu, ma anche quella cristiana – pensiamo al profumo d’incenso – hanno a che fare con la sfera del sacro) potrebbero essere solo un esempio. Ci potrebbero essere esperienze così speciali, come l’innamoramento, il giuramento nuziale, che non si possono davvero rendere presenti, neppure attraverso il ricordo, ma soltanto rivivendole.

 

Incontro del 31 ottobre 2018

Dalla teoria alla pratica: che emozioni o considerazioni hanno accompagnato l’esecuzione dell’esercizio di scrittura (indicare ogni giorno che cosa fosse sembrato “essenziale”)? Meraviglia, certamente, per avere scoperti lati di sé insospettabili; difficoltà a fare sintesi, a trascegliere tra le mille cose importanti, di giorno in giorno, quella e solo quella veramente essenziale; la scoperta che, diversamente da quello che si credeva, essenziali non sono le cose ma i sentimenti… oppure, accanto alla difficoltà di svolgere un esercizio obbligato (nella convinzione che si dovrebbero scrivere soltanto le cose che spontaneamente si sente l’esigenza di scrivere), la conferma di quello che si era sempre pensato: essenziale è qualcosa di unico, di rilevante, sempre, incessantemente: ad esempio la serenità, comunque un valore, qualcosa di non sempre dato, ma sempre da ricercarsi.

Eppure la meraviglia è il vero motore della filosofia, quella che ci fa scoprire lati oscuri di noi stessi e ci fa “pensare a come si vive, piuttosto che a vivere come si pensa (di dover vivere)” (G. Achenbach). Così, se non è certamente obbligatorio condividere il pensiero degli altri, è fondamentale, almeno in filosofia, non semplicemente accettarlo, ma cercare di comprenderlo, per farsene sorprendere e arricchire così il proprio pensiero o per dirimere controversie spesso dovute soltanto a equivoci, a un mancato approfondimento dei modi nei quali ciascuno interpreta le stesse parole… come la stessa parola “essenziale”. Chi ha mai detto, infatti, che per “essenziale” si debba intendere una sola cosa, invisibile, spirituale? In fondo sono essenziali tanti piccoli comportamenti quotidiani, come procurarsi di che vivere, una buona lettura e così via, tutte cose senza le quali forse non esisteremmo o, almeno, non saremmo quello che siamo. Possiamo, forse, distinguere, sotto questo profilo, due tipi di cose “essenziali”: ciò in vista di cui fondamentalmente viviamo (ed è per noi in questo senso essenziale) e i mezzi, non meno importanti, attraverso i quali perseguiamo questo fine (alcuni dei quali molto materiali, senza i quali non potremmo vivere, il cui raggiungimento coincide con la soddisfazione di bisogni… “essenziali”, come il respirare).

Tornando alla serenità… ma siamo così sicuri che essa sia così essenziale? Non siamo assai più contraddistinti dalle nostre paure e dalle nostre angosce? La stessa felicità appare così… noiosa… una vita senza problemi… Ma siamo sicuri che la felicità sia proprio una vita senza problemi? Bisognerebbe dimostrarlo, così come dimostrare il contrario. E, prima, bisognerebbe definire la felicità… (Qui ci si solleva davvero a un alto grado di coscienza delle esigenze del filosofare).

Difficile scrivere, comunque, di ciò che per noi è essenziale, quando siamo circondati da episodi di violenza di ogni genere: dall’eutanasia alla violenza diffusa dell’uomo sull’uomo in tutte le sue forme… Scrivere di queste nostre… paure è uscire dall’argomento? No, se non solo intendiamo scrivere di ciò che per noi è essenziale, ma anche intendiamo che sia essenziale per noi scrivere di queste cose; non per chiacchierarne, ma perché ci toccano o ci turbano nel profondo. Si deve uscire dall’episodio di cronaca, del quale si sa sempre troppo poco per giudicarne, e riflettere su ciò che di simile è capitato a noi, di cui abbiamo esperienza. Solo così ci solleva all’altezza di un filosofare non giudicante, ma comprendente. In filosofia non si deve temere di uscire dal seminato, perché non si devono conseguire obiettivi determinati in un determinato tempo, ma si gode del proprio tempo (la greca “scholé”, che significa “ozio” nel senso di “tempo libero”) liberamente, facendo respirare per così dire la nostra anima, sviscerando ciò profondamente ci tocca e ci coinvolge. Anzi, proprio il tempo potrebbe essere ciò per noi è più essenziale, ciò di cui abbiamo davvero bisogno non solo per vivere, ma per riflettere su quello che viviamo (fare l’esame di coscienza quotidiano, a cui ci invitano gli antichi filosofi).

Ecco, dunque, che inavvertitamente abbiamo suggerito diverse possibili cose essenziali, tutte (con la sola eccezione delle cose materiali, come il cibo, che ci sono essenziali, perché necessarie a conseguire le prime) invisibili: i sentimenti, la serenità, le angosce, il tempo…

 

Incontro del 14 novembre 2018

Diversi sentimenti sono apparsi, dunque, essenziali. Ma che cosa sono questi sentimenti? Hanno un rapporto l’uno con l’altro? L’angoscia ci accompagna da quando abbiamo capito che dovremo morire e sembra separarci per sempre dall’ingenua e innocente felicità di cui godevamo da bambini. Ma è proprio così? Forse, invece, come suggerisce una studiosa americana, siamo “cablati” per essere felici. Certo, non si raggiunge la gioia (sentimento nel quale possiamo comprendere la felicità e la serenità) a buon mercato. Spesso si attraversa il deserto del dolore. O forse è proprio necessario passare attraverso prove a volte durissime per apprezzare poi la nostra condizione una volta che le abbiamo superate (come forse è accaduto a Beethoven, quando compose l’Inno alla gioia). Come diceva Eraclito, non c’è gioia senza dolore, salute senza malattia, luce senza tenebra, vita senza morte.

Eppure la consapevolezza che dovremo morire non sembra qualcosa che possa essere superato, “sanato”. Essa forse ci suggerisce quello che propriamente siamo (Heidegger). Ma è proprio così? Forse c’è innato (“cablato”?) in noi, associato al desiderio di felicità, un desiderio di immortalità (Freud), forse perfino la certezza dell’immortalità. Attingere alla gioia che ci prendeva da bambini potrebbe voler dire attingere a questa inesauribile fonte di speranza, al di qua di ogni religione “positiva”, storica.

Le esperienze negative sembrano, comunque, irrinunciabili. Del resto sono proprio queste quelle di cui ci si ricorda di più, quelle che a volte vorremmo dimenticare. Non è forse un caso che i seguaci delle principali religioni pregano spesso Dio chiedendogli di “non ricordarsi” delle loro mancanze, come se il perdono fosse strettamente connesso alla dimenticanza e, viceversa, la memoria fosse sempre memoria di qualcosa di colpevole, di sbagliato.

Certo, vi è chi, pur di non dover ancora soffrire, cerca di estinguere il sé le sorgenti del desiderio, perché, se è vero che la sua soddisfazione ci dà gioia, per conseguirla dobbiamo sempre passare attraverso il dolore della mancanza. I buddhisti ricercano per esempio il nirvana (che significa estinzione del desiderio), così come gli antichi epicurei, pur essendo alla ricerca del piacere, rinunciavano volentieri alla maggior parte dei godimenti per non dover pagare il prezzo della sofferenza immancabilmente ad essi connessa. Ma è la strada giusta?

L’importante forse non è quale strada si sceglie, ma essere consapevoli di essa e di ciò che, comunque, a prescindere dalla nostra volontà, si agita di noi. Non bisogna cadere nell’equivoco, tuttavia, di credere che, se si è consapevoli di quello che sarebbe giusto fare, automaticamente lo si faccia. Medea, ad esempio, nell’omonima tragedia di Euripide, nel momento stesso in cui uccide i figli per vendicarsi del marito, sa che sta sbagliando ma non riesce a resistere alla sua rabbia. Insomma niente assicura che la consapevolezza garantisca la felicità, ma è anche vero che qualsiasi forma di felicità che non sia accompagnata da consapevolezza, come la felicità a buon mercato che ci può dare l’alcool, per fare solo un esempio, è sospetta: potrebbe trattarsi di un’illusione, solo di una caricatura della felicità.

 

Incontro del 21 novembre 2018

Prima di interrogarci sul significato di certi sentimenti e di certe emozioni ci si può chiedere, in generale, quanto dipendiamo dalle nostre passioni e quanto riusciamo a gestirle e dominarle. Si tratta di un altro modo di porre una domanda già emersa, relativa al grado di “libertà” di cui fruiamo nell’agire (il 70%?) e al nostro grado di “condizionatezza” (il 30%?). Dipende, si dirà, dalle circostanze: talora riusciamo a controllarci, talaltro no.

Certo, non basta la consapevolezza che una certa azione sarebbe buona per compierla (si è visto che Medea, nella tragedia di Euripide, pur sapendo che cosa sarebbe stato bene fare, compie il male). Quello che occorre, per contrastare le passioni, quando ci indurrebbero a fare cose delle quali poi saremmo i primi a pentirci, è l’intervento della volontà.

D’altra parte la stessa volontà, da sola, potrebbe giocarci qualche brutto scherzo. Una volta spesso ci si costringeva, con la volontà, a fare quello che si credeva che fosse il proprio dovere. Ma, se non si esamina con attenzione se stessi e quello a cui davvero si aspira, il rischio è quello di scoprire, troppo tardi, di essersi impegnati a diventare qualcosa che non ci interessa più di essere.

Ma perché, poi, dovremmo contrastare le nostre passioni? Spesso esse, anche quelle considerate negative, ci inducono a compiere scelte feconde. Consideriamo, ad esempio, il caso del disgusto. Se l’azione compiuta da qualcuno ci disgusta, siamo quasi costretti ad assumere una posizione che, altrimenti, avremmo potuto omettere di assumere. Analogamente possiamo imparare molto da un eventuale nostro accesso di rabbia. Senz’altro, se ci arrabbiamo con qualcuno, è perché giudichiamo che costui si sia comportato male nei nostri confronti, dunque esprimiamo una nostra ben precisa visione del mondo e, in particolare, la nostra idea di ciò che è giusto e sbagliato. Ma non impariamo solo qualcosa sul conto del nostro “avversario”, bensì anche sul nostro stesso conto. Perché ci siamo arrabbiati? Forse la nostra idea di giustizia non è corretta? Forse anche il nostro “amico” non ha tutti i torti?

Anche sentimenti apparentemente vani come la tristezza possono avere un significato. Chi è triste è costretto a fermarsi, a riflettere, a riconsiderare la propria vita. In generale l’approccio filosofico invita a non cercare di liquidare (p.e. farmacologicamente o psicoterapeuticamente) i sentimenti negativi, senza prima averli interrogati, senza avere prima cercato di comprenderne il senso. Tradizionalmente si pensava, ad esempio, che la malinconia aiutasse a partorire le migliori intuizioni filosofiche. Forse, allora, anche la felicità ha un prezzo (nel senso che ci costringe a rinunciare a qualcosa), se certe intuizioni si possono avere solo quando si attraversano fasi di tristezza o magari perfino di angoscia. Forse non avremmo opere d’arte come le sinfonie di Beethoven se Beethoven non fosse stato una persona tormentata.

Rispetto a che cosa i sentimenti negativi costituiscono un campanello d’allarme? Oggi siamo tutti condannati all’efficienza, al “pensiero positivo”. Non ci è dato il tempo per soffrire, per elaborare un lutto, per essere tristi. Chi si lascia andare è giudicato uno “sfigato”. Certo, se lasciarsi pervadere dalla domanda sociale di consumi non ci lasciasse l’amaro in bocca, perché dovremmo “moralisticamente” deplorare fenomeni come il capitalismo, il consumismo ecc.? Saremmo solo dei nostalgici del bel tempo antico, incapaci di vivere la novità del presente. Proprio i sentimenti negativi, allora, esprimono la nostra resistenza a lasciarci completamente soggiogare dal mercato, dall’immaginario collettivo (anch’esso qualcosa di invisibile che, pur non essendo affatto essenziale, ci appare tale e, perciò, finisce paradossalmente per diventarlo). L’obiettivo che perseguiamo sarebbe quello di proteggerci dalle tentazioni che non portano a nulla, difendere la nostra individualità, senza lasciarci dominare dai condizionamenti, nella consapevolezza della loro inevitabilità.

 

Incontro del 28 novembre 2018

Ma siamo davvero sicuri che la felicità escluda la tristezza o la rabbia? L’ipotesi emersa durante l’incontro precedente era che ciascuno “stato d’animo” pagasse, per così dire, un prezzo agli altri: chi è felice non sarebbe in grado di cogliere certe sfumature della realtà, trasparenti, viceversa, a chi è triste. Ma non si è sempre, costantemente felici! La felicità è piuttosto qualcosa che si ricerca e che non ci priva del proprio contrario. Anzi, ogni stato d’animo si nutre della sua differenza dagli altri.

Tale differenza contribuisce a renderlo riconoscibile. Già, ma le emozioni sono poi visibili? Lo sono agli altri, certamente, nelle loro espressioni, quando queste sono abbastanza eloquenti (come uno scoppio di risa o di pianto, un aggrottare le sopracciglia, uno stringersi nelle spalle ecc.); e lo sono anche a noi stessi, metaforicamente, quando avvertiamo (certo non lo “vediamo” letteralmente, ma lo percepiamo), ad esempio, una contrazione dei nostri muscoli, un irrigidimento o, viceversa, un rilassamento.

Ma perché poi designare come passioni la tristezza o la rabbia? La passione non è piuttosto qualcosa di travolgente, ma positivo? Non è necessariamente così, se intendiamo la passione, etimologicamente, come un affetto di cui siamo preda. Anche l’emozione, etimologicamente, è qualcosa che ci muove o si muove in noi. Non si tratta tanto di controllarla e neppure di interpretarla, almeno non subito. Prima di interrogarla, occorre viverla. Perché essa è ciò che noi stessi siamo prima di ogni interpretazione.

Ma è proprio così? O le passioni sono piuttosto qualcosa che ci si impone dall’esterno? Da un lato la filosofia accoglie la lezione della psicoanalisi, nella versione lacaniana, quando essa ci chiede di essere il più possibile trasparenti sui nostri desideri (per non farci un dovere di agire secondo una volontà che, alla fine, scopriamo essere d’altri, ma nel chiederci, ostinatamente, che cosa sia meglio per noi, a partire da una conoscenza di noi stessi). D’altra parte, però, la filosofia si interroga sull’inquietante tesi di Lacan, secondo la quale, al fondo, ogni nostro desiderio sarebbe il desiderio di un Altro.

Quest’ipotesi appare più convincente quando pensiamo agli istinti che muovono le masse. La sociologia ha da tempo messo in luce come spesso gli individui, quando sono coinvolti come parte di una massa, ne restano profondamente condizionati, quasi annebbiati. Ciò può rendere conto di fenomeni come il nazismo, l’estremismo di ogni colore, perfino il tifo calcistico più esasperato. Sotto questo profilo dobbiamo certamente diffidare delle emozioni, armi care ai tiranni e ai demagoghi di ogni epoca, e confidare piuttosto, stoicamente, nella ragione. Ma quando si tratta di una mia passione o di un mio desiderio, può trattarsi un desiderio “parassita”, derivato inconsciamente per esempio da un’efficace propaganda pubblicitaria o politica? Si direbbe di no, soprattutto quando acquisto consapevolezza della mia passione, me ne approprio, la riconosco come mia. O forse tutte le passioni sono profondamente mie, anche quando mi farebbe comodo immaginare che esse siano indotte dall’esterno. Per quanti condizionamenti io abbia subito fin  dall’infanzia dalla mia famiglia o dalla mia cultura, se avessi un gemello omozigote egli sarebbe probabilmente molto diverso da me (anche se non ne abbiamo le prove). Dunque, ciò che provo dipende essenzialmente da me, non da altri o da altro. Ad esempio, la rabbia che si prova per non avere avuto opportunità di studio per essendo magari persone intelligenti non è alcunché di indotto. Posso essere condizionato a votare per un partito o per un altro mosso da questa rabbia, ma essa, in quanto passione, è qualcosa di sincero, di spontaneo (anche se resta vero che in un’altra cultura, ad esempio per un contadino del Medioevo, abituato a essere escluso da studi letterari, fiero solo di certi suoi diritti ancestrali sul bosco, questa rabbia per non aver ricevuto un’adeguata istruzione non avrebbe senso).

 

Incontro del 5 dicembre 2018

Ma, al di là dei sentimenti e delle emozioni, vi è qualcosa di invisibile che, magari, sia per noi essenziale? Quando, ad esempio, “si spezza”, come si usa dire, “il cordone ombelicale” e un figlio o una figlia, sposati, abbandonano il “nido”, la sensazione che si prova è solo un’emozione? O l’immagine della “rottura” è più di un’immagine? In generale, quando “si rompe” qualcosa, per esempio un’amicizia, un amore o il nostro rapporto con Dio (anche i santi talora, come Madre Teresa di Calcutta, vivono periodi di tenebra interiore), si tratta solo di emozione o ne va, piuttosto, di qualcosa della nostra visione del mondo? Anche l’espressione “visione del mondo”, del resto, se ci riflettiamo, è un’immagine. Immagine per alludere a che cosa?

Secondo alcuni la filosofia arriva sempre dopo. Prima c’è la vita che, con le sue sorprese, a volte buone, a volte cattive, ci sorprende e ci spiazza. Essa ci offre occasioni di conoscenza. Sta a noi coglierle. Ad esempio, talora alcune persone ci deludono. Subentra allora una più generale diffidenza verso il mondo. Ma accade anche che una separazione porti frutto: offre l’occasione di incontrare magari l’uomo o la donna della nostra vita. In generale occorre essere grati a queste svolte. Già, ma grati a chi? Al destino, alla natura, alle cose, alle persone o a Dio?

Certo, perché, se escludiamo per ora i sentimenti, possiamo credere o sperare o supporre che dietro il visibile si celino entità invisibili di tutto rispetto, che possiamo chiamare “anima”, “spirito” o anche “Dio”, anche se questi “enti” non si rivelerebbero se non ne cogliessimo la manifestazione attraverso segni visibili (prima di tutto il nostro corpo, tema centrale, per esempio, per il cristianesimo).

La nostra stessa “coscienza”, se ci riflettiamo, che fa di ciascuno di noi un “io” e che ci distingue, forse, dagli animali e dalle cose inanimate, è qualcosa di invisibile, ma fondamentale. Senza di essa non esisteremmo noi e, in un certo senso, non esisterebbe neppure il mondo. Essa è qualcosa che ci fa vedere, ma resta invisibile, come un occhio che, per vedere, non può vedere se stesso (e resta, appunto, “invisibile agli occhi”). Che c’è di più essenziale? Qui abbandoniamo il terreno psicologico (sul quale poggiavamo parlando dei sentimenti) e ci inoltriamo in quello spirituale o metafisico, sempre che queste distinzioni moderne abbiano senso.

Nascono diverse domande. Innanzitutto l’anima o l’io è qualcosa che ci individua, ci distingue gli uni dagli altri, “è solo mia”, o, piuttosto, è proprio quello che ci accomuna a tutti gli altri esseri umani o, perfino, a tutti gli esseri viventi? Bisogna, infatti, ricordare che “anima”, “spirito” ecc., tutte metafore tratte dal “respiro” per alludere a ciò che ci fa vivere, sono parole oggi associate generalmente alla religione, ma, con i loro equivalenti greci (“psiché”, “pnêuma”), sono di conio filosofico (la religione ebraica, così come i primi cristiani, non parlavano, ad esempio, immortalità dell’anima, ma di resurrezione della carne).

Abbiamo poi bisogno di credere a Dio, in un principio di tutte le cose, che magari ci avrebbe creati a Sua immagine per ammirare la Sua creazione, o basta credere che la Natura stessa (più o meno personificata, animata) si sia evoluta fino all’uomo per poter diventare cosciente di se stessa (come pensavano per esempio diversi autori dell’epoca romantica)? Quello che senz’altro ci abbraccia è un mistero (quella della nostra esistenza, nascita morte).

Senza dimenticare che, se invochiamo le religioni storiche e, in particolare, la nostra, quella cristiana, non evochiamo solo “entità” metafisiche, ma anche un insieme di valori di riferimento (come la giustizia, la carità, la speranza ecc.), essi stessi invisibili, ma, per molti di noi, essenziali.

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