Omicidio stradale, no grazie

  • Finalmente è stata approvata dai due rami del Parlamento una legge sull'”omicidio stradale”. Era ora. Troppe volte gente ubriaca al volante uccideva qualcuno, magari fuggendo dal luogo del delitto, e restava impunita. Spesso i parenti delle vittime li vedevano ancora circolare liberamente per le strade, ancora in possesso della patente…

Non trovi che vi sia qualcosa di demagogico e di incoerente in questa nuova fattispecie di reato?

  • Ma che dici!

Ammettiamo, senza concederlo, che sia giusto il forte incremento delle sanzioni per chi commette un omicidio su strada. Ti sembra ragionevole che tale incremento non debba concernere ogni tipo di omicidio colposo commesso con mezzi meccanici, ad esempio con un motoscafo, con una moto d’acqua o, magari, con un elicottero?

  • Ma si tratta di casi molto meno frequenti…

Certo, con minore impatto sull’opinione pubblica, quindi. Ma sostanzialmente simili. Si crea, dunque, una sperequazione nel trattamento sanzionatorio di reati simili per ragioni, come dicevo, demagogiche, sull’onda dei tanti, certo umanamente comprensibili, lamenti dei parenti delle vittime della strada, amplificati da numerose trasmissioni televisive.

  • Si tratterebbe, allora, di uniformare le sanzioni per altre fattispecie di reato simili all’omicidio stradale …

Prevedendo l’omicidio acquatico, aereo, subacqueo ecc.? E che ne sarebbe, in generale, degli altri reati colposi e non dolosi che si commettono, anche senza guidare mezzi meccanici? Vogliamo lasciarli indietro?

  • Forse si tratterebbe di aggravare le pene di tutti questi reati….

Ottima idea. Se non ho inteso male, l’omicidio stradale, se si sommano tutte le aggravanti, può comportare fino a 18 anni di reclusione. E così dovrebbe essere, secondo te, per le altre forme di omicidio colposo, giusto?

  • Forse sarebbe giusto…

Invece, nel caso di reati dolosi, come lo stupro commesso da quel Tizio su una tassista, di cui hanno parlato le cronache recenti, la pena prevista potrebbe non superare i 7 anni di reclusione… Ti sembra equo?

  • Perché no? In fondo quel Tizio non ha ucciso nessuno…

Facciamo questo caso. Un padre di famiglia, onesto lavoratore, rientra a casa dopo una cena con i propri ex compagni di classe e, nel buio della notte, non si avvede di una donna che procede in bicicletta sul ciglio della strada. Supponiamo che procedesse a una velocità un po’ più alta del limite di 50 (a volte collocato su tratti di strada fuori città dove si potrebbe benissimo viaggiare a 70 all’ora, soprattutto quando fabbriche e uffici sono chiusi) e che il suo tasso alcolemico superasse i limiti di legge a causa della serata conviviale. L’auto dell’uomo tocca la bici della donna, questa cade e disgraziatamente batte la testa e muore. Nulla da eccepire sul piano civilistico. La famiglia di lei dovrebbe ricevere un congruo risarcimento. Ma sul piano penale? Saresti davvero disposto a sostenere che quest’uomo al volante sia molto più colpevole dello stupratore di prima, che magari ha premeditato il suo delitto e, soprattutto, lo ha commesso scientemente? Sarebbe giusto, ad esempio, che se egli fosse un ottimo insegnante, stimato da colleghi e studenti, o un ottimo medico, impiegato presso una struttura pubblica, o un bravo poliziotto, che ha all’attivo numerosi successi nel campo della lotta alla criminalità, venisse licenziato dall’amministrazione pubblica di appartenenza e mettesse in gravi difficoltà la sua famiglia, come se avesse voluto stuprare qualcuno, rubare, commettere concussione o simili?

  • Poni un caso difficile. Resta il fatto che si sarebbe comunque trattato di omicidio anche se colposo…

Vero, si sarebbe trattato di omicidio, ma solo perché l’uomo avrebbe avuto l’enorme SFORTUNA di imbattersi in quella donna di notte. Quante migliaia di volte persone simili a quell’uomo rientrano dopo una cena senza uccidere nessuno. Nel caso peggiore si ritrovano con un’ammenda da pagare per eccesso di velocità e qualche punto scalato dalla patente. La differenza tra queste migliaia di casi e quello dell’omicida, se ci rifletti, non dipende affatto dalla condotta posta in essere dal soggetto, ma dalle circostanze sfortunate in cui è incappato l’ “assassino” (si fa per dire).

  • Ma l’uomo sapeva che, mettendosi alla guida in quelle condizioni un po’ alterate e conducendo il veicolo a quella velocità, avrebbe potuto uccidere qualcuno. Si potrebbe al riguardo parlare neppure solo di “colpa”, ma forse anche di “dolo eventuale”.

Francamente non mi sembra che ne ricorrano le circostanze, a meno che ogni comportamento “colposo”, poiché ne possono derivare conseguenze catastrofiche, non implichi “dolo eventuale”. Ma anche se così fosse, allora il medesimo comportamento delittuoso lo assumerebbero anche TUTTI coloro che si mettono alla guida in condizioni simili al nostro ipotetico omicida. Ti sembra ragionevole?

  • Non puoi negare, però, che quella delle vittime della strada sia un’emergenza nazionale! Qualcosa bisognava pure fare, no?

Non lo nego, ma mi sembra che la logica che c’è dietro l’invenzione di questo reato sia simile al celebre: “Colpirne uno per educarne cento”. Certo, da domani guiderò con maggiore prudenza, ma si sarebbe potuto ottenere questo risultato anche se si fosse previsto che, nel caso uccidessi accidentalmente  qualcuno, venissi torturato a morte. Questo, però, non significa che torturare qualcuno sia giusto, non trovi?

Verità e opinione

  • Nel dialogo sull’accettabilità o meno della stepchild adoption hai sostenuto, in buona sostanza, che il modo in cui una coppia o una famiglia debba essere formata sia una questione culturale. Ma a me pare, invece, che vi sia un solo modo naturale in cui famiglie e coppie possano essere formate: le coppie possono essere solo eterosessuali, perché solo tali coppie sono feconde; la famiglia scaturisce, naturalmente, dalla fecondità di una coppia eterosessuale.

In altre parole, a tuo parere, non si può fare che una coppia sia omosessuale o una famiglia sia costituita da due mamme (o due papà) e uno o più bambini, per la stessa ragione per cui non si può fare che un triangolo abbia quattro lati. E’ così?

  • Esattamente.  Si tratta di una verità inconfutabile.

Inconfutabile secondo chi?

  • Ad esempio secondo la Chiesa cattolica.

E la Chiesa cattolica non potrebbe errare?

  • Ma che dici? La filosofia ti ha “mal educato”. Se dubiti anche del Magistero della Chiesa, che cosa ti resta da credere? Cadi in un relativismo senza speranza…

Al contrario. Qui si annida un equivoco in cui cadono oggi tanto i credenti, quanto i non credenti.

  • Quale?

Molti, per “combattere” quello che considerano il “dogmatismo” della Chiesa (o altri cosiddetti “fondamentalismi”), sostengono una forma di cosiddetto “pensiero debole”, secondo il quale sarebbe finita l’epoca della “metafisica” e della “verità” forti, proclamate da questa o quella istituzione (o da questo o quel partito).

  • Credevo che tu fossi su questa linea.

Assolutamente no.  Questa prospettiva è autocontraddittoria, come hanno ben evidenziato le classiche confutazioni del relativismo. Se nulla è vero, non può essere vera neppure la negazione della verità. Ma c’è un’implicazione ancora più grave…

  • Quale?

Se ci rifletti, quest’atteggiamento sembra suggerire che, in fondo, la Chiesa fosse (e sia) effettivamente depositaria di qualche verità, con la V maiuscola; di cui forse si ha paura o che, come dice San Paolo nella Lettera ai Romani (1, 18-21), non ci fa forse comodo credere, per poter “commettere peccato”. Per paura della Verità (di esserne giudicati), la si nega e ci si rifugia nel relativismo, senza avvedersi delle sue contraddizioni.

  • Ma tu sembravi non credere alle verità proclamate, ad esempio, dalla Chiesa. Non è anche questa una forma di relativismo?

Nient’affatto. Fino a prova contraria la Chiesa, come chiunque altro, esprime soltanto “opinioni”. Non a caso essa stessa li riconosce come dogmi (che in greco significa “opinioni”) e invita ad avere fede in essi (proclamando, ad esempio, il Credo niceno-costantinopolitano). Posso anche credere a ciò che la Chiesa proclama, ma so, appunto perché vi credo, che di “credenza” od “opinione” si tratta. Non posso spacciare per dimostrabilmente vero ciò che è soltanto creduto tale.

  • Ma questo non è, appunto, relativismo? Sostenendo che la Chiesa proclami solo “opinioni” dubiti della loro verità.

Dubitare non è negare. Vi si può credere, dubitando. Ma, nel dubbio, si può preferire alcune opinioni ad altre, sulla base di argomentazioni che ci appaiono più convincenti di altre. Quello che non si può assolutamente fare è spacciare come verità universali, valide per tutti, ciò che tu o io crediamo che sia vero.

  • Ma come fai a credere che sia vera una cosa (per esempio l’esistenza di Dio), senza credere che essa sia vera per tutti.

Certo, se Dio esiste, esiste per tutti. Ma “gli altri”, che non se ne avvedono, possono liberamente continuare a non crederci. Non posso rimproverarli di non “accettare la verità”, poiché non ho nessun modo per dimostrargliela. E questo vale anche per ciò che tu ritenevi “naturale” (come la famiglia “tradizionale”). Forse le cose stanno veramente come tu e la Chiesa sostenete. Forse la famiglia tradizionale è davvero naturale. Il problema è che non appare possibile dimostrarlo a chi non è d’accordo con voi. Si può solo tentare di persuadere gli “avversari” attraverso argomentazioni ad hominem, cioè che facciano appello alle premesse da cui questi stessi avversari muovono (per esempio i principi della Costituzione Italiana).

  • Ma questa non è appunto l’apoteosi del relativismo?

Al contrario. Posso riconoscere che la mia è soltanto un’opinione perché

  1.  la considero vera, pur non potendo dimostrare che essa sia tale;
  2. riconosco una verità “assoluta”, che trascende la mia opinione, proprio perché riconosco che la mia è soltanto un’opinione che non coincide senza residui con quella “verità” che pure le attribuisco.

Pertanto è impossibile credere a qualcosa senza presupporre, a differenza dei relativisti, la verità:

  1. come qualità che si attribuisce alla propria credenza e, insieme,
  2. come ciò che, se la credenza fosse dimostrata, la renderebbe un sapere (universalmente riconosciuto).

E’ giusto che coppie gay possano adottare bambini?

E’ di queste settimana la discussione, sviluppata non solo nel Parlamento italiano, ma anche sui media nazionali,  intorno alla proposta di legge “Cirinnà”, la quale, tra le altre cose, propone la cosiddetta step child adoption, ossia la possibilità, per il partner gay del genitore di un bambino, di adottarlo. Come in molti casi del genere, in cui sono gioco complesse questioni bioetiche,  il dibattito appare l’opposto di un dialogo. Si assiste allo scontro tra schieramenti, i cui membri non sembrano affatto disposti non dico “a mettere in discussione”, ma neppure ad approfondire (auto)criticamente i presupposti da cui muovono, che assurgono in tal modo a veri e propri dogmi.

  • Bisognerà pure rispondere al quesito se sia giusto che coppie gay possano adottare bambini. Tu che ne pensi?

In realtà – di qui l’insensatezza della contrapposizione ideologica tra gli schieramenti a cui facevo riferimento – si tratta di una classica questione teoreticamente indecidibile, come lo sono molte questioni bioetiche.

  • Che cosa intendi per “teoreticamente indecidibile”?

Intendo che la questione può, certo, venire decisa praticamente, ad esempio politicamente  e giuridicamente, ma nessuno degli argomenti che si possono recare a favore e contro l’adozione di bambini da parte di coppie gay è riconducibile a un fondamento indiscutibile o evidente.

  • Ma non è questo il caso, in ultima analisi, di ogni problema filosofico? Non sei tra coloro che sostengono che, alla luce dei “tropi” degli antichi scettici, e dei celebri teoremi del matematico Goedel (che evochi  a mio modo di vedere piuttosto scompostamente ), nessuna ipotesi possa essere giustificata fino in fondo?

Hai ragione. Forse ogni problema, quando viene filosoficamente discusso, si rivela in ultima analisi indecidibile, Ma per molte ipotesi è possibile pervenire a fondamenti, se non assolutamente veri, almeno riconosciuti come evidenti dai più, ad esempio su base empirica. E’ il caso di molte ipotesi cosiddette “scientifiche”. In campo etico, invece, fanno letteralmente “gioco” le diverse prospettive da cui si guarda alla questione, di volta in volta, sollevata. Il che non impedisce di metterla sotto la lente di ingrandimento (filosofica) di un “esame di plausibilità”.

  • E nel caso in questione, se sia giusto o meno che coppie gay possano adottare bambini, come si potrebbe svolgere tale esame?

Innanzitutto, vediamo perché si tratta di una questione indecidibile. Tu come la “decideresti”?

  • In primo luogo mi chiederei quale sia il bene del bambino. Ciò mi porterebbe ad escludere che coppie gay possano adottare. Secondo me un bambino ha diritto ad avere un padre e una madre, perché questa è la forma naturale della famiglia.

Distinguerei la questione del “bene” da quella della “naturalità” di una condizione. Ammettiamo che, come sostengono molti (ad esempio i cattolici, ispirati, tuttavia, in questa prospettiva, più da Aristotele che dal Vangelo), la famiglia naturale abbia le caratteristiche che tu supponi. Ciò non implica che una condizione naturale sia per forza buona.

  • E perché una condizione naturale non dovrebbe essere anche buona?

Ci sono infinite condizioni naturali, ad esempio quelle che scaturiscono dell’evoluzione naturale di naturali malattie mortali, che non sono affatto desiderabili. Grazie… al Cielo, oggi l’evoluzione “culturale” (lato sensu naturale anch’essa), tanto quella delle conoscenze e delle tecniche, quanto quella più generale della civiltà, consente di debellare  tali malattie. In generale l’homo sapiens, scaturito dall’homo faber, è tale perché vive non più “secondo natura”, ma “secondo cultura” e può e fa cose buone che “naturalmente” non potrebbe (o non gli verrebbe in mente di) fare.

  • Già, ma non tutte le cose tecnicamente possibili sono anche moralmente lecite. Ad esempio, la produzione massiccia di ogm, la clonazione umana, l’affitto di uteri…. Ti sembra che tutte queste pratiche siano buone?

A me no, ma certo non perché queste pratiche non sono naturali.

  • E perché, allora?

Per altre ragioni, evidentemente. Ad esempio: perché potrebbero rendere infelici coloro che le esercitassero o altri che, a causa loro, le subissero. O perché potrebbero danneggiare l’ambiente…

  • E, se assumiamo il criterio del “rendere felici”, come giudicare l’ipotesi dell’adozione di bambini da parte di coppie gay?

Appunto come teoreticamente indecidibile! Per valutarla a fondo, infatti, secondo il criterio della “massima felicità”, dovremmo poter “misurare” la felicità tanto dei bambini che sarebbero adottati da queste coppie, quanto quella dei loro genitori  (possono esserci, infatti, bambini felici con genitori infelici e viceversa? ), e confrontare questa felicità con la felicità dei figli di coppie eterosessuali (e dei loro genitori)….

  • E perché non potremmo fare proprio questo confronto?

Certo, potremmo tentarlo. Ma la “misurazione” sarebbe inesorabilmente empirica, avrebbe mero valore statistico, darebbe risultati diversi sulla base di criteri diversi, presupporrebbe una chiara nozione di “felicità” che invece manca… Insomma, non si potrebbe pervenire ad alcunché di oggettivo.

  • Ma tu parlavi prima di un possibile “esame di plausibilità” delle prospettive di chi difende il diritto dei gay, quando formano coppie, di adottare bambini.

Certo, possiamo discutere, ad esempio, la sensatezza o meno della rivendicazione da parte dei gay (accoppiati) di uno specifico o “speciale” diritto alla prole.

  • Se non erro alcuni, (ad esempio Neri Pollastri, nel suo blog) contestano alle coppie omosessuali, in quanto “coppie”, questo speciale diritto…

E come dare loro torto? Non si nega, infatti, a queste coppie un generico diritto ad avere figli, ma si contesta l’esistenza di un loro “diritto”  specifico, in quanto coppie gay, superiore, ad esempio, a quello dei single.

  • E perché glielo si dovrebbe contestare?

Partiamo dalle seguenti ipotesi: 1. anche un single (uno zio ecc.) potrebbe fare la felicità di un bambino, se lo potesse adottare (chi potrebbe negarlo, in via assoluta?); 2. esiste un “generico” diritto alla felicità (sancito p.e. dalla Costituzione americana e implicitamente riconosciuto dalla filosofia, almeno nella versione aristotelica, a ciascun essere umano in quanto tale); 3. la felicità di un genitore (anche adottivo) non sarebbe piena se non vi corrispondesse la felicità del proprio figlio e viceversa (quest’ultima ipotesi, già sopra evocata, si basa su mie riflessioni circa l’inconsistenza della contrapposizione egoismo-altruismo che – mi rendo conto -dovrebbero essere ulteriormente approfondite e discusse…).

  • Ammettiamo queste ipotesi. E allora? Su queste basi mi sembra che una coppia omosessuale possa ancora rivendicare il diritto all’adozione, non meno di un single ben intenzionato (l’ipotetico “zio”, preferibilmente non pedofilo!).

Non meno, ma neppure più!  In altre parole non si tratterebbe di uno specifico diritto, riferito ai gay in quanto accoppiati, ma di una legittima aspirazione dei gay semplicemente in quanto persone (dal momento che non è più naturale per una coppia gay procreare che per un single). Si può, al riguardo, evocare la sottile distinzione giuridica (tipica a mia conoscenza del solo diritto italiano) tra “diritto soggettivo” (all’adozione; da contestare, sotto questo profilo, agli omosessuali, “in quanto coppia”) e “interesse legittimo” (alla medesima adozione). Questo interesse legittimo, bada, potrebbe essere loro riconosciuto non solo come individui. ma anche come coppia che desidera “realizzarsi” adottando piuttosto che in qualsiasi altro modo (partorendo “libri”, “teorie” ecc.), con la stessa libertà e creatività di cui dànno prova, del resto, anche molte coppie eterosessuali (che, pur potendo procreare, preferiscono adottare o “procreare” teorie, come i coniugi Curie).

  • Insomma la pretesa delle coppie gay al diritto all’adozione non ti sembra in alcun modo più legittima di quella dei single

Tu che ne dici? Sarebbe plausibile che tale pretesa avesse qualche maggior fondamento? Direi di no. Se è questo quello che sostiene Neri Pollastri, nella misura in cui lo sostiene, possiamo sottoscrivere i suoi argomenti.

  • Parli come se vi fossero altri aspetti delle tesi di Pollastri che ti convincono di meno.

Non ti sfugge nulla! Meno convincente mi sembra la sua teoria secondo la quale una coppia eterosessuale si costituirebbe originariamente al fine di procreare, soprattutto se tale teoria pretende di fondarsi su dati culturali piuttosto che naturali. Come lo stesso Pollastri riconosce, tale fine va, infatti, inteso anche metaforicamente (come nell’esempio dei coniugi Curie). Ma, se così è, allora – contro quello che Pollastri vorrebbe dimostrare – anche una coppia omosessuale si potrebbe legittimamente dare il fine di adottare bambini (che non è che una “metafora” della procreazione). Si tratterebbe di un modo come un altro di rendere felici i “figli degli altri”, come lo stesso Pollastri si esprime.

  • Va beh… Comunque, se anche le coppie gay avessero formale accesso all’adozione, vi sarebbero comunque criteri di “priorità” (disponibilità economica della coppia ecc., ma, perché no, l’essere o meno eterosessuale, ossia “tradizionale”) per assegnare gli adottandi, criteri che potrebbero vedere tali coppie svantaggiate (come vedrebbero svantaggiati i single). Anzi, per la relativa “scarsità” di adottandi in rapporto a chi fa richiesta di adozione, ciò potrebbe comportare l’esclusione di fatto dei gay (come dei single) dall’adozione!

Senz’altro. Ciò soddisferebbe le esigenze di coloro che, come sembravi ritenere tu poco fa, considerano più naturale per un bambino avere un padre e una madre invece che due genitori dello stesso sesso.

  • Ma non ti scandalizzerebbe questa esclusione di fatto?

No, se essa derivasse da criteri storico-empirici volti a garantire la massima felicità possibile di tutti e il successo dell’adozione. Anche coloro che non conferiscono particolare valore alla “natura” e considerano che siamo ormai solo principalmente il frutto della nostra “cultura”, ammettono generalmente che le nostre società non sono ancora pronte a consentire ai bambini che abbiano genitori dello stesso sesso (come pure un solo genitore) di condurre una vita mediamente altrettanto felice di quella condotta dai bambini adottati da famiglie “normali”… 

  • E’ questo il senso in cui, all’inizio, dicevi che la questione dell’adozione di bambini da parte di coppie gay, in sé teoreticamente indecidibile, potrebbe venire “decisa praticamente, ad esempio politicamente  e giuridicamente”? Si potrebbe, per esempio, ammettere in via di principio il diritto all’adozione da parte di queste coppie, salvo poi escluderla nei fatti, introducendo stringenti criteri di priorità nella selezione dei potenziali genitori adottivi?

Potrebbe essere una soluzione, così come, in circostanze differenti, si potrebbe tanto escludere del tutto la step child adoption, quanto autorizzarla e, perfino, incoraggiarla. Proprio l’interesse dei bambini o, vorrei dire, l’amore per loro, dovrebbe suggerire non di farne una questione ideologica, ma di ricercare con pazienza (attraverso studi e ricerche il più possibile spassionati e “oggettivi”) quello che potrebbe essere per i bambini il loro “meglio” (che spesso, come per tutti, assume il volto non dell’ “ottimo”, ma del “male minore”). Nella consapevolezza dell’opinabilità degli stessi presupposti teorici delle diverse prospettive anche scientifiche (per esempio pediatriche, pedagogiche ecc.) in gioco. E nella consapevolezza che non si dà felicità di un “vero” genitore che non risuoni (morfogeneticamente?) con la felicità del suo bambino e viceversa….

Non siamo in nessun posto

Ho sognato che non siamo in nessun posto.

Il nostro corpo occupa uno spazio. Grazie al cervello e ad altri organi percepiamo lo spazio che circonda il nostro corpo e il nostro corpo stesso. Ma “noi”, coloro che percepiscono tutto questo, siamo anywhere, ovunque e in nessun luogo. Si potrebbe credere che siamo “dentro” il corpo, ma, non essendo noi stessi corpo, ma avendo piuttosto un corpo, non siamo nello spazio, né dentro, né fuori.

Quando sogniamo, non percepiamo più ciò che circonda il nostro corpo. Percepiamo, perciò, qualcosa di “interno”? Il movimento dei “neuroni”? No, davvero. Percepiamo qualcosa che, come noi, non si trova in alcun  luogo. Dunque si trova ovunque, e non dentro. Sognare è essere altrove. Ovunque.

Campi morfogenetici

Non vedo come un organismo vivente possa essere tenuto assieme, crescere, nutrirsi, reagire agli stimoli, riprodursi, soltanto su basi fisiche e chimiche. Sarebbe come pretendere che pezzi di Lego, variamente combinati e fatti roteare e sbattere gli uni contro gli altri, a caso,  fossero in grado di farlo o che granelli di sabbia di diversa foggia, opportunamente distribuiti, si ordinassero a poco a poco a formare castelli sulla riva del mare.

  • Ma le teorie che invocano “campi morfogenetici”, come quelle di Sheldrake, Weddington, Goodwin e altri, a quanto mi risulta, non sono “scientifiche”.

Possiamo accettare questa precisazione, ma solo intendendo, più precisamente: non sono soggette a “falsificazione empirica”, nel senso di Popper.

  • E ti pare poco?

Abbastanza poco, se consideri i limiti epistemologici del fallibilismo popperiano. Le teorie “scientifiche” sono piuttosto “totalità”, secondo la prospettiva di Orman V. Quine, nelle quali è difficile distinguere la “parte empirica” (soggetta a controllo diretto) dalla “parte teorica” (falsificabile solo se le sue conseguenze empiriche sono mostrate false). Ma, se questo è vero, come dimostra anche Paul Feyerabend, è difficile distinguere le teorie  scientifiche dalle concezioni filosofiche o religiose

  • E quale criterio adottare, allora, per distinguere una buona teoria, scientifica o filosofica che sia, dalla fantasia di qualche ciarlatano, magari interessato a catturare l’attenzione di chi ha il desiderio, il bisogno o la necessità di credere in quello che il ciarlatano spaccia per vero (che esista una vita dopo la morte, per esempio, o che certe erbe siano curative ecc,).

Il criterio che risale ai Greci è il seguente: la determinata teoria deve essere internamente coerente (o, almeno, apparire tale, se Goedel ha ragione) e “salvare i fenomeni”. Ciò non assicura che la determinata teoria sia vera, ma la rende verosimile, fino a prova contraria (prova empirica o prova teorica: un’incongruenza o una contraddizione). Un esempio di teoria di questo tipo è la “teoria delle stringhe”. Questa teoria è costruita per “salvare” i fenomeni subatomici (o, per meglio dire, i loro effetti visibili, prodotti p.e. negli acceleratori di particelle) altrettanto bene del modello standard, ma con maggiore eleganza.

  • E tali sarebbero anche le teorie che invocano un “campo morfogenetico”?

Queste teorie “salvano il fenomeno” della morfogenesi (dello sviluppo dell’embrione: da un insieme di cellule totipotenti all’individuo adulto), processo che nessun’altra teoria è in grado di spiegare (senza introdurre a propria volta ipotesi ad hoc non verificabili e, spesso, estremamente complesse, alla faccia del celebre “rasoio di Ockham”).

  • Ma teorie come quella del campo morfogenetico o come la (per certi versi) analoga teoria dell’univeso olografico di Bohm, violano numerosi principi del meccanicismo! Specialmente il “principio di oggettività”, invocato da Jacques Monod (in Il caso e la necessità, 1970), secondo cui, dai tempi di Galileo, la scienza è contraddistinta dal sistematico rifiuto, in ogni campo, del ricorso a cause finali.

Senz’altro queste teorie violano il meccanicismo, anche se non violano l’ipotesi di un’almeno ideale interpretazione matematica del cosmo. Queste teorie, infatti, non disdegnano il ricorso a “cause finali” (gli attrattori di René Thom)1 e “formali”, di platonica e aristotelica memoria. Ma il punto è proprio questo.

  • Quale?

Il presupposto di fondo di queste teorie è una generale inadeguatezza del meccanicismo a “salvare” il fenomeno del vivente e, forse, più in generale, i fenomeni naturali, come quelli quantistici.

Per comprendere e approfondire significato e valore dell’ipotesi dei campi morfogenetici puoi leggere questo mio breve saggio .

1 Cfr. René Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi. Saggio di una teoria generale dei modelli (1972) trad. it. Einaudi, Torino 1980,