Come può la consulenza filosofica diventare sempre più una professione?

Da qualche tempo coloro che esercitano la consulenza filosofica si interrogano su una questione che sembra piuttosto grave e urgente.

Come mai la consulenza filosofica non sembra decollare come professione?

Per rispondere a questo quesito, tuttavia, occorre evitare di cadere in facili semplificazioni, come quella che consiste nell’attribuire tale mancato decollo all’eccessivo pluralismo delle prospettive sulla consulenza filosofica stessa: tale pluralismo, infatti, in se stesso, più che un problema, va considerato una risorsa.

Vorrei coadiuvare i miei amici e colleghi filosofi consulenti a impostare correttamente la ricerca su tale questione (e chi non è filosofo a orientarsi sul tema del rapporto tra la filosofia e la professione di consulente filosofico) proponendo 4 tesi fondamentali, per argomentare le quali evocherò, qua e là, il mio libro (Platone 2.0. La rinascita della filosofia come palestra di vita, Milano-Udine, Mimesis 2016, d’ora in poi semplicemente “P”).

1. Chi desidera esercitare la consulenza filosofica come professione deve essere libero di adottare qualsiasi approccio metodologico (e, in ultima analisi, qualsiasi epistemologia della consulenza filosofica) che egli sia in grado di giustificare come filosofico (piuttosto che come psicologico, pedagogico ecc.) sulla base di criteri essenzialmente storico-culturali (con riferimento, cioè, sia alla storia della filosofia nel suo complesso, sia alla più recente storia della consulenza filosofica, a livello internazionale e nazionale).

Tale libertà è incomprimibile per una serie di ragioni che ho spesso richiamato.

a) Sotto il profilo strettamente teoretico ed epistemologico trovo difficile mettere tra parentesi (sarebbe un’azione essenzialmente politica, una scelta che costituirebbe una vera e propria forzatura, per quanto la tentazione di farlo sia seducente) il carattere di “meta-teoria praticante” della filosofia e, per la proprietà transitiva, della stessa consulenza filosofica, nella misura, almeno, (una misura che “limerò” ai successivi punti 3-4, senza, tuttavia, negare in radice il profondo legame tra “filosofia” e “consulenza filosofica”) in cui si intenda la consulenza filosofica “come filosofia e nient’altro” [cfr. Neri Pollastri, Il pensiero e la vita, Apogeo, Milano 2004, pp. 45-46, che riprende Gerd Achenbach, La consulenza filosofica, tr. it. Apogeo, Milano 2004, p. 69; cfr. anche Neri Pollastri, Filosofia, nient’altro che filosofia, in AA.VV., Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni, Di Girolamo, Trapani 2008, pp. 21-34].

Come è noto, tale carattere meta-teoretico è dichiarato da Achenbach:

La pratica filosofica non è meta-teoricamente controllata, non viene cioè prima concepita e poi riflessa, ma è una meta-teoria praticante, si costruisce cioè solo come processo riflettente e pratico [Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 83, cfr. P, p. 56].

Ma tale carattere meta-teoretico è argomentato nel modo più chiaro e, a quanto mi sembra, difficilmente aggirabile da Stefania Contesini:

La caratteristica distintiva della consulenza filosofica consiste [...] nella possibilità di applicare il proprio esercizio critico sui suoi stessi principi. Basti pensare al fatto che i contenuti attorno a cui più frequentemente si dialoga rimandano ai concetti di libertà, responsabilità, comunicazione, tempo, comprensione, i quali [...] costituiscono anche gli assunti a partire da cui la relazione si legittima. Non vi sono a priori garantiti. Gli stessi paradigmi di fondo rimangono domande aperte, sono materia oltre che presupposto del filosofare. In questo processo consulente e cliente condividono lo stesso compito riflessivo, il quale oltre ad appuntarsi sulla “visione del mondo” di entrambi, coinvolge gli stessi principi costitutivi della consulenza. Ogni consulenza filosofica mette dunque sempre in gioco se stessa come possibilità di darsi. Essa si costituisce come quella pratica che si interroga continuamente su di sé e che si dà, al tempo stesso, con un unico movimento, come pratica e come teoria della pratica. Ciò ne fa qualcosa di diverso [ecco una preziosa specificità!] rispetto alle altre forme di counseling, dal momento che qui si gioca il carattere distintivo della filosofia rispetto alle scienze umane. La filosofia è quel sapere che non può non chiedersi che cosa sta facendo, non può usare un metodo senza dare conto del metodo stesso [Stefania Contesini, Roberto Frega, Carla Ruffini, Stefano Tomelleri, Fare le cose con la filosofia. Pratiche filosofiche nella consulenza individuale e nella formazione, Apogeo, Milano 2005, p. 114; cfr. P, p. 56].

L’ultimo accenno di Contesini all’esigenza che la filosofia, nell’usare un metodo, debba sempre di nuovo ridiscuterlo, dandone conto, ricorda il noto “adagio” achenbachiano, secondo il quale la consulenza filosofica lavora non «con i metodi, ma sui metodi» [Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 13; cfr. P, p. 144, n. 108].

Tutto questo che cosa ci suggerisce? Che, se la filosofia è tenuta in quanto tale a mettersi continuamente in discussione nei propri stessi fondamenti epistemologici e metodologici mentre si esercita [cfr. P, p. 56] e se svolgere una consulenza filosofica è un modo di fare filosofia, non è possibile predeterminare a priori un’epistemologia della consulenza filosofica vincolante per tutti i professionisti del settore (come non è possibile la quadratura del cerchio).

Ciò, del resto, risulta chiaramente dal da me più volte citato (cfr. P, pp. 417-18, n.8) testo insuperato di Neri Pollastri:

Se [...] la consulenza filosofica è vera e propria filosofia, una teoria su di essa non può configurarsi che come una “teoria” della filosofia stessa, ovvero qualcosa di probabilmente impossibile e comunque a sua volta mai neppure tentata nella storia del pensiero. Come potremmo – senza cadere in depauperanti schematismi o, al contrario, in trattati infiniti e disorientanti – racchiudere in un’unitarietà teoretica onnicomprensiva le molteplici e diversissime forme in cui, negli oltre due millenni e mezzo di storia umana, i pensatori hanno coniugato l’agire filosofico? E come potremmo definire compiutamente e univocamente il “metodo” del loro pensare? [Pollastri, Il pensiero e la vita, cit., p. 19].

Come si legge, qui Pollastri non parla solo delle moltissime forme in cui i pensatori hanno elaborato dottrine, ma, giustamente, anche delle moltissime forme in cui essi hanno “coniugato l’agire filosofico”. Si tratta, dunque, di metodo, come scrive lo stesso Pollastri. E, infatti, egli ne ricava l’impossibilità di una teoria della consulenza filosofica.

Il che ci porta alla seconda macro-ragione per la quale il filosofo consulente professionista deve essere libero di adottare qualsiasi metodo egli possa giustificare come filosofico su basi storico-culturali.

b) Le differenze tra i filosofi non hanno riguardato soltanto le loro dottrine, ma anche e soprattutto i loro metodi e, più in generale, la nozione stessa di “filosofia” che ciascuno di essi presupponeva o, talora, argomentava. Come scrive Luciana Regina, la filosofia, nel suo procedere, “produce contenuti che si fanno metodo” (cioè, intendo: il metodo di un filosofo discende sovente dalla sua dottrina, in quanto essa ha determinate implicazioni logiche, linguistiche, psico-logiche, antropologiche ecc.) [Luciana Regina, Consulenza filosofica: un fare che è pensare, Unicopli, Milano 2006, p. 92, cit. in P, p. 358]. Ciò comporta un insopprimibile pluralismo (epistemologico, meta-filosofico) circa la nozione stessa di “filosofia” (analogo al pluralismo relativo alla nozione di “psicologia”, ma, se possibile, ancora più marcato) che rende impossibile determinare per via teorica in maniera univoca (e vincolante per tutti i professionisti) in che cosa debba consistere il “filosofico” nella consulenza filosofica.

Al problema di “Quale filosofia fare?” in consulenza filosofica è dedicato l’intero cap. 5 del mio libro, che parte appunto dalla premessa, storicamente rilevabile, dell’insopprimibile pluralismo della filosofia, non solo dottrinale, ma anche epistemologico.

N. B. Chi ha letto o anche solo sfogliato il mio libro sa che privilegio il paradigma metodologico platonico (l’approccio maieutico socratico così come documentato da Platone) in apparente contraddizione con l’asserito insopprimibile pluralismo epistemologico. La mia tesi paradossale, tuttavia, è che Platone ci avrebbe consegnato una sorta di “metodo del non metodo” (proprio come Achenbach!), anche per l’impossibilità di sapere che cosa egli abbia veramente inteso a partire da quello che egli ne ha scritto. Semplicemente: in positivo, Platone consegna, a chi vi trova spunti metodologici, un sicura fonte di legittimazione del proprio approccio, per chi avesse dubbi riguardo la filosoficità di altri approcci. Ai fini della ricerca di un approccio alla filosofia in grado di farne una professione (nella forma della consulenza), tuttavia, la mia predilezione per Platone può tranquillamente essere messa tra parentesi, in quanto essa pretende (a ragione o a torto) di essere inclusiva e non esclusiva di ogni alto approccio che si voglia filosofico (cfr. P, p. 418).

Piuttosto, sempre in questo quinto capitolo del mio libro, tento di “sdoganare” come filosofici, argomentandolo, metodi e approcci molto diversi, tutti storicamente attestati come tali, tutti presenti in Platone, ma non tutti legati a procedimenti di tipo logico-critico (come sembra viceversa credere l'”ultimo Pollastri”, il quale, ad onta della precedente confutazione della possibilità di derivare una “teoria della consulenza filosofica” da una “teoria della filosofia”, tenta di trovare proprio in questi procedimenti logico-critici il minimo comune denominatore delle diverse forme del filosofare) .

Come ci ricordano Hadot e Foucault, nel mondo greco-romano era considerato “filosofo”, ad esempio, colui che cercava semplicemente di perseguire la saggezza conservando la imperturbabilità ed esercitando le diverse virtù secondo le indicazioni di qualche maestro. Precisiamo: ciò non implicava l’obbedienza cieca e passiva a dogmi – come a volte si scrive -, ma, verosimilmente, la loro profonda comprensione e condivisione in quanto continuamente verificati dalla propria esperienza (cfr. P, pp. 445-450). Ora, un filosofo consulente che, “artigianalmente” (per dirla con Davide Miccione), aiutasse se stesso e il proprio interlocutore, maieuticamente, a cercare in se stesso le risorse per essere “più saggio” e “vivere meglio” non svolgerebbe correttamente la professione di “consulente filosofico”? Dovrebbe darsi un altro nome – che ne so? – “consulente morale”, “consulente esistenziale”? Assolutamente no, se ammettiamo il legittimo pluralismo degli approcci professionali in quanto rampolla dal legittimo pluralismo dei modi di intendere la “filosofia”.

Analogamente, in P, p. 532 e ss, tento di “sdoganare”, sotto il profilo strettamente filosofico, l’empatia come possibile, legittimo metodo da mettere in gioco all’interno di un dialogo, con una serie di avvertenze critiche (Altra cosa sarebbe se mi servissi acriticamente dell’empatia “perché funziona”, “aiuta la relazione” o simili, senza giustificarne l’uso come filosofico).

2. Non si può limitare l’accesso alla professione di consulente filosofico sulla base di speciali criteri epistemologici e metodologici (speciali rispetto a quelli ricavabili da un’ampia perlustrazione storico-culturale delle fonti di legittimazione del proprio agire come agire filosofico).

Ciò risulta da quanto argomentato sopra circa la libertà insopprimibile del filosofo consulente. Nessuno, del resto, ha il copyright dell’espressione “consulente filosofico”, quale che ne sia stata la genesi storica (in Italia e nel mondo).

Qualcuno potrebbe lamentare che tale pluralismo libertario possa confondere il cliente. Si potrebbero evocare, al riguardo, le difficoltà che i filosofi consulenti incontrano, non solo a promuovere la loro professione “porta a porta”, ma anche a ricevere per essa un giusto riconoscimento sociale.

Purtroppo, se il problema fosse questo sarebbe insolubile, salvo trasformare la consulenza filosofica, in quanto filosofica, dunque strutturalmente autocritica e meta-teorica, in altro; con il risultato di farci riconoscere sì… ma non per quello che siamo, bensì per quello che non siamo, ossia non come filosofi, ma come professionisti (consulenti esistenziali? antropologici? logico-critici?) aderenti a una determinata prospettiva teorica.

Tuttavia, manca la prova che il mancato decollo della professione sia legato al pluralismo degli approcci. Anzi, mi sento di escluderlo. Trovo, anzi, che l’ossessiva ricerca di una “definizione” di quello che, come filosofi consulenti, siamo, lungi dal portarci verso la soluzione dei nostri problemi di riconoscimento, sia parte importante della loro scaturigine. Infatti, tale ricerca (di un’impossibile autodefinizione) denota una profonda insicurezza di ciascuno e di tutti, la paura quasi davanti a quella libertà con la quale la filosofia ci chiede (quasi ci impone) di venire esercitata. Il “cliente” si accorge di questa nostra insicurezza e scappa (rivolgendosi a un professionista diversamente competente). Oppure il cliente non riesce neppure ad accorgersene, perché non osiamo aprire uno studio, metterci in gioco, senza prima aver perimetrato, definito, esserci riconosciuti ed esserci fatti riconoscere… in un evidente regresso all’infinito (per la natura meta-teorica della filosofia) che rinvia sine die l’agire professionale.

Ma che cosa ci ha insegnato Donald Schon (p.e. in Il professionista riflessivo)? Che l’agire professionale (proprio come dice Achenbach a proposito della sola consulenza filosofica) non viene prima pensato e poi agito, ma si pensa mentre agisce e riflette sulla propria natura, per così dire sempre a posteriori, mai a priori. Come dire: impara a nuotare solo chi si tuffa, non chi studia “teoria del nuoto”.

L’equivoco qui nasce da un’errata pretesa. Si dice che, come filosofi, dovremmo essere in grado di chiarire preliminarmente, prima (di agire, di promuoverci ecc.), quello che siamo, meglio e più di altri;  che il nostro compito “costitutivo” sarebbe proprio quello di definire ciò che siamo; fino al punto, una volta definita la consulenza filosofica così e così, da riconoscere che le vie (e le corrispondenti “associazioni professionali”) di chi non si riconoscesse in questa raggiunta e luminosa definizione dovrebbero divergere (e amici come prima).

Ma l’esperienza storica del filosofare, così come la natura meta-teorica del medesimo, permette facilmente di “profetare” che, ad andare a fondo in questa direzione, si finirebbe per costituire un’associazione per ciascun consulente filosofico. Anzi, costui/costei dovrebbe continuamente sciogliere e ricostituire la sua associazione personale ogni volta che qualche dialogo filosofico gli/le dovesse far cambiare idea (change his/her mind) sul modo in cui lui stesso/lei stessa ha definito quello che fa.

Si dimentica che il filosofare non consiste affatto nel compito (che Hegel direbbe “intellettualistico”, non “razionale”), proprio piuttosto dei saperi “scientifici”, di “definire”, ma, al contrario, di problematizzare ogni definizione, comprese quelle che istituiscono la stessa pratica filosofica. Ciò risulta – se si vogliono evocare fonti autorevoli – anche da un passo poco noto della VII Lettera di Platone (che cito in P, p. 139 e ss.), oltre che, come detto, dall’esperienza storica.

L’obiezione potrebbe allora essere. Ma allora siamo nell’anarchia più totale? Anything goes? Chiunque può fare qualsiasi cosa? Come discriminare il “valido” filosofo consulente dal ciarlatano? Come garantire l’utenza?

Evocando Hegel di passaggio ho alluso alla distinzione hegeliana tra “intelletto” e “ragione”. In modo quasi rovesciato la tradizione platonica (così come molti altri autori fino a Husserl), come è noto, distingue tra procedimenti logico-discorsivi (limitati, esposti al regresso all’infinito e all’antinomia, cfr. Goedel ecc.) e atti di intuizione/intelligenza/intellezione, non meno filosofici, anzi forse tali da caratterizzare il “filosofico” distinguendolo dallo “scientifico” (cfr. P, p. 441 e ss. e passim). Probabilmente la risposta alla domanda “Che cos’è la consulenza filosofica?” non ha, allora, una risposta in termini di definizione, ma in termini di intuizione/comprensione (e, conseguente, discernimento, cfr. P, p. 440).

Come è noto, Agostino dice del tempo:

Se nessuno me ne chiede, lo so bene [che cosa sia il tempo]: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so [Confessioni, XI, 14]

Noi sappiamo perfettamente che cos’è l’amore o una retta, ma vi sono molte diverse definizioni dell’una cosa e dell’altra (e probabilmente nessuna esaustiva, non foss’altro perché nascostamente circolari: tipicamente la definizione di retta presuppone la nozione di punto, ma per definire un punto devo evocare l’intersezione di due rette!). Così noi distinguiamo il rosso dall’arancione, ma non sapremmo dire, visivamente, dove passa esattamente il con-fine tra l’uno e l’altro, tale da de-finire l’uno e l’altro (questa metafora valga per la differenza tra filosofia e psicologia o tra filosofia e direzione spirituale, per esempio).

In generale, noi sappiamo prima (oscuramente) che cosa sono le cose e poi cerchiamo di definirle (altrimenti non sapremmo neppure che cosa dovremmo definire). Non sempre, però, il passaggio è possibile e ci dobbiamo portare a casa un po’ di oscurità. Al riguardo evoco a più riprese, nel mio libro, la nozione di pre-comprensione di Heidegger-Gadamer. Forse ci si può avvicinare ad afferrare verbalmente qualcosa, ma non è mai possibile esaurire la cosa attraverso la definizione (notate che questo vale per le cose più importanti come Dio o l’amore). L’avvicinamento è un avvicinamento storico, che si consegue mettendo per così dire in “risonanza” la letteratura su un argomento (p.e. la consulenza filosofica) senza presumere di pervenire a una definizione univoca e condivisa, che, in definitiva, sarebbe meramente verbale, impoverendo la ricchezza semantica e la plurivocità – che non significa “confusione” – della cosa da definire (si pensi alla nozione di “essere” in Aristotele, per esempio).

La controprova: esiste da anni un’associazione per la consulenza filosofica riconosciuta perfino dallo Stato, alcuni dei suoi soci esercitano la professione, eppure non esiste affatto una definizione condivisa su che cosa esattamente sia quello che costoro fanno. Per quanto ciò possa essere visto come un limite (o una della ragioni del difficile decollo della professione – cosa che io contesto, come già detto – ), come si vede la mancanza di “definizione” non impedisce affatto, in assoluto, che professione sia.

N. B. Quelle che sto evocando – parlando di “precomprensione”, “intuizione”, “intellezione”, “discernimento” ecc. – sono nobili tradizioni filosofiche che sostengono la non conclusività del definire e del “chiarire” in senso logico-verbale, obiettivi di altre forme di filosofia (vagamente riconducibili a un asse aristotelico-scolastico-analitico).

3. Lo sforzo della ricerca dei filosofi consulenti, dunque, deve essere descrittivo e non prescrittivo e deve essere orientato a riconoscere gli stili principali, storicamente emergenti e, dunque, più diffusi, nei quali la filosofia si professionalizza (come consulenza) con maggiore efficacia; al duplice fine: a) di organizzare un’efficace formazione alla consulenza filosofica e b) di presentarla pubblicamente in modo onesto (senza mai sottacere ai potenziali utenti l’insopprimibile pluralismo di stili e prospettive). Sulla base di quanto premesso la presentazione, interna ed esterna, avrà, dunque, carattere storico-culturale (narrativo) piuttosto che teoretico-fondazionale.

Ciò segue chiaramente da quanto precede. L’importante è non considerare la presentazione storico-culturale una diminutio rispetto al preteso afferramento logico-teoretico della consulenza filosofica come professione. Infatti, quest’ultimo, oltre che impossibile, potrebbe essere anche meno esplicativo, di una presentazione storica, della ricchezza semantica di una nozione (neppure esente da interne contraddizioni, come è proprio di tutte le nozioni di una certa rilevanza).

Tale presentazione può senz’altro privilegiare, anche per ovvie ragioni di spazio e di tempo, gli stili più promettenti o che appaiono più legittimati storicamente o più adatti a una professionalizzazione efficace. Nulla vieta di dichiarare, ad esempio, che

“innanzitutto e per lo più” il consulente filosofico fa questo e quest’altro per questo e quest’altro motivo ecc., anche se alcuni colleghi “originali” rivendicano questo e quest’altro modo di fare filosofia, per questa e quest’altra ragione ecc. Negli ultimi tempi – si potrebbe anche aggiungere – ci si è accorti, da parte di alcuni, che l’enfasi sul fatto che la consulenza p.e. non risolverebbe problemi, pur essendo concetto giustificato sotto diversi aspetti, potrebbe far insorgere equivoci, quindi si è ritenuto di insistere maggiormente sul fatto che ecc.

Tutto ciò, a mio modo di vedere, coniugherebbe verità (storica) ed efficacia (retorico-promozionale), senza evocare vane, ulteriori “rotture” tra colleghi che non si riconoscessero più come tali (o simili).

Dunque imbarchiamo tutti?

Ma ciò è già accaduto! Noi siamo già molto diversi gli uni dagli altri e questa diversità non può essere diminuita. Si tratta di ricercare con pazienza l’inevidente terreno comune – possibilmente tra coloro che davvero esercitano la professione -, forse difficile da racchiudere dentro uno slogan, ma senz’altro possibile oggetto di una descrizione/narrazione di tipo storico.  Che questo terreno sussista credo sia abbastanza evidente, non foss’altro perché la nostra storia è comune e ci contaminiamo continuamente reciprocamente. Lascerei, cioè, in ultima analisi allo “spirito del tempo” di decidere che cosa possa o non possa essere “consulenza filosofica”, proprio attraverso la “selezione naturale” a cui sono sottoposti i nostri tentativi di trasformarla in una vera professione. Non c’è alcuna ragione di aggiungere alla durezza del mercato, ulteriori limitazioni endogene provenienti, per esempio, da codificazioni restrittive dell’agire dei filosofi consulenti. Semmai possiamo ricercare quali vie siano più promettenti di altre.

Per altro verso un criterio interno di selezione già c’è e l’ho già enunciato: il professionista (pensiamo a un aspirante filosofo  consulente che voglia concludere il suo percorso formativo alla professione), oltre a conoscere a fondo la letteratura, a dover dare prova convincente delle sue capacità pratico-filosofiche attraverso il dialogo, deve soprattutto saper giustificare convincentemente che quello che pratica sia filosofia e non altro (attingendo alla letteratura a questo punto non solo pratico-filosofica, ma filosofica, in generale). Egli mi potrebbe, ad esempio, sorprendere, riuscendo a confutare quello che ho sempre creduto che la consulenza filosofica fosse. Ciò esclude che si possa dettagliare un elenco di competenze rigidamente prescritte. Nella valutazione di un aspirante consulente, alla luce di tutto questo, è irriducibile un forte elemento di discrezionalità, dipendente dalla visione della consulenza filosofica, a sua volta storicamente determinata, di chi valuta l’aspirante professionista. Ma è la “cosa stessa”, a me pare, a non consentire vie di fuga in facili semplificazioni (su tutta questa materia ho riflettuto in P, pp. 469-504).

4. Sulla base della nostra esperienza professionale (più che di qualsiasi altro riferimento bibliografico), ma anche in osservanza delle indicazioni normative e culturali, di provenienza nazionale ed europea, circa i requisiti delle moderne professioni, possiamo, come professionisti in ricerca sulla propria professione (già esistente e già esercitata!), senza pretendere di imporre alcunché, senz’altro suggerire alcune possibili condizioni che potrebbero favorire più di altre la professionalizzazione della filosofia come consulenza (quel “salto” o “discontinuità” dalla filosofia “tradizionale” alla professione della consulenza sul quale molti colleghi invitano a riflettere).

a) Un prima condizione favorevole all’esercizio della professione è senz’altro la forte motivazione del filosofo consulente a esercitare la professione (filosofo che deve saper giustificare, almeno a se stesso, le ragioni di questo “passaggio all’atto” professionale); motivazione, tuttavia, che potrebbe essere legittimamente diversa per ciascuno di noi, stante l’insopprimibile pluralismo nelle concezioni della filosofia da cui prendiamo le mosse; anche se, in sede di ricerca, è sempre possibile cercare qualche minimo comune denominatore emergente come storicamente prevalente in questo tipo di motivazione.

Nel mio caso, ad esempio, la motivazione è questa: la filosofia “accademica” e “scolastica” mi sembra una “luogo-tenente” della “vera filosofia” (come sembrava anche a Gerd Achenbach – cosa che spesso non si ricorda – cfr. La consulenza filosofica, cit., p. 142, cit. in P, p. 49, n. 2; cfr. anche P, p. 450 e ss.), “vera filosofia” (come dialogo orale) che sarebbe finita con la fine del mondo antico; le pratiche filosofiche e in particolare la consulenza filosofica sarebbero un modo “postmoderno” (legato, cioè, al nostro tempo) di “resuscitare” la “vera filosofia” (di qui il sottotitolo del mio libro), il solo modo di fare filosofia oggi. A quale scopo? Per conseguire (il bene e) la felicità! Per dare senso alla propria vita (può bastare? Tutto il mio libro sottende tale ipotesi, anche se forse non la mette nella giusta evidenza).

Capisco perfettamente che questa motivazione è legata a una ben precisa “filosofia” della “filosofia”, legittimamente non da tutti condivisa. Ciò esemplifica bene la difficoltà che abbiamo di trovare una motivazione buona per tutti.

La sola motivazione “universale” che mi viene da suggerire – e che mi è stata suggerita da Luca Comino, che fu tra i pionieri della consulenza filosofica in Italia – è che, come i nostri consultanti, tutti noi viviamo in un’epoca di nichilismo e di erosione del senso offerto dalle altre agenzie tradizionali (chiesa, scuola, scienza, stato, partito ecc.) e, quindi, ricerchiamo insieme a loro (ai consultanti) questo senso perduto.

b) Un’altra condizione favorevole all’esercizio della professione è sicuramente la soddisfazione della domanda del (potenziale) cliente (come singolo e come società a cui ci si rivolge): questa condizione potrebbe suggerire (senza imporlo) ai colleghi professionisti di valorizzare certi aspetti piuttosto che altri della loro pratica (ad esempio: posto che la consulenza filosofica – come del resto ogni seria professione d’aiuto – non “risolve problemi”, probabilmente è più ragionevole comunicare al potenziale cliente non tanto quello che la consulenza filosofica non fa, ma quello che fa, per esempio, ben oltre la mera risoluzione dello specifico problema, aiutare a dare significato alla vita in un contesto storico, come detto, di indubbia crisi delle tradizionali agenzie di senso).

c) Probabilmente, infine, alcuni stili (non uno solo!) più di altri sono adatti alla professionalizzazione della filosofia come consulenza.

Ad esempio, chi intendesse la filosofia come ricerca metafisica dei principi e delle cause prime, ponendosi come prioritaria la domanda sull’esistenza di Dio (procedendo top down), e considerando la risposta a tale domande preliminare alla soluzione di qualsiasi altro problema (e chi potrebbe dargli torto?), al di là delle sue eventuali pretese dogmatiche (poniamo che si limiti a porre la domanda senza dare risposta), non sembrerebbe molto adatto a svolgere una funzione di consulente filosofico, come è comunemente intesa (storicamente emergente).

Chi, come Oscar Brenifier, alla precisa domanda: “Perché lo fai?”, rispondesse “Perché è divertente” (cfr. «Phronesis», IX, n. 16, 2001, pp. 54-55, cit. in P, p. 656, n. 187), si direbbe in grado di raggiungere un’élite di intellettuali che intendono il filosofare come attività principalmente ludica, ma non molti altri potenziali consultanti (anche se le cose, forse, non sono così scontate…).

Verosimilmente, quindi, si tratta di adottare stili non solo legittimi in quanto filosofici (come sarebbero anche quello metafisico e quello ludico sopra evocati), ma anche efficaci in quanto pertinenti a un’attività di consulenza filosofica, che, vuoi o non vuoi, deve rispondere a un bisogno di un “non filosofo” (foss’anche quello minimo di fare chiarezza in se stesso).

Ma questo, appunto, credo che sia il tema vero della ricerca, che dovrebbero condurre i filosofi consulenti e che dovrebbe avere soprattutto carattere empirico o perfino sperimentale. Paradossalmente, infatti, quanto è relativamente facile trovare il modo di giustificare come filosofico il proprio approccio, altrettanto appare difficile “venderlo” come utile ed efficace per corrispondere a qualche bisogno dell’utente.

Tuttavia, il ricco pluralismo di riferimenti filosofici che si possono evocare per giustificare il proprio approccio metodologico consente proprio quello che una rigida perimetrazione impedirebbe: di trascegliere proprio quello stile che appare più consono ai bisogni che si intendono soddisfare.

E’ quest’esperienza, non altro, che suggerisce di non porre l’enfasi, tanto per riprendere questo come esempio, sul fatto che la filosofia non risolverebbe problemi. Poiché, tra l’altro, esistono fior di tradizioni filosofiche (come il pragmatismo americano), che sostengono il contrario, cioè, appunto, che la filosofia risolve problemi (o è “terapia del linguaggio”, cfr. Wittgenstein) quale strano “masochismo logico” ci dovrebbe indurre a insistere pervicacemente ad allontanare potenziali clienti desiderosi di risolvere i loro problemi?

Lo scrivo per paradosso e provocazione. La mia personale posizione è un’altra: rifacendomi a Socrate condivido l’idea che la filosofia non debba, in effetti, risolvere banalmente problemi, solo che non mi sembra assolutamente necessario mettere l’accento in negativo su questo dato, piuttosto che, in positivo, sul fatto che, per esempio, la filosofia aiuta a dare significato all’esistenza.

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