“L’essenziale è invisibile agli occhi”

Percorso di pratica filosofica 
svolto presso
l’Università della Terza Età di Codroipo – Sezione di Bertiolo
a.a. 2018/19

Incontro del 3 ottobre 2018

Che cosa ci si aspetta da un “corso” (in effetti un percorso o seminario) di “pratica filosofica” che prende spunto dalla celebre frase tratta dal Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery: “L’essenziale è invisibile agli occhi“?

Forse si indagherà su sentimenti o valori o anche significati, entità tipicamente “invisibili”, ma che per noi sono molto importanti, o si investigherà su quello che ci detta il “cuore” (come del resto sembra suggerire lo stesso Saint-Exupery nella frase immediatamente precedente a quella che dà il titolo al percorso: “Non si vede bene che con il cuore“).

Ma che cosa è davvero essenziale? Forse qualcosa di “sub-stanziale”, che è alla base di tutto.  Sì, ma in concreto? Poiché in una pratica filosofica si parte dalla propria esperienza personale che cosa è per noi “essenziale”? Dipende. Per qualcuno saranno gli affetti (che sono appunto invisibili), come si diceva, ma per altri (p.e. per una persona anaffettiva) potrebbe essere anche il proprio cellulare o la propria automobile…

Un momento! Se intendiamo (con Aristotele) per “essenziale” ciò che costituisce l’essenza delle cose, ossia qualcosa che, se lo togliamo, distruggiamo la cosa in questione (p.e. per un triangolo essenziale è avere tre lati e tre angoli, mentre non è essenziale essere grande o piccolo o azzurro o verde ecc.), allora il cellulare o l’automobile non saranno per noi così essenziali… Se ne può fare a meno!

Forse per essenziale possiamo intendere sufficiente? Quello che (ci) basta? Sì, necessario (per le ragioni appena ricordate) e forse anche sufficiente. Ma sufficiente per cosa? Per vivere o anche solo per sopravvivere! Dunque qualcosa di cui si ha bisogno? Qualcosa senza la quale non si potrebbe neppure sopravvivere?

Ma ci sono davvero cose invisibili di cui abbiamo bisogno? O queste cose invisibili (valori, sentimenti, significati) sono solo nostre “proiezioni”, fantasie, di cui potremmo benissimo fare a meno? Forse ciò di cui abbiamo bisogno sono solo cose ben visibili, concrete, come il cibo, l’acqua ecc.? O forse questa prospettiva “materialistica” è superficiale? Forse abbiamo davvero bisogno, talora un bisogno disperato, assoluto, di qualcosa che non si vede? Già ma di cosa?

La frase del Piccolo principe è ambigua. L’essenziale di cui si parla è una unica e sola cosa (come se “essenziale” fosse un sostantivo) o è qualsiasi cosa ci sembra tale e non è, tuttavia, visibile (come se “essenziale” fosse un aggettivo)? Insomma Saint-Exupery intendeva suggerire, genericamente, che “le cose davvero essenziali non si vedono” oppure voleva dire: “C’è una cosa davvero essenziale che non è, tuttavia, visibile”. La nostra indagine può ricercare anche se vi sia una sola cosa davvero essenziale per tutti o tante cose essenziali, magari diverse per ciascuno.

Questo problema si collega  direttamente alla questione del relativismo. Ci sono cose essenziali per me che non lo sono per te? Può essere che per una persona “normale” siano essenziali gli affetti e per una persona anaffettiva o per un giovane studente sia essenziale avere un cellulare di ultima generazione? Eppure si dànno esempi di studenti, “attaccati” al proprio cellulare che, costretti a separarsene da un educatore adulto (un preside, un professore, un sacerdote, un genitore), alla fine lo ringraziano. Questo significa allora che essi, implicitamente, si pentono di quello che credevano, cioè che il cellulare fosse per loro così essenziale? Dunque, almeno nel caso del rapporto tra adulti e minori, si dà il caso che qualcuno (l’adulto) sappia meglio di un altro (il minore) che cosa è bene o male per lui e, anche, che cosa può essergli davvero essenziale e che cosa no. Questo caso si può generalizzare? Può essere che uno sappia meglio di un altro che cosa è davvero essenziale per quest’altro? Insomma quello che a me sembra essenziale… per me lo è automaticamente per il solo fatto che io lo credo? Oppure potrei sbagliarmi? Allora bisogna distinguere tra ciò che appare essenziale (erroneamente) e ciò che lo è effettivamente.

A riprova di tale necessaria distinzione si può citare la norma che vieta, in Francia, agli studenti delle scuole pubbliche di avere in aula il cellulare. Una norma giuridica, approvata da un organo politico (p.e. un parlamento), di solito è il frutto di studi scientifici di esperti del settore a cui si applica (p.e., nel caso delle norme scolastiche, di esperti nel campo della pedagogia e della didattica). Dunque si presume che sia “dimostrato scientificamente” che il cellulare non solo non è essenziale, ma può essere perfino dannoso. Chi pensasse che per lui è vero il contrario sbaglierebbe.

Ma tra ciò che è essenziale e ciò che solo sembra essenziale c’è un salto? Ad esempio, se togliamo “brutalmente” a chi “dipende” dal proprio cellulare questo strumento di comunicazione, non è detto che costui comprenda subito che quell’oggetto non era per lui essenziale. Penserà di avere subito una violenza e che quel cellulare era essenziale…. a meno che, indagando con lui, magari con una consulenza filosofica, non lo si faccia riflettere su quello che veramente era essenziale in quello strumento. Forse quello di cui lui aveva bisogno non era il cellulare, ma di comunicare. Il cellulare era solo lo strumento che glielo permetteva. Così, “dolcemente”, si può transitare da ciò che solo appare essenziale a ciò che forse lo è veramente (comunicare). Ciò che sembra essenziale non lo era davvero, eppure “suggeriva” per così dire la verità, ne era indizio o metafora, da interpellare, piuttosto che da censurare.

Ma è proprio così? Esiste una netta distinzione tra ciò che è essenziale e ciò che solamente appare tale? O ciò che è essenziale dipende da circostanze storiche che cambiano nel tempo? O dai contesti? In passato per chi aderiva a certe prospettive politiche, ad esempio, era “essenziale” vestirsi in un certo modo e avere un certo look (capelli lunghi, eskimo ecc.). Non si poteva veramente “scegliere”… Si, però si poteva anche scegliere di non aderire a quella determinata prospettiva. Sotto questo profilo non era davvero “essenziale” vestirsi e agghindarsi in quel determinato modo.

Forse bisogna distinguere tra quello che è essenziale “assolutamente” (senza il quale non si può vivere o esistere) e quello che è essenziale “relativamente” a certi contesti (se si vuole fare bella figura in un certo contesto, vestirsi adeguatamente in un altro ecc.).

Incontro del 10 ottobre 2018

Spesso sono eventi inattesi, talora vere e proprie catastrofi, a costringerci a vedere le cose in modo diverso, a scoprire quello che è veramente essenziale e a riconoscere che quanto credevamo essenziale era, in effetti, superfluo. Sotto questo profilo si potrebbe quasi dire che “essenziale è ciò che era invisibile agli occhi prima che qualche evento ce lo facesse finalmente vedere“. Si tratta spesso di affetti, magari di persone che si sono perdute all’improvviso, in un evento tragico.

Ma “catastrofe”, etimologicamente, è qualunque cosa, anche piccola o grande, istantanea o prolungata nel tempo, che ci faccia volgere lo sguardo, mutare orientamento. Può trattarsi della nascita di un figlio, ma può anche essere l’esperienza maturata lungo la vita stessa. Come una specie di “imbuto”, la vita, se vi si riflette, ci costringe a restringere progressivamente il numero delle cose che giudichiamo veramente essenziali, ad esempio le amicizie che veramente contano.

Ma l’essenziale è sempre solo invisibile, o non se ne debbono vedere almeno i segni, le tracce, i simboli (un gesto, un’espressione)?  Pensiamo all’amore. Non basta proclamarlo, occorre dimostrarlo. Del resto, paradossalmente, quello che cerchiamo, quando cerchiamo l’essenziale, è il focus della nostra vita, quello che abbiamo imparato a considerare come ciò che veramente conta. Ma “focus” è termine che viene dall’ottica: si tratta di qualcosa che ci possiamo immaginare, certo, ma che, prima o poi, vorremmo anche vedere realizzato, compiuto.

A volte sono i problemi di salute, con il corredo di dolori e di paure che recano con sé, che ci ricordano che abbiamo un corpo e che dobbiamo morire. Il mondo può, allora, cambiare volto. Ci concentriamo su noi stessi più di quanto ci piacerebbe fare, venendo meno a certi doveri, che gli altri si aspettano che noi assolviamo. Cominciamo a considerare essenziali cose delle quali prima neppure ci accorgevamo, mentre altre che ci sembravano importanti ci appaiono ora superflue. Ma è davvero un errore? O è la scoperta che non siamo quello che credevamo e che i nostri desideri e le nostre esigenze sono diverse da quelle che pensavamo? Forse, almeno in certe fasi della vita, essenziali sono per noi cose che non immaginavamo. Possiamo al principio venire delusi da noi stessi, ma poi ci rendiamo conto di dare alle cose significati diversi da quello che credevamo. Certo, non è sempre facile riconoscere che non siamo quello che credevamo di essere e che il significato della nostra vita, messa di fronte a una grave difficoltà, potrebbe essere diverso da quello che sospettavamo. Del resto, il corpo ha le sue esigenze ed è giusto soddisfarle. E anche l’anima ne ha, come quando, messi alle strette magari da un pericolo mortale, ci affidiamo alle mani del Padre.

Anche se a volte, quando la vita ci sorprende spiacevolmente con cose che non avremmo mai immaginato che accadessero, non è facile fare subito un bilancio e distinguere ciò che dobbiamo conservare da ciò che possiamo lasciare; ma restiamo confusi, non riusciamo a fare ordine nelle cose che ci circondano, così come nelle nostre idee.

O forse essenziale è “ciò che serve” per vivere; qualcosa, dunque, di tangibile? Già ma di che cosa si potrebbe trattare? E se si trattasse semplicemente dalla “capacità di accettare se stessi”? Altre cose, come gli affetti, i valori, potrebbero essere considerate magari importanti, ma non essenziali.

Oppure bisogna intendere “essenziale” in diversi significati.  Se essenziale è qualcosa senza la quale non possiamo “essere”, bisogna intendersi su questo “essere”. Significa “essere quello che siamo (diventati)”, frutto di molti eventi, incontri ecc. tutti “essenziali” in questo senso (se non si fossero verificati non saremmo quelli che siamo, saremmo diversi)? Oppure significa semplicemente “esistere”, “essere vivi”: in questo senso “essenziale” sarebbe la salute, la vita, mentre le altre cose sarebbero semplicemente “importanti”?

 

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